• Il gendarme francese prima elogia «il tono diverso dell’Italia», poi bacchetta: «Per più flessibilità servono più sforzi». Riformare la Fornero, però, resta «materia del governo». E Giovanni Tria si scontra con il Pd alla Camera.
  • Il grosso della manovra sarà discusso in Senato il 18 dicembre. Emendamenti su massaggi, cristiani perseguitati e slot machine.

Lo speciale contiene due articoli.

Il copione è talmente scontato e prevedibile da ricordare le sceneggiature dei B movie (quelli poliziotteschi, più che polizieschi) di 40 anni fa: i due poliziotti, uno che fa il buono, l’altro che fa il cattivo, ma sempre pronti a scambiarsi le parti. L’altro ieri era toccato a Valdis Dombrovskis (il cui partito ha raccolto appena il 6% in Lettonia…) fare la parte del cattivo: proprio nel giorno in cui lo spread andava giù e la Borsa andava su, un’ennesima evitabilissima sparata contro l’Italia per spargere altra benzina sul fuoco.

Ieri, allora, è stato il francese Pierre Moscovici a intestarsi il ruolo del good cop: «Il dialogo con l’Italia è in corso, diventa più intenso, vediamo un tono diverso, un diverso modo di cooperare, e vediamo l’Italia disponibile ad ascoltare il nostro punto di vista e risolvere i problemi. È un passo che accogliamo con favore, e anche gli investitori hanno lo stesso feeling», ha dichiarato.

Altro punto prevedibile del copione della Commissione Ue: cercare di dividere il governo, scegliere gli interlocutori «graditi» e provare a separarli da quelli «sgraditi» a Bruxelles: «Ora il dialogo è cominciato davvero su metodo e sostanza. A Buenos Aires», ha aggiunto Moscovici, «abbiamo avuto discussioni positive con Conte e Tria, e abbiamo deciso di proseguire nell’interesse generale».

Poi la notazione più velenosa: «La Commissione Ue ha preso nota delle intenzioni dell’Italia di ridurre il deficit, e ora attendiamo altri dettagli»: serve un «impegno credibile, concreto e nel quadro delle regole: noi siamo disponibili a dare flessibilità ma deve essere nelle regole, per questo il gap va ridotto ancora».

Insomma, provare ad accreditare l’idea dell’arretramento italiano che sarebbe già in atto, e di una retromarcia – però – ancora non sufficiente: un tentativo evidente del francese di orientare la «narrazione» su vincitori e vinti del negoziato. In realtà, però, il primo a cedere su un punto qualificante è stato proprio Moscovici, quando ha dovuto ammettere che la Commissione «non mette in discussione la riforma delle pensioni: la decisione è in mano al governo italiano, perché è suo compito fare le scelte di politica economica». E questa ammissione del francese conferma ciò che già da tempo i lettori della Verità sanno bene. Primo: è certamente vero che l’Italia ha interesse a evitare la procedura di infrazione (il termine ultimo sarà il 19 prossimo, giorno dell’ultima riunione del 2018 della Commissione), ma è altrettanto noto a tutti che, per una Commissione politicamente morente, andare allo scontro finale con il governo di Roma alla vigilia delle europee significa consegnare il più potente argomento di campagna elettorale agli «odiati populisti». Ecco perché Bruxelles vorrebbe evitare di passare ai fatti: lo schema ideale per la Commissione sarebbe una specie di auto umiliazione italiana dettata dallo spavento.

Secondo: vale per la Francia (sempre più nel caos) e vale per la Germania in chiaro arretramento economico nel terzo trimestre. Il racconto secondo cui in Italia ci sarebbero i «malati» e nel resto d’Europa i «medici sapienti» non tiene più. È l’intero corpaccione Ue che è esposto a un rischio di recessione, determinato da più fattori diabolicamente convergenti: export in calo, domanda interna strutturalmente debolissima, e fine imminente del Qe. Cercare di individuare in Matteo Salvini e Luigi Di Maio i colpevoli di tutto ciò appare un esercizio da fantascienza.

Dunque, al governo tocca il compito di tirare la corda senza spezzarla, concedere qualcosa sul deficit, senza dare senso i cedimento. Su questa linea si è espresso Salvini: «Il 2%? È un numero su cui si esercitano giornalisti e commissari Ue: noi badiamo alla sostanza e a trovare risorse. Facciamo una manovra seria, che non dipenderà dagli zero virgola ma dai contenuti». In questo senso il premier ha precisato: «Le parole hanno un peso, il mio è un silenzio operoso e virtuoso». Ricapitolando, come questo giornale scrive da settimane, il governo non intende rinunciare alle due misure-simbolo per Lega e M5s. Ma sulle pensioni la spesa sarà molto più contenuta dei 6,7 miliardi prudenzialmente stanziati. Mentre per il reddito di cittadinanza sarà la partenza differita (realisticamente ad aprile) a produrre i risparmi rispetto allo stanziamento iniziale di 9 miliardi.

È quanto ha fatto ancora una volta intendere il ministro Giovanni Tria: «Reddito di cittadinanza e quota 100 non sono in discussione: si stanno studiando le stesure, quello che va ancora definito è il costo delle misure», confermando che il testo non è ancora stato vergato nero su bianco. E alla Camera c’è stato scontro con le opposizioni: il Pd – quando Tria è comparso in aula – ha chiesto insistentemente di procedere a un’audizione ma il ministro ha gelato tutti, rimarcando la natura del contesto: «Sono sbarcato da un aereo e sono venuto qui. Non ho aderito a un’audizione ma a un’informativa». Di conseguenza – in osservanza del protocollo – Tria non ha risposto ad alcun quesito: «Se non siete d’accordo me lo dite e, se non vi offendete, vado via». Fonti governative di primo piano confermano alla Verità che la soluzione migliore sarebbe emendare al Senato la manovra, in modo da mostrare all’Ue che la limatura avviene nel corso dell’iter parlamentare della legge di bilancio: i leghisti sono pronti a presentare a Palazzo Madama l’emendamento su quota 100, i grillini forse non ancora a fare lo stesso sul reddito di cittadinanza. Altrimenti, scatterà un provvedimento autonomo, probabilmente – in quel caso – nella forma di un decreto.


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