Dalla fitta serie di incontri che ieri il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha tenuto con le istituzioni europee a Bruxelles, al di là del clima amichevole e dei sorrisi di circostanza, sul tema del gas sembra essere uscito ben poco. «Abbiamo sviluppato una interlocuzione franca e costruttiva, sono soddisfatta del clima che ho trovato a Bruxelles», ha dichiarato Giorgia Meloni, a dispetto della giornata uggiosa, dopo i bilaterali con Roberta Metsola, Ursula von der Leyen e Charles Michel. Sull’energia, ha poi affermato il presidente del Consiglio, «serve trovare soluzioni concrete nel più breve tempo possibile sulla crisi dell’energia e sul tetto al prezzo del gas». Tradotto: niente di nuovo, siamo ancora al punto di partenza. Per la precisione, ci troviamo nel mezzo del corridoio dinamico di Roberto Cingolani.
il caso spagnolo
Prima di iniziare ad arredarlo, però, sarebbe bene prendere atto che per come l’Ue ha gestito le cose sin qui, non sono certo le trovate regolatorie estemporanee (corridoi, tetti, benchmark, indici) a poter sciogliere il nodo energetico europeo, che rimane un problema basilare di equilibrio domanda-offerta, ancora molto precario fino alla primavera 2024. Solo lo sviluppo rapido ed estensivo di produzione di gas e di infrastrutture come gasdotti e rigassificatori, mentre si contengono i consumi per quanto possibile, può risolvere la situazione. Nel frattempo, occorre dare sollievo economico a cittadini e imprese.
Ma se a monte nella catena va trovata una soluzione per riportare in equilibrio un’offerta ormai strutturalmente insufficiente rispetto alla domanda, a valle, invece, dove gli effetti del drammatico aumento dei prezzi che ha travolto l’economia dell’Eurozona si misurano in inflazione a due cifre e imprese che chiudono, servono soldi. Vedremo oggi quali cifre emergeranno dal Consiglio dei ministri che dovrebbe battezzare la Nadef, per aiutare famiglie e imprese.
Mentre si attende ancora una riunione del Consiglio europeo a fine novembre per decidere sul tetto al prezzo del gas (o corridoio che sia), sembra però che nel caso di ulteriori ritardi europei il governo italiano sia pronto ad agire in solitaria, come del resto hanno già fatto buona parte dei Paesi membri. L’idea di Roma sarebbe quella di procedere con la separazione del prezzo dell’energia elettrica prodotta con il gas da quello dell’energia prodotta con altre fonti. In pratica, verrebbe rivisto il meccanismo del prezzo marginale, procedimento con il quale il prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso viene fissato giornalmente sulla base degli impianti che hanno i costi variabili più alti (di solito proprio quelli a gas). Non è chiaro però se l’ipotizzato meccanismo italiano preveda un contestuale tetto al prezzo del gas utilizzato a scopo di produzione termoelettrica. Un altro strumento che il ministro della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin avrebbe pronto sarebbe una riedizione di quanto già sperimentato dal precedente ministro, ora suo consulente, Cingolani. Il riferimento è a una nuova «energy release», cioè a una vendita di energia rinnovabile nella disponibilità del Gse a un gruppo identificato di consumatori e a un prezzo prestabilito.
Il primo rimedio è già stato sperimentato in Spagna, con l’aggiunta di un tetto al prezzo del gas, che pur portando un beneficio in termini di prezzo medio ha anche generato un aumento dei consumi, caso pressoché unico in Europa, e una turbativa nella zona dei Pirenei, per la maggiore produzione elettrica destinata all’esportazione verso la Francia. Il caso della Spagna è unico perché si tratta di un sistema elettrico sostanzialmente isolato, ma non così può dirsi dell’Italia. Se il governo intende introdurre questo meccanismo, con o senza un tetto al prezzo del gas, occorre necessariamente una seria e preventiva analisi di impatto per valutare quali conseguenze ci sarebbero sui flussi di energia, sia interni alla Penisola, dove esistono congestioni sulla rete, sia nelle zone di frontiera che collegano ad altri mercati. Il rischio di generare turbative a livello nazionale e continentale è rilevante. Per quanto riguarda invece l’energy release, questa ha il pregio di far passare di mano grandi quantità di energia a prezzi calmierati, ma di fatto è una dichiarazione di fallimento del mercato.
alte temperature
Ieri intanto è stato reso noto il valore della tariffa applicata a ottobre per i consumatori di gas ancora in regime di tutela. Visto il cambio di indicizzazione deciso dall’Arera la scorsa estate (dal Ttf trimestrale ex ante al Psv mensile ex post), per il mese di ottobre la tariffa è in calo rispetto al trimestre precedente di circa il 20% (l’Arera calcola il 12,9% in meno di costo su una bolletta tipo di consumo, rispetto al trimestre precedente). Come i lettori de La Verità sanno bene, il prezzo del gas a ottobre ha usufruito delle temperature alte, degli stoccaggi pieni e del drammatico calo dei consumi industriali, che hanno abbattuto il mercato. Quindi l’abbassamento della tariffa, più che atteso, era già nelle cose. Ma i prossimi mesi non saranno così generosi, come lo stesso presidente dell’Arera Stefano Besseghini si è affrettato a dichiarare. Saranno i primi freddi a dirci la verità su cosa ci aspetta nei prossimi mesi.
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