- Secondo l’Istat, 400.000 italiani hanno perso il posto tra marzo e aprile. Se a questi si sommano 746.000 inattivi, diventa evidente l’effetto del mese e mezzo di quarantena. E da agosto ripartiranno i licenziamenti.
- Giuseppe Conte torna in tv ed è subito gaffe: «Ci meritiamo l’allegria». Poi scarica i ritardi delle Cig e si vende opere mirabolanti. I soldi? Non ci sono.
Lo speciale contiene due articoli.
Per capire il danno a livello occupazionale causato in Italia dalla pandemia del Covid-19 e dal blocco totale delle attività da metà marzo circa a fine aprile, basta fare due conti. Secondo l’ultima rilevazione Istat, nel terzo e nel quarto mese dell’anno, 400.000 persone hanno perso il posto di lavoro (facendo calare il tasso di occupazione dell’1,2%) e sono finite senza stipendio. A questi si devono aggiungere i 746.000 inattivi che, pur essendo senza lavoro, non ne hanno cercato uno nuovo. In totale si tratta 1,146 milioni di persone senza la minima forma di reddito da lavoro.
Basta poi dividere questo numero per i 45 giorni in cui l’Italia è stata completamente ferma (da metà marzo a fine aprile) e si vedrà come in media, durante ogni giorno di lockdown, 25.466 persone sono rimaste senza salario.
Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt che studia il mondo del lavoro, ha fatto notare su Twitter che numeri di questa portata non si erano visti «neanche nei periodi più difficili dalla crisi del 2008».
Solo ad aprile il calo degli occupati, in seguito alla chiusura delle attività produttive, è stato di 274.000 unità (un calo che non si vedeva da decenni). Inoltre, gli inattivi sono aumentati perché i centri per l’impiego sono stati chiusi contribuendo a far calare nel quarto mese dell’anno il tasso di disoccupazione dall’8% al 6,3%.
Si tratta di un valore che non è mai stato così basso dal novembre 2007, con il crollo delle persone in cerca di un impiego ad aprile (-23,9% pari a -484.000 unità), che ha interessato soprattutto le donne (-30,6%, pari a -305.000 unità) rispetto agli uomini (-17,4%, pari a -179.000), con un calo in tutte le classi di età. Di fatto, però, non si tratta di una buona notizia: semplicemente molti disoccupati sono diventati inattivi a causa delle scarse possibilità di trovare un nuovo impiego.
La diminuzione dell’occupazione è generalizzata: coinvolge donne (-1,5%, pari a -143.000), uomini (-1,0%, pari a -131.000), dipendenti (-1,1% pari a -205.000), indipendenti (-1,3% pari a -69.000) e tutte le classi d’età, portando il tasso di occupazione al 57,9% (-0,7 punti percentuali).
Il netto calo congiunturale dell’occupazione ha determinato inoltre una flessione rilevante anche rispetto ad aprile 2019 (-2,1% pari a -497.000 unità). Riguarda quasi tutti: entrambe le componenti di genere, i dipendenti temporanei (-480.000), gli autonomi (-192.000), con le uniche eccezioni di chi ha più di 50 anni e dei dipendenti permanenti (+175.000).
Confrontando il trimestre febbraio-aprile 2020 con quello precedente (novembre 2019-gennaio 2020), l’occupazione risulta in evidente calo (-1%, pari a -226.000 unità) per entrambe le componenti di genere. Diminuiscono nel trimestre anche le persone in cerca di occupazione (-20,4% pari a -497.000), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+5,2% pari a +686.000 unità, appunto).
Come spiega Seghezzi, dai dati diffusi ieri dall’Istat si intuisce che questa crisi a livello occupazionale sta toccando in particolar modo le donne, i giovani e i lavoratori temporanei, anche se comunque «le altre categorie non vengono certo graziate».
Come fa notare l’esperto, i giovani professionisti tra i 15 e i 34 anni hanno visto un calo degli occupati del 4,4%, mentre nel caso degli ultra cinquantenni il crollo è stato solo dello 0,2%. In più, su base annua, gli occupati dipendenti sono diminuiti di 306.000 unità, ma il saldo degli occupati permanenti è rimasto positivo di 175.000. «Il grosso calo», spiega il presidente di Adapt, «è dato da -460.000 a termine e da 196.000 autonomi in meno».
In generale, il calo degli occupati è generalizzato e ha colpito 76.000 professionisti a tempo indeterminato, 129.000 a termine e 69.000 autonomi.
Ora, dunque, il prossimo giro di boa sarà quando finirà il blocco dei licenziamenti e i sindacati sono già all’erta. Per l’Unione nazionale consumatori si tratta di un «dato drammatico, per di più falsato dal blocco dei licenziamenti. È evidente che, avendo il decreto legge Cura Italia, bloccato le procedure di licenziamento, l’occupazione dei dipendenti a tempo indeterminato è formalmente preservata e il crollo è legato al calo di quelli a termine», spiega il presidente Massimiliano Dona, precisando che «si tratta di un dato fittizio, artificioso e irreale. Il punto è cosa succederà una volta che il mercato del lavoro sarà sbloccato da questo vincolo legislativo e tutti gli occupati riprenderanno a essere collegati alla domanda effettiva di lavoro, agli ordini delle industrie e alle vendite degli esercizi. O il governo, prima di allora, sarà in grado di far ripartire a pieno regime l’economia, con aiuti a fondo perduto, o sarà una strage di lavoratori».
Ad ogni modo, non ci sarà molto da attendere. Il divieto di licenziare, al momento, vale solo fino al 17 agosto. La speranza del governo è che dopo quella data gli italiani possano riprendere finalmente a navigare in acque più tranquille. Anche se, sotto il profilo occupazionale, c’è da dubitarne.
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