Mentre qualcuno va ancora predicando un’Europa unita, il sogno di un ente «finalmente» politico e non più solo burocratico, la guerra della contabilità riporta il discorso agli elementi primi dell’Unione: gli interessi dei singoli Stati. Il dibattito sul nuovo bilancio Ue 2028-2034 non richiede grandi doti interpretative: in linea di massima, chi più contribuisce spinge per un ulteriore dimagrimento delle spese, mentre chi più beneficia dei fondi comunitari vuole allargare le maglie della «manovra» europea. Con alcune eccezioni, che vanno comprese.

Bilancio Ue, lo scontro sui fondi per l’agricoltura

Subito dopo la proposta della presidenza irlandese al Consiglio Ue, che taglia 141 miliardi (a prezzi 2025) rispetto al bilancio delineato dalla Commissione, il ministro Francesco Lollobrigida ha protestato contro la sforbiciata al fondo d’emergenza per l’agricoltura, intorno ai 2 miliardi di euro.

Ieri è intervenuta anche la premier Giorgia Meloni: «Anche noi vogliamo siano finanziate nuove priorità», tra cui «la competitività», ma «non si possono reperire risorse tagliando su coesione e politica agricola che sono la precondizione per la competitività. Non si può costruire l’autonomia strategica se si taglia sull’unica autonomia che abbiamo, e cioè quello che mangiamo».

Italia contributore netto: il saldo negativo con Bruxelles

L’Italia gioca una partita a due facce. Da un lato è, con Germania, Francia, Paesi Bassi, Svezia, Austria, Danimarca e Finlandia, tra i contributori netti: dal 2000 al 2025, il saldo tra quanto ha ricevuto dall’Ue e quanto ha versato è negativo per circa 84 miliardi di euro correnti.

In altre parole, la differenza tra quanto ha ricevuto e quanto ha dato. Se si includono anche i dazi e le spese per l’amministrazione, che la Commissione esclude nei suoi calcoli, i miliardi sono 114. E questo a valori nominali: se si tenesse conto dell’inflazione (1 miliardo nel 2010 non equivale a 1 miliardo oggi), la cifra sarebbe ancora più grande. Dall’altro lato il governo prova a difendere le voci di bilancio che servono ai nostri interessi, agricoltura e coesione in testa.

Si spiega così perché Roma, a differenza degli altri contributori, non si sia ancora unita alla richiesta di ulteriori tagli. Come la Francia, che da settimane insiste su più spese per la difesa: ha la più grande industria bellica dell’Europa continentale e di conseguenza pensa di ottenere più fondi per le sue aziende.

Germania e Italia, strategie diverse sul bilancio europeo

Eppure, a guardare il quadro nel suo insieme, avrebbe senso che l’Italia ragionasse più come la Germania. Il cancelliere Friedrich Merz ha giudicato insufficienti i tagli della presidenza irlandese, parlando di un’intesa «ancora lontana».

Con lui Paesi Bassi, Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia: ossia, esclusi noi e Parigi, tutti gli Stati che all’Unione danno più di quanto ricevono. Negli ultimi 25 anni, per ogni euro versato all’Ue ne sono tornati in Italia circa 77 centesimi (72 se si comprendono anche dazi e amministrazione).

Da un bilancio più magro, in teoria, l’Italia dovrebbe guadagnarci ma, se si sforbiciano voci come agricoltura e coesione, quel rapporto potrebbe peggiorare, e il taglio risulterebbe per noi sconveniente. Insomma, ogni trattativa sul bilancio si risolve – per tutti – sul filo dell’interesse nazionale.

Manfred Weber e lo scontro interno al Partito popolare europeo

La vulgata vuole che il discorso su beneficiari e contributori netti sia fuorviante, perché non tiene conto dei vantaggi complessivi dati dall’appartenenza all’Unione. È il ragionamento consegnato ieri da Manfred Weber, tedesco alla guida del Partito popolare europeo, in un’intervista al Corriere: «Alcuni Stati membri dovrebbero superare la mentalità da “contribuenti netti”, perché gli investimenti europei sono vantaggiosi per tutti noi».

Un messaggio in primis al governo del suo Paese, cioè alla sua stessa famiglia politica: Weber è della Csu bavarese, alleata della Cdu di Merz. È qui che si apre lo scontro tutto interno all’Unione Cdu-Csu, una frattura non banale per il futuro dell’Europa.

Con Weber si schierano i leader di socialisti, Renew e Verdi, cioè la maggioranza dell’Europarlamento, e la Commissione guidata da Ursula von der Leyen, altra esponente di punta della Cdu e del Ppe: mentre Merz giudica i tagli addirittura insufficienti, l’esecutivo Ue «deplora la significativa riduzione dell’entità complessiva del bilancio».

Dalla Germania all’Italia: chi guadagna dall’Europa?

Detto da un tedesco, il ragionamento di Weber ha un senso: la Germania, grazie a un euro molto più debole del vecchio marco, ha visto la propria industria dominare a lungo i mercati mondiali. Benché l’opinione pubblica tedesca sia convinta di pagare per gli Stati spendaccioni, Berlino ha sfruttato a lungo, e con profitto, i vantaggi dell’Ue.

Ora c’è chi ritiene che si siano esauriti: lo pensa sicuramente Afd, il partito di estrema destra che morde le caviglie a Merz, mentre Von der Leyen e Weber sono «al sicuro» a Bruxelles. Ha continuato a pagare, invece, l’Italia, contributore netto anche quando veniva travolta dalla devastante recessione del decennio scorso: tra il 2011 e il 2013, nel pieno della crisi, ha chiuso ogni anno in rosso con Bruxelles per un valore tra 3,8 e 5,9 miliardi.

E intanto contribuiva con circa 60 miliardi ai fondi di salvataggio dell’eurozona (leggasi: salvare le banche tedesche e francesi esposte in Grecia). Pur essendo un Paese che, al contrario della Germania, non aveva benefici (anzi!) dall’appartenenza all’euro. La Francia, per esempio, non sembra disposta a pagare per gli altri mentre incombe lo spettro di una crisi finanziaria e dell’austerità.

I due principali sfidanti per la corsa all’Eliseo hanno le idee chiare: Marine Le Pen vuole risparmiare tagliando i finanziamenti all’Unione europea (figuriamoci aiutare altri Paesi in crisi), mentre Jean-Luc Mélenchon, a sinistra, propone di cancellare il debito francese detenuto dalla Bce. Una proposta che incontrerebbe la feroce opposizione di Berlino, mettendo in serio pericolo la tenuta dell’eurozona.

Pnrr e bilancio Ue: il costo delle risorse europee

La discussione, del resto, è viziata dalle solite narrazioni europeiste che perdono di vista la realtà. Come con il Pnrr: presentato come un regalo, nei fatti una iattura. Per la parte a prestito, perché i tassi si sono rivelati più alti del previsto.

Quanto alla parte a fondo perduto, quella che ai tempi commuoveva gli opinionisti per la generosità dell’Ue, ora viene ripagata con il bilancio comune. Non solo a interessi più alti, ma con una quota che, con la proposta irlandese, sale al 9,2% dell’intera «manovra», contro l’8,5% della proposta della Commissione e l’1,8% del 2021-2027.

Non potendo gonfiare ulteriormente la spesa, è evidente che poi si debba tagliare su qualcos’altro. Ma considerando chi gestisce le risorse, il nostro status di contribuenti netti e le condizioni con cui ci viene restituita solo una parte dei nostri soldi (ossia che siano loro a decidere come vengano utilizzati), una Ue più marga pare ancora la strada più auspicabile.

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