Meloni da The Donald, schiaffo a chi ci vuole isolati
Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)

A memoria non ricordo un presidente del Consiglio che abbia preso l’aereo e si sia fatto otto ore di volo di andata e otto di ritorno, sorvolando l’Atlantico, per sedersi davanti a un signore che fra 15 giorni si insedierà alla Casa Bianca.

Matteo Renzi fece un viaggio simile in America per vedersi la finale tutta italiana, fra Flavia Pennetta e Roberta Vinci, agli Us Open a New York. Ma la sua fu una passeggiata pubblicitaria, con tanto di trionfo azzurro, non una missione politico diplomatica. E un anno dopo, quando mancavano poche settimane al referendum sulla riforma elettorale firmata da Maria Elena Boschi, sempre Renzi tornò negli Stati Uniti per congedarsi da Barack Obama, che di lì a poco avrebbe lasciato il posto a Donald Trump (detto tra parentesi, anche questa passerella non gli portò bene). Ma un premier che abbia fatto un blitz per sedersi al tavolo del prossimo commander in chief e discutere di un caso diplomatico piuttosto spinoso come quello di Cecilia Sala io non l’ho mai visto. Può darsi che quando a Palazzo Chigi c’era Mario Draghi non ci sia mai stato bisogno di un confronto simile. E lo stesso probabilmente si può dire del periodo in cui Mario Monti era capo del governo. Ma anche i nostri tecnici più accreditati, coloro che vengono spesso definiti i più apprezzati nelle cancellerie estere, anche perché parlano un inglese fluente, mai hanno dato prova di poter accedere così facilmente al rappresentante della più importante potenza mondiale.

Tutto ciò induce a due riflessioni. La prima è abbastanza ovvia. Se Giorgia Meloni ha deciso di fare un viaggio lampo per raggiungere Donald Trump e sedersi di fronte a lui per un faccia a faccia, il caso di Cecilia Sala non soltanto è molto complesso, come ormai abbiamo capito, ma è evidente che al presidente del Consiglio questa faccenda sta molto a cuore. La giovane giornalista, detenuta a Teheran per rappresaglia dopo l’arresto di un ingegnere iraniano accusato di procacciare tecnologia militare per la repubblica islamica, non è il prezzo da pagare nella guerra contro un regime illiberale: è una cittadina innocente, vittima di un meccanismo più grande di lei, e la premier sta giocando tutte le sue carte per ottenerne la liberazione. Non deve essere facile destreggiarsi fra l’esigenza di mantenere rapporti più che cordiali con un Paese alleato come gli Stati Uniti e la necessità di negoziare di fronte all’odioso ricatto messo in atto da pasdaran e ayatollah. E però a quanto pare Meloni ha deciso di giocare d’anticipo, senza attendere la visita già annunciata per la prossima settimana di un Joe Biden a fine mandato. Volando da Trump, il capo del governo ha probabilmente preso il toro per le corna, affrontando con «molta aggressività» – come riferisce il New York Times – la questione Sala. Vedremo quali saranno gli sviluppi, ma la determinazione del premier già dice molto di quanto intenda trovare una soluzione per la giornalista arrestata.

La seconda riflessione in merito al viaggio di sabato sera riguarda i rapporti con il prossimo inquilino della Casa Bianca. Molto si è letto e scritto nelle scorse settimane. Qualcuno rimproverava al capo del governo di essersi troppo sbilanciata con Biden, rischiando di essere spiazzata nelle relazioni con il suo successore. Altri invece, immaginando una certa freddezza da parte di Trump, ipotizzavano un mancato invito alla cerimonia di insediamento del 20 gennaio, come segnale di un cambiamento nelle relazioni fra Italia e America. Il blitz di Giorgia Meloni invece smentisce le elucubrazioni di quanti fanno il tifo per un isolamento del nostro Paese. Non riuscendo a contrastare l’attuale maggioranza in Patria, a sinistra in molti sognano che l’opposizione la facciano i Paesi esteri. A volta si invoca l’Europa, altre l’America, ma il leit motiv è sempre lo stesso: riuscire a battere Giorgia Meloni. Se non con l’aiuto degli italiani, almeno degli stranieri. Al momento il pericolo è tuttavia scongiurato. Il viaggio in America dimostra anche questo. Più di ogni altro presidente del Consiglio, quello attuale è in grado di sedersi al tavolo senza troppi imbarazzi con i propri omologhi. So che a molti compagni tutto ciò non farà piacere, ma per l’Italia rappresenta il riconoscimento di un ruolo che non sempre il nostro Paese ha avuto.

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