Campo largo addio. E ora Matteo rischia grosso
Matteo Renzi. Sullo sfondo Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica)

Il campo largo si è già ristretto: Matteo Renzi e i suoi non ne faranno parte. Ufficialmente a essere naufragata è l’intesa in Liguria, a sostegno della candidatura dell’ex ministro della Giustizia Andrea Orlando. In realtà, a finire prima ancora di cominciare è l’alleanza che avrebbe dovuto consentire di mettere insieme un’armata Brancaleone nazionale, di cui avrebbero fatto parte la sinistra estrema di Nicola Fratoianni e la ribollita post-democristiana del senatore semplice di Rignano.

A sbarrare la strada a Renzi, e alle sue manovre per non essere spazzato via dall’irrilevanza, è stato un altro ex, ovvero Giuseppe Conte, il quale dal giorno in cui ha dovuto lasciare Palazzo Chigi per mano del fondatore di Italia viva (che pure aveva contribuito a fargli fare il bis dopo la fine dalla maggioranza gialloblù) è roso dal rancore. L’avvocato di Volturara Appula detesta lo spiccia faccende del principe del Rinascimento saudita, Mohammed bin Salman, e dunque appena si è presentata l’occasione per pareggiare i conti ha provveduto a sgambettarlo. Capito che buttava male, Renzi se n’è andato prima, dicendo di non essere disposto ad assecondare i desideri del capataz grillino. Ma come nella favola di Esopo, il volpino toscano dice di voler fare un centrosinistra alternativo a Meloni, ma di non essere disposto a elemosinare posti con il cappello in mano. In realtà, pur di essere accettato, Renzi avrebbe fatto carte false. Prova ne sia che dopo la batosta delle Europee ha cambiato linea con un’inversione a U, sorprendendo pure i suoi seguaci, tra i quali un fedelissimo come Luigi Marattin, che per la sorpresa se n’è andato sbattendo la porta. Per l’ex presidente del Consiglio (il Bomba, per distinguerlo dal Bamba, quello convinto che i super bonus siano gratis) il ritorno all’ovile, nel recinto di Elly Schlein, è una questione di vita o di morte. Fuori, come si è visto, non conta niente. Dentro, insieme a Avs, socialisti, radicali e grillini, avrebbe potuto fare quello che gli riesce meglio, ovvero il guastatore, approfittando con furbizia ora dell’uno e dopo dell’altro, come sempre.

Però non aveva fatto i conti con il risentimento di Conte, che anche a distanza di anni e pure rischiando di mandare al diavolo le deboli chance del centrosinistra alle prossime elezioni regionali, gli ha sbattuto la porta in faccia.

Risultato, ora Renzi strilla e accusa, ma la realtà è che, di questo passo, al prossimo giro rischia di rimanere fuori pure dal Parlamento. Intendiamoci, il clima di faide e regolamenti di conti è nel Dna della sinistra. Non parlo delle scissioni che hanno accompagnato la storia dei compagni. Basta prendere a esempio l’ultimo scorcio di vita politica, quando pur di fare un dispetto a Massimo D’Alema, proprio Renzi non lo indicò come commissario per gli Affari esteri della Ue, preferendogli quella carta velina di Federica Mogherini. La guerra dei Roses della sinistra ha avuto poi un secondo tempo, in cui il Rottamatore finì rottamato. Secondo il patto del Nazareno stretto con Silvio Berlusconi, al Quirinale avrebbe dovuto finire Giuliano Amato, ma il Cavaliere commise l’errore di parlarne con Massimo D’Alema e a questo punto Renzi, pensando che sotto ci fosse una fregatura, decise di cambiare cavallo e di convergere su Sergio Mattarella. Quello fu l’errore più grande della sua vita, primo perché l’attuale capo dello Stato non si rivelò quella marionetta che Renzi immaginava, ma soprattutto, a causa del voltafaccia, Berlusconi decise di non appoggiare il referendum costituzionale. Il resto è storia. Nel caso di Renzi è un passato che lo ha trapassato.

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