- Pubblicate le testimonianze di Archer, ex sodale di Hunter: il presidente Usa, che nega implicazioni nei pasticci del rampollo, sarebbe stato usato per influenzarne i partner d’affari e avrebbe partecipato a varie cene con loro. Confermati gli intrecci con Kiev.
- Ieri Donald Trump alla sbarra per frode allo Stato. Ma la grana peggiore è per le carte segrete.
Lo speciale contiene due articoli.
Si rafforzano i sospetti di conflitto di interessi e traffico d’influenze sui Biden. Ieri, la commissione Sorveglianza della Camera dei rappresentanti ha pubblicato la trascrizione della testimonianza, rilasciata lunedì scorso a porte chiuse da Devon Archer: ex socio del figlio del presidente americano, Hunter, che sedette con lui nel board della controversa azienda ucraina Burisma.
Archer ha raccontato che l’allora vicepresidente Joe Biden prese parte ad almeno un paio di cene con alcuni dei soci in affari stranieri di Hunter Biden che avevano trasferito denaro alle società di quest’ultimo. Alla domanda su chi avesse partecipato a queste cene, Archer ha risposto: «Kenes Rakishev, Karim Massimov, Yelena Baturina, forse Yury, Hunter Biden, Joe Biden, forse Eric Schwerin». Ricordiamo che, secondo un report investigativo dei senatori repubblicani, la Baturina – moglie miliardaria dell’ex sindaco di Mosca Yury Luzhkov – diede a una società di Hunter 3,5 milioni di dollari nel 2014: quella stessa Baturina che stranamente non è stata inserita nella lista delle sanzioni americane contro gli oligarchi russi. Soldi a una società di Hunter (circa 142.000 dollari) sarebbero arrivati anche da Kenes Rakishev: magnate kazako che, secondo la testata Le Media, sarebbe risultato molto vicino al leader ceceno Ramzan Kadyrov.
Non solo. Archer ha anche confermato che Joe Biden parlò una ventina di volte in vivavoce con alcuni dei soci del figlio: una circostanza finalizzata, secondo la testimonianza, ad aumentare l’influenza di Hunter attraverso il «brand» del potente genitore. «Penso che, alla fine, parte di ciò che è stato trasmesso sia il brand. Voglio dire, è come qualsiasi cosa, sai, se sei il figlio di Jamie Dimon o qualsiasi amministratore delegato. Sai, penso che questo sia ciò di cui stiamo parlando, è che c’era il marchio che veniva trasmesso», ha detto Archer, il quale ha anche rivelato che, nel 2013, Joe Biden «prese un caffè» a Pechino con Jonathan Li: l’amministratore delegato di Bhr Partners, fondo d’investimento cinese co-fondato dallo stesso Li insieme ad Hunter e Archer.
Lo stesso Archer ha anche confermato gli opachi intrecci tra i Biden e Burisma, raccontando che i vertici della società chiesero l’aiuto di Hunter per contrastare le «pressioni» del governo ucraino.
In particolare, i vertici confidavano in un aiuto da Washington. «Beh, voglio dire, era un lobbista ed un esperto e ovviamente portava, sai, un nome molto potente. Quindi penso che fosse questo quello che stavano chiedendo», ha specificato Archer in riferimento alle richieste di aiuto inoltrate da Burisma ad Hunter. L’ex socio ha anche affermato che le alte sfere dell’azienda ucraina vollero il figlio di Biden nel proprio board «perché le persone sarebbero state intimidite nel dar loro fastidio». Insomma, par di capire che, avendo nel board il figlio dell’allora vicepresidente degli Usa, Burisma puntasse a non avere grane dal procuratore generale ucraino, Viktor Shokin: procuratore che fu licenziato nel marzo 2016, appena pochi mesi dopo che Joe Biden aveva esercitato pressioni sull’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko. D’altronde, Archer ha detto che, proprio grazie all’appoggio dei Biden, Burisma «riuscì a sopravvivere così a lungo». Ricordiamo che nel settembre 2019 l’attuale presidente americano aveva esplicitamente dichiarato di non aver mai parlato col figlio dei suoi affari all’estero. La testimonianza di Archer sembra tuttavia smentirlo. I dem si aggrappano al fatto che, secondo Archer, Biden – nei suoi contatti con i soci del figlio – avrebbe parlato del tempo e di cose di poco conto. Va però sottolineato che l’obiettivo di Hunter era quello di aumentare la propria influenza con i suoi interlocutori: ragion per cui a lui bastava che il potente padre comparisse dal vivo o in vivavoce in quei meeting indipendentemente dai contenuti delle conversazioni. C’è semmai da chiedersi se l’attuale presidente non capisse una dinamica tanto ovvia. Possibile che Biden si facesse strumentalizzare passivamente dal figlio?
È probabile che la testimonianza di Archer possa essere usata nel momento in cui i deputati repubblicani decidessero di avviare un’indagine per impeachment contro l’attuale inquilino della Casa Bianca: si tratterebbe, in caso, del primo step verso un eventuale processo di messa in stato d’accusa. Un’ipotesi, questa, che recentemente è stata ventilata dallo stesso Speaker della Camera, Kevin McCarthy. D’altronde è lecito farsi una domanda. È normale che un vicepresidente americano in carica incontri o parli al telefono con i controversi soci d’affari esteri del figlio? Vi immaginate che cosa sarebbe accaduto se, anziché Hunter, questa storia avesse riguardato Ivanka Trump?
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