Bollette, non possiamo concederci il lusso di aspettare il nuovo governo
Draghi non vuole prendere misure straordinarie (sul modello Londra) contro i rincari, ma per l’insediamento del suo successore ci vorranno minimo 40 giorni. Famiglie e imprese, però, non hanno tutto questo tempo.

Delle due l’una: o non hanno capito o fanno finta di non aver capito. Si tratta – con rare eccezioni – dell’attitudine del grosso del ceto politico e dei principali attori istituzionali a non valutare fino in fondo la gravità assoluta della crisi economica già in atto a causa dell’emergenza bollette. E la prima conseguenza di questa sottovalutazione è una tendenza al rinvio, alla dilatazione dei tempi, alla diluizione degli interventi.

Quel che colpisce – adesso – è anche il confronto tra la velocità drammatica della crisi e la lentezza del calendario politico-istituzionale. Cominciamo da quest’ultimo, che è caratterizzato da scadenze oggettive: si vota domani, 25 settembre; le nuove Camere sono convocate per il 13 ottobre, cioè tra quasi tre settimane; dopo di che, Camera e Senato dovranno come primo adempimento eleggere i rispettivi presidenti (diciamo entro il 18-20 ottobre); a seguire, potranno partire le consultazioni al Quirinale, che dunque avranno luogo, realisticamente, intorno al 25 ottobre. Morale: ammesso che tutto fili liscio, e sempre ammesso che ci sia una chiara maggioranza in entrambi i rami del Parlamento, il nuovo governo sarà operativo solo intorno ai primi di novembre. Cioè tra 40 giorni.

Avete letto bene: 40 lunghissimi giorni, ovvero un tempo interminabile, che può rivelarsi esiziale per molte aziende e famiglie. Per chiunque abbia mantenuto un minimo di contatto con la realtà, tre domande sorgono spontanee. La prima: in 40 giorni, e con la crisi delle bollette che è già deflagrata, quante imprese medie o grandi chiuderanno? O, se non chiuderanno, quante (specie tra quelle a ciclo continuo) saranno costrette a ridurre la produzione? E, di conseguenza, quanti licenziamenti, o almeno quanti collocamenti in cassa integrazione scatteranno? E, con essi, quanto forte sarà il rattrappimento degli stipendi, e quindi della propensione al consumo di tante famiglie? È il tipico meccanismo della recessione.

Seconda domanda: passando alle aziende piccole e piccolissime, in questi estenuanti 40 giorni, quante saranno costrette a chiudere? E quante saranno comunque chiamate e fare i conti con una drammatica crisi di liquidità? Specie dopo l’orribile biennio pandemico, ci sono centinaia di migliaia di micro attività che vanno avanti solo grazie al rapporto mensile tra ricavi e uscite. Se le uscite si impennano in modo imprevedibile e insostenibile, e se contemporaneamente i canali bancari risultano ostruiti (magari perché vi si è già attinto nei mesi precedenti), che si fa? Si finisce in mano all’usura. O si decide molto semplicemente di abbassare la saracinesca.

Terza domanda: e quante famiglie sono già in una situazione di assoluta difficoltà? Settembre è di per sé un mese «maledetto», in particolare – per chi ha figli – per le centinaia di euro che volano via con l’acquisto dei libri. Una bolletta fuori controllo ha l’effetto di un incidente, o di un intervento chirurgico imprevisto. Chi ha un gruzzolo di risparmi a cui attingere, regge; ma chi, per varie ragioni, era già al limite, si ritrova in una condizione spiacevolissima e non necessariamente gestibile. Si prenda il caso di una partita Iva: già la liquidità in arrivo è stata o è in procinto di essere prosciugata dall’idrovora delle scadenze fiscali (22 agosto, 15 settembre, 15 ottobre, 15 novembre, fino all’acconto del 30 novembre). Se poi si aggiunge la stangata di una bolletta killer, si finisce al tappeto.

È esattamente per queste ragioni che – a luglio – sulla Verità avevamo suggerito una chiusura veloce ma ordinata della legislatura. Ed è sempre per questa ragione che, ad agosto e a settembre, avevamo sollecitato un più robusto intervento del governo (sul modello di quanto sta avvenendo in Uk), cioè non limitato ai fondi residui dei vecchi decreti e all’extragettito Iva disponibile. Ed è ancora per questa ragione che, dinanzi alla riluttanza del governo, avevamo incoraggiato Parlamento e partiti (in occasione della conversione in Aula del decreto precedente, il cosiddetto Aiuti bis) a forzare la mano, inserendo uno stanziamento molto maggiore. Dinanzi a una scelta di questo genere da parte di una vasta maggioranza parlamentare, come avrebbe potuto opporsi il governo?

Purtroppo tutto ciò non è accaduto. Ma, in tutta franchezza, non è immaginabile restare altri 50 giorni in attesa. Né (meno che mai) confidare in un’azione europea che non c’è e non ci sarà.

È per questo che saggezza suggerisce di insistere su due fronti. Verso il governo ancora in carica, affinché si muova: può farlo, nulla glielo impedisce. E verso il nuovo Parlamento affinché acceleri il percorso della costituzione dei suoi organi, oppure (se per qualunque ragione la nascita del nuovo governo fosse ritardata) affinché agisca già in sede di commissioni transitorie speciali (quelle che spesso operano a inizio legislatura, in genere per l’esame di atti urgenti del governo, quando ancora le commissioni ordinarie non sono costituite o operative). Non c’è un minuto da perdere.

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