Se Omicron perfora i vaccini in commercio fissarsi con il pass è un insulto alla logica
  • Anthony Fauci: «Negli Usa il 75% di contagiati dalla sudafricana erano inoculati». Così, mantenere il certificato è una presa in giro.
  • Nel Regno Unito il ceppo dilaga. Ma da Pretoria continua a filtrare ottimismo sulla sua pericolosità: «In Europa esagerate».

Lo speciale contiene due articoli.

Ricapitoliamo. Nelle intenzioni dei suoi infaticabili e petulanti propagandisti, il green pass (prima in versione «base» e poi in formato «super») avrebbe dovuto conseguire tre obiettivi. Primo: doveva fermare la diffusione dei contagi. E invece i contagi hanno ricominciato a galoppare. Secondo: doveva (Mario Draghi dixit) offrire «la garanzia di ritrovarsi tra persone che non sono contagiose». E invece ha contribuito a creare proprio tra i dotati di carta verde un senso di falsa e infondata sicurezza, come se il rischio della contagiosità non ci fosse più con il magico lasciapassare in mano o sullo smartphone. Terzo: doveva favorire (ricordate la teoria della cosiddetta «spinta gentile»?) un poderoso aumento delle vaccinazioni. E invece l’analisi di Mario Menichella e Paolo Becchi, pubblicata sul sito di Nicola Porro e rilanciata dalla Verità, e basata su un esame comparativo della situazione di diversi paesi europei (con e senza green pass), ha mostrato una tendenza contraria: e cioè un effetto di disincentivo e perfino di rigetto davanti a un’imposizione di stato, una sorta di obbligo stabilito surrettiziamente.

Non solo: più passano i giorni e più si esaminano i dati sull’andamento dei contagi, più si comprende – anche logicamente – che il green pass fa acqua da tutte le parti. Come strumento di sanità pubblica (intrinsecamente non lo è, com’è chiaro: ma così ci è stato di fatto venduto e presentato) si è rivelato inutile, e anzi perfino controproducente. E la tendenza non potrà che essere confermata dall’inevitabile diffusione di altre varianti. È già così con la variante Delta, e non c’è motivo di credere che le cose cambieranno con Omicron: che al momento non risulta dominante in Italia, ma, sulla base di ciò che accade in altri paesi, potrebbe esserlo presto. E se fosse confermata, con questa o altre varianti, una significativa «perforabilità» dei vaccinati (in termini di contagio: cioè di possibilità di essere infettati e quindi poi anche di infettare gli altri), la conclusione dell’inutilità della carta verde sarebbe ulteriormente corroborata.

Attenzione, è proprio il guru dei mainstream media non solo italiani, Anthony Fauci, a rivelare un dato scomodissimo per gli ayatollah nostrani del green pass, quando spiega che il booster serve a risollevare il numero degli anticorpi, contrastando così la perdita di efficacia delle precedenti inoculazioni causata da Omicron. Occhio a un dato che, se confermato, ma vista la fonte perché dubitarne, sarebbe clamoroso al riguardo: il 75% dei casi Usa della variante riguarderebbero proprio persone vaccinate, a testimonianza del fatto che le due dosi di per sé non bastino.

E allora perché questa insistenza da parte delle autorità politiche e sanitarie italiane sul green pass? Per un verso, per una classica attitudine del potere a non smentirsi, a non fare autocritica. Ma, per altro verso, può esserci anche qualcosa di più, che ha a che fare con il dibattito in corso da settimane sulla proroga o meno dello stato d’emergenza. Non è ancora chiaro – infatti – che strada prenderà il governo. Ma può anche accadere che l’esecutivo cerchi qualche tortuosa via giuridica per tenersi consistenti poteri emergenziali anche senza la proroga di un formale stato d’emergenza (anche se ieri sera l’esecutivo sembrava orientato a una proroga formale ed espressa fino a fine marzo).

A pensarci bene, assistiamo da mesi a un surreale climax. Nel penultimo decreto green pass era stata sdoganata una stravagante nozione di urgenza differita nel tempo (come si sa, invece, un decreto-legge dovrebbe intervenire per fronteggiare un’emergenza presente). Più recentemente, con le norme relative al super green pass, l’urgenza non era solo differita cronologicamente, ma addirittura ipotetica ed eventuale. In zona bianca, come ciascuno comprende, l’emergenza non esiste: eppure dal 6 dicembre scorso, per effetto delle ultime norme, si preclude l’accesso a numerosi eventi e luoghi pure a cittadini sani e dotati di tampone negativo. Ecco, se questa è la tendenza, c’è da temere che non ci sia due senza tre. Dopo l’urgenza differita e l’urgenza ipotetica, perché stupirsi dei poteri d’emergenza de facto, perfino senza una formale emergenza de iure?

Questa piccola divagazione serviva per tornare proprio al famigerato green pass, che a questo punto si ripresenta nella sua reale dimensione: il proverbiale cavallo di Troia per «trasportare» l’emergenza nel futuro, e anche nel tempo teoricamente normale e ordinario. E non a caso, pure il vecchio green pass (che sembrava destinato a «morire» a fine2021) pare implicitamente e pacificamente confermato oltre quella data e destinato a convivere con il nuovo lasciapassare (quello in versione «super»).

Già il 26 novembre scorso, su queste colonne, anticipavamo un possibile esito della partita: e cioè che tutto venisse – per l’appunto – buttato in politica, usando un organo (la cabina di regia) totalmente informale, tecnicamente fuori dalla Costituzione, e dunque tale da rappresentare un «perfetto» paravento per dare copertura politica a soluzioni ingiustificabili giuridicamente. Ciò che non avevamo previsto si è aggiunto – ad aggravare le cose – nelle ultime ore: la naturalezza, la nonchalance, con cui molti attori della politica e dei media spiegano che il protrarsi o no dell’emergenza, in una forma o nell’altra, potrebbe essere funzionale come carta da giocare per la corsa al Quirinale dell’uno o dell’altro protagonista. Difficile dare torto al direttore di Atlantico Federico Punzi: «Non provano nemmeno più a nasconderlo: il dibattito sullo stato d’emergenza non segue logiche sanitarie ma squisitamente politiche». Per il green pass, è già così.


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