- Altri scontri tra milizie e israeliani, mentre lo Yemen rivendica in un video l’attacco con i droni a Eilat. Domani parla Hassan Nasrallah: il leader libanese potrebbe chiamare a raccolta l’intero mondo musulmano.
- A partire dal 1990 lo Yemen ha acquisito armi da ben 29 nazioni (Italia inclusa). Un enorme arsenale, in parte obsoleto, sul quale è stato però perso ogni controllo.
Lo speciale contiene due articoli.
Il grande timore degli Stati Uniti è che il conflitto tra Israele e Palestina si possa allargare, infiammando tutto lo scacchiere mediorientale: uno scenario che romperebbe parecchie uova nel paniere di Washington. Questi timori si sono acuiti soprattutto l’altro ieri, quando gli Huthi yemeniti hanno lanciato missili e droni contro Eilat, nel Sud di Israele. Un avvertimento, anzi una minaccia inequivocabile. Lo ha confermato lo stesso primo ministro degli Huthi, Abdulaziz bin Habtour, che ha affermato che questi attacchi non si fermeranno finché non cesseranno le operazioni militari di Israele, che «sta compiendo un massacro a Gaza con l’appoggio degli Stati Uniti e di vari regimi nel mondo».
Ieri non si sono registrate novità su questo nuovo fronte meridionale. Ma Tel Aviv non è certo rimasta a guardare: l’Idf ha subito provveduto a rafforzare le difese al porto di Eilat. La Marina israeliana, ha riferito il portavoce militare Daniel Hagari, ha dispiegato diverse navi lanciamissili, mentre decine di migliaia di cittadini israeliani di Eilat sono stati costretti a sfollare dal Negev. L’allerta, insomma, rimane alta. Anche perché gli Huthi possono contare sulla forza di 120.000 uomini.
Se il fronte meridionale è stato piuttosto tranquillo, è soprattutto il fronte settentrionale che è tornato a surriscaldarsi. In Libano, infatti, le milizie di Hezbollah sono scese in campo per dar man forte agli insorti di Hamas. I miliziani hanno attaccato le postazioni dell’esercito israeliano, che ha risposto al fuoco nemico mettendo in funzione l’artiglieria. Le forze di Tel Aviv, inoltre, hanno rivendicato la neutralizzazione di diversi missili anticarro che sarebbero stati lanciati verso Israele da un gruppo armato libanese non identificato. Anche nella zona di Yiftah, alcuni combattenti libanesi hanno aperto il fuoco contro gli uomini dell’Idf, senza però fare vittime.
Da parte sua Hezbollah, che dispone di una forza militare di tutto rispetto, ha rivendicato l’uccisione o il ferimento di 120 soldati israeliani in tre settimane di scontri armati contro Israele. L’esercito di Tel Aviv, invece, ha per ora confermato la morte di soli sette suoi militari sul fronte libanese. Ieri, inoltre, fonti mediche di Beirut hanno denunciato che un ragazzo di 15 anni è stato ucciso nel Sud del Libano dal fuoco israeliano. Il ragazzo, Hussein Kurani, è stato colpito a morte durante un bombardamento israeliano nella zona di Bint Jbeil, vicino al confine tra i due Paesi.
Come se non bastasse, nella Siria meridionale, al confine con Iraq e Giordania, una base militare americana è stata presa di mira da almeno due droni. Si tratta, nello specifico, della base di Tanf, che si trova a Sud Est di Damasco. A rivendicare l’azione è stata la «Resistenza islamica in Iraq», una coalizione di gruppi armati iracheni vicini all’Iran e a Hezbollah. Sempre a proposito della temibile milizia libanese, c’è grande attesa per la giornata di domani. Nel tardo pomeriggio, infatti, è previsto un importante discorso di Hassan Nasrallah. In questa occasione, il leader di Hezbollah parlerà della guerra in corso. Il timore è che possa richiamare tutto il mondo arabo a impegnarsi nello scontro contro Israele.
Una mobilitazione panislamica, del resto, è stata evocata anche dall’ayatollah Ali Khamenei: «I bombardamenti contro Gaza devono cessare immediatamente e le vie per le esportazioni di petrolio e cibo verso il regime israeliano devono essere bloccate dai Paesi musulmani, che non dovrebbero avere cooperazione economica con gli israeliani. Il mondo musulmano deve mobilitarsi contro il regime», ha dichiarato la Guida suprema dell’Iran. «Questa guerra», ha aggiunto, «non è una guerra tra Israele e Gaza. È una guerra tra la menzogna e la verità, una guerra tra i poteri arroganti e la fede».
Simili minacce sono state pronunciate da un’altra importante autorità iraniana: Hossein Amirabdollahian, il ministro degli Esteri della Repubblica islamica: «In 26 giorni», ha affermato, «il regime sionista ha commesso molti crimini, uccidendo civili a Gaza, donne e bambini. Il regime sionista ha utilizzato armi illegali. Se il mondo guardasse ai rapporti che arrivano dalla regione, capirebbe che tutti i civili sono stati uccisi con armi illegali. Se questo genocidio non finisce, la situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente e l’intera responsabilità, in questo caso, ricadrà su Stati Uniti, Israele e chi li sostiene». E ancora: «Se i sionisti non si fermano, pagheranno un caro prezzo».
L’aspetto più allarmante è che il ministro degli Esteri iraniano ha pronunciato queste parole in una conferenza stampa congiunta con il suo omologo turco, Hakan Fidan. La conferenza ha avuto luogo ad Ankara ed è stata trasmessa da Trt, la tv di Stato turca. D’altronde, Fidan ha colto l’occasione per lanciare un’evidente frecciata all’Occidente, affermando che «non ci possono essere standard diversi per gli ucraini e i palestinesi». Israele, ha proseguito, «dovrebbe capire che la pace non si può ottenere con la violenza». Ma purtroppo, ha concluso, «l’Unione europea non vuole sentir parlare di cessate il fuoco».
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