Agricoltura italiana sotto attacco dell’Ue: senza mais a rischio il latte e i formaggi
  • Bruxelles vuole liquidare campi e stalle: «Sono insostenibili e inquinano». Tagliati i fondi, crolla la produzione di cereali.
  • Il patto tra Commissione e Germania sugli e-fuel non è ancora chiuso, Giorgia Meloni ottimista: passerà anche la nostra tecnologia.

Lo speciale contiene due articoli.

Con Vasco Rossi verrebbe voglia di cantare «È tutto un equilibro sopra la follia». La hit del momento in Europa è: fare guerra all’agricoltura e all’agroalimentare. Se è quello italiano tanto meglio. Mentre stanno per saltare di nuovo gli accordi del mar Nero, quelli che hanno consentito lo sblocco dell’esportazione di cereali da Ucraina e Russia attenuando l’allarme fame nel mondo, Bruxelles pensa bene di ridurre i contributi e le superfici agricole seminate a cereali e di mettere a riposo i campi perché i contadini e gli allevatori sono «nemici dell’ambiente». Come se l’emergenza ucraina fosse passata, come se bastasse la garrota ai tassi che sta praticando Christine Lagarde dalla Bce per domare un’inflazione alimentare senza precedenti. L’Europa ha programmato scientemente la fine della sua agricoltura. Perché più del digiuno poté il (presunto) mutato clima.

È notizia sottaciuta, ma tre giorni fa alla Commissione agricoltura del Parlamento di Strasburgo Maria Pilar Aguar Fernandez ha annunciato che l’Europa vuole rinunciare all’agroalimentare. Questa signora è la «capa» per conto della Commissione europea della direzione generale della salute e della sicurezza alimentare. Ora se qualcuno spera che siano esagerati gli allarmi sull’etichetta a semaforo Nutriscore, sul boicottaggio del vino, sulla carne prodotta in laboratorio, sui cibi ultraprocessati prodotti dalle multinazionali della nutrizione, sulla dieta a base di vermi è bene che si ricreda. La signora ai deputati di Strasburgo ha scandito: «Il sistema produttivo europeo dell’agroalimentare non è più sostenibile né da un punto di vista economico e sociale né sotto una prospettiva ambientale». Perciò l’Europa deve smettere di premiare l’agricoltura, deve spostare l’attenzione dal cibo alla nutrizione. È ciò che chiedono le multinazionali tanto dell’alimentazione quanto della distribuzione che da anni sono impegnate in un’azione di lobby per mettere fuori mercato prodotti di altissima qualità e di altrettanto evidente specificità come quelli italiani. Frans Timmemrmans, vicepresidente della Commissione con delega al Farm to Fork, la declinazione agricola del Green deal, vuole liquidare stalle e campi con la scusa che sono inquinanti. Evidentemente lo lasciano indifferente i segnali che gli sono arrivati dalla sua Olanda dove il partito dei contadini ha stravinto le elezioni amministrative con oltre il 20%, battendo lui e il premier Mark Rutte, con un programma secco: «Giù le mani dall’agricoltura, no al finto ambientalismo europeo che fa gli interessi delle multinazionali».

Timmermans in un recente road show in Italia a vantaggio della polvere di grilli e della finta carne ha ammonito. «Va cambiato il sistema alimentare perché continua a spingere troppi consumatori a scelte alimentari poco sane». Contro questa idea Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia, si schiera con decisione. «Quelle ascoltate in commissione agricoltura a Strasburgo sono dichiarazioni gravissime: dimostrano una scarsa se non nulla conoscenza del sistema produttivo europeo», sottolinea Scordamaglia, «che ha altissimi standard ambientali e sociali e un ruolo fondamentale nell’economia e nella bilancia commerciale dell’Ue. Spiegano una volta per tutte le proposte attualmente sul tavolo, che tradiscono un approccio ideologico e punitivo, che invece di risolvere i problemi legati al cambiamento climatico e alla protezione dell’ambiente non faranno altro che aggravarli distruggendo un settore produttivo fondamentale per preservare la vitalità dell’estesissime aree rurali europee, aprendo all’omologazione e ai cibi sintetici». Conclude Scordamaglia: «Ancora una volta la Commissione omette valutazioni di impatto e studi scientifici e si affida a strumentalizzazioni ideologiche che nella maggior parte dei casi nascondono interessi diversi». La prova? La Commissione taglia i concimi e i fitofarmaci per le coltivazioni cerealicole, e dimezza i contributi nel momento in cui la crisi in questo settore – per il permanere del conflitto ucraino – è più acuta. Sul mais i contributi passano da 360 a 180 euro a tonnellata. Ma per averli i cerealicoltori -la misura vale anche per il grano e il riso – devono rinunciare ad almeno il 4% di superficie coltivata e presentare il cosiddetto «ecoschema» che abbassa le rese dei terreni. Risultato: produrremo in Italia appena 4,7 milioni di tonnellate di mais e la superficie coltivata è ai minimi storici, 564.000 ettari. Ma in Europa non va molto meglio: la produzione di mais è stimata in contrazione del 29%. Per alimentare le stalle e dunque avere latte per fare i nostri gioielli caseari – Parmigiano e Grana in primis – dovremo comprare fuori con impennate di prezzi e ricadute negative sull’inflazione. Dall’Ucraina abbiamo già spremuto il massimo nelle condizioni date: abbiamo importato un milione di tonnellate di mais e siamo il quarto paese ad aver beneficiato dagli accordi del Mar Nero. Che però sono fragilissimi. Ma tanto, come sostiene la signora Aguar Fernandez, l’agricoltura in Europa non va più di moda.


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