- Pfizer rivela: mai finiti gli studi sui rischi delle iniezioni durante attesa e allattamento. Ma le agenzie li approvarono comunque.
- Toga canadese ha dato ragione al padre no vax di una bimba: «Mancano prove sulla sicurezza».
Lo speciale contiene due articoli.
Pfizer non dispone di dati riguardanti rischi e benefici del vaccino anti Covid in gravidanza, perché non ha portato a termine studi clinici randomizzati su donne incinte e che allattano. Tanto, dice, nel 2021 le agenzie regolatorie avevano già raccomandato la somministrazione anche in questa delicatissima fascia di popolazione, così i trial (composti da un numero ridicolo di partecipanti) sono stati interrotti «con l’approvazione di Ema e della Fda».
È questa, la sconcertante risposta fornita dal colosso farmaceutico alla giornalista australiana Maryanne Demasi, autrice di centinaia di ricerche scientifiche. Pfizer mette nero su bianco che la Food and drug administration statunitense e l’Agenzia europea per i medicinali erano al corrente che l’azienda non stava effettuando sperimentazioni «perché il numero di donne partecipanti era molto basso».
Inoltre, continuare lo studio controllato con placebo «non aveva più giustificazione, dal momento che la vaccinazione era stata nel frattempo raccomandata». La proposta, di non completare l’indagine, fu «condivisa e accettata» dalle due agenzie regolatorie, dichiara Pfizer.
Una spiegazione di una gravità estrema, per organismi che dovrebbero garantire la valutazione scientifica, la supervisione e il controllo della sicurezza dei medicinali per uso umano. Nel documento, pubblicato dalla Demasi, la multimiliardaria produttrice del vaccino anti Covid ammette un disinteresse completo per le possibili conseguenze di sostanze a base di mRna in donne in gravidanza e nelle creature che portano in grembo.
Non è riuscita a completare lo studio, perché non trovava abbastanza volontarie, dice, ma poi che bisogno c’era di affannarsi a indagare, visto che Ema e Fda avevano già provveduto a incoraggiarne l’uso? Milioni di donne che si sono fatte convincere che non c’era da temere, che il vaccino era per loro sicuro, che cosa dovrebbero dire davanti a tanta, spaventosa e criminale imprudenza nel raccomandare in assenza di dati clinici?
Pfizer ha sempre dichiarato di non avere elementi sufficienti, per informare sui rischi del vaccino anti Covid in gravidanza, però si era «dimenticata» di chiarire il perché. Adesso l’ha spiegato, con dovizia di particolari. Prima di tutto, però, sappiate che in precedenza l’azienda aveva studiato il vaccino solo su femmine di ratto gravide, come si è appreso dopo unarichiesta di accesso agli atti (Foia), presentata al regolatore australiano dei farmaci nel giugno 2021.
Nemmeno tante erano state le bestiole reclutate, appena 44 topi. A metà fu iniettato il farmaco a mRna, agli altri un placebo, ovvero una soluzione salina. Quello studio «ha rilevato che il vaccino ha portato a un raddoppio statisticamente significativo della perdita fetale (9,77% nel gruppo trattato con mRna, contro 4,09% in quello che aveva ricevuto soluzione salina), ma Pfizer ha concluso che la differenza tra i due gruppi non era “biologicamente significativa”», scrive Demasi, riportando quanto emerse dopo aver visionato la documentazione.
Per inciso, Pfizer non tenne in vita le femmine di topo gravide, Moderna invece sì e «un numero “statisticamente significativo” di ratti è nato con variazioni scheletriche dopo essere stato iniettato con il vaccino mRna» dell’altra azienda statunitense, come ha potuto leggere nel dossier l’organizzazione conservatrice Judicial Watch, specializzata nel controllo delle attività governative.
Ma veniamo agli studi su umani. Pfizer aveva annunciato l’avvio, a febbraio 2021, di una sperimentazione clinica per esaminare la sicurezza e l’efficacia del suo vaccino nelle donne in gravidanza e nei loro neonati. Dovevano essere 4.000 le volontarie reclutate per lo studio che invece si interruppe alla fine di quell’anno, con solo 349 partecipanti.
Marty Makary, ricercatore di politiche pubbliche presso la Johns Hopkins University, ha chiesto che almeno vengano forniti i dati di quella sperimentazione, per quanto compiuta su un gruppo così esiguo. «Dovrebbero dire qualcosa. Hanno il dovere morale di parlare. Eccoci qui, 18 mesi dopo i risultati di quelle 349 donne non sono mai stati resi pubblici», ha protestato pochi giorni fa.
Quello che emerse, da quel trial interrotto, ancora non lo sappiamo. Ma tutto ci è molto più chiaro, purtroppo. Pfizer non ha mai raccomandato di vaccinare le future mamme, perché sapeva di non avere dati clinici. Le agenzie regolatorie, pur essendone al corrente non avevano aspettato l’esito dei trial per avviare una gigantesca campagna persuasiva sui ginecologici e le loro pazienti.
Quando lo studio si interruppe, furono d’accordo sul non farlo proseguire ma non smisero di raccomandare la punturina anche in gravidanza. Solo lo scorso novembre, nell’aggiornamento della sezione «Gestione del rischio», in merito all’estensione dell’autorizzazione all’immissione in commercio di Comirnaty, Ema finalmente includeva tra i problemi di sicurezza l’utilizzo del siero a mRna nelle donne in attesa e che allattano, perché «mancano informazioni».
Intanto, milioni di donne con le loro creature in grembo, o che stavano allattando, hanno fatto da cavie. Le agenzie del farmaco dell’Unione europea e degli Stati Uniti lo sapevano, eppure hanno incoraggiato questa bestialità.
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