- Il presidente vuole razzi per colpire la Crimea, ma la raccolta di proiettili frena. La Nato: «Putin non pianifica di aggredirci».
- Normale di Pisa, gli «Amici» dell’ateneo: «È sconcertante che si sospendano le collaborazioni con Israele». Lite sul premio alla foto dell’ebrea uccisa: «Chi l’ha scattata era vicino ad Hamas».
Lo speciale contiene due articoli.
Lo ammettiamo: abbiamo perso il conto degli epurati da Volodymyr Zelensky. Dopo il caso clamoroso dell’ex capo delle forze armate, praticamente esiliato a Londra, il Churchill di Kiev adesso ha rimosso, nell’ordine: il suo primo assistente, Serhiy Shefir; tre consulenti (Mykhailo Radutsky, Sherhiy Trofimov e Oleg Ustenko); la commissaria per la garanzia dei diritti dei militari, Olena Verbitskaya; la commissaria per le attività di volontariato, Natalia Pushkareva. E nessuno ha capito perché. C’entrerà qualcosa il fatto che sta perdendo la guerra. È invece molto più chiara la causa della condanna a 15 anni di carcere per quattro abitanti delle aree invase dai russi: avrebbero combattuto al fianco degli aggressori.
In un’intervista al Washington Post, il presidente ucraino se l’è presa con gli Stati Uniti, rei di aver «perso sei mesi» per via delle dispute interne al Congresso sugli aiuti militari. «L’Ucraina non può essere una questione politica tra partiti», ha tuonato. Per poi chiedere una fornitura di missili a lungo raggio Atacms, che vorrebbe usare per attaccare aeroporti e aerei in Crimea, ma – giura – non il territorio della Federazione russa. Intanto, il governatore della regione di Belgorod ha fatto sapere di essere stato costretto a evacuare 5.000 minori, per proteggerli dalle incursioni ucraine.
Le parole di Zelensky giustificano la titubanza dei tedeschi nel consegnargli i Taurus: a Berlino temono proprio che l’equipaggiamento occidentale venga utilizzato per danneggiare infrastrutture nemiche nella penisola occupata, considerata strategica dal Cremlino e sotto il controllo di Mosca già dal 2014.
Tra le altre cose, il leader della resistenza ha pure ammesso il malcontento degli americani per i raid con i droni sulle raffinerie russe: «La reazione non è stata positiva», ha confermato, aggiungendo, però, che gli ucraini hanno usato i loro velivoli senza pilota: «Nessuno può dirci: “Non potete farlo”». Il punto, invece, è che gli Usa possono. Il pallino di questo conflitto ce l’hanno in mano loro; la strategia la decidono loro; la quantità e la qualità dei mezzi bellici dipende da loro; e spetterà a loro trovare una via d’uscita, che difficilmente coinciderà con la vittoria totale su Vladimir Putin. Il quale, approfittando della debolezza degli avversari, sta bombardando pesantemente il Paese.
Addirittura, stando ai report degli esperti, lo zar avrebbe fatto lanciare su Sumy, capoluogo dell’omonimo oblast nordorientale, la bomba termobarica Odab 1500. È una classe di ordigni tremendi, non solo per la loro distruttività e la loro capacità di annientare le fortificazioni, ma anche per il modo in cui uccidono gli esseri umani, fracassando loro i polmoni per effetto dell’onda di pressione e della successiva rarefazione dell’aria.
Nonostante gli iniziali entusiasmi, invece, sta frenando il progetto dei «volenterosi», capitanati dalla Repubblica Ceca, di consegnare un milione di munizioni agli ucraini. Il ministro della Difesa estone, Hanno Pevkur, ha riferito che servirebbero 3 miliardi di euro, ma ha precisato che, «al momento, ciò che manca sono più i soldi che i proiettili». L’unica buona notizia riguarda i carri Gepard offerti dalla Germania, per i quali è in arrivo uno stock di munizioni.
È stato aggiornato il bilancio dell’attentato alla Crocus City Hall di Mosca: 144 morti e 551 feriti. Ieri, l’incaricato d’affari della nostra ambasciata, Pietro Sferra Carini, ha partecipato a una cerimonia di commemorazione delle vittime.
Continua, intanto, la querelle sulla minaccia che Putin rappresenterebbe per la Nato. Il presidente del Comitato militare dell’Organizzazione, Rob Bauer, l’altra notte ha chiarito: «Non vi è alcuna indicazione che Mosca stia pianificando di attaccare uno dei Paesi della Nato: non penso che ci sia una minaccia diretta». Tuttavia, il funzionario ha avvertito che «le ambizioni della Russia si estendono oltre l’Ucraina» e, quindi, l’Alleanza deve prepararsi a un’escalation.
Nel suo messaggio pasquale di auguri, il cancelliere Olaf Scholz ha ribadito la necessità di sostenere Kiev, affinché si raggiunga una «pace giusta», anche nell’interesse della «nostra sicurezza». «Per molti decenni», ha aggiunto il politico, «la pace in Europa si è basata su un principio fondamentale: i confini non possono essere mia più spostati con la forza. La Russia di Vladimir Putin ha infranto questo principio, ma noi abbiamo il compito di renderlo nuovamente valido». Il ministro delle Finanze di Scholz, Christian Lindner, si è detto preoccupato da un congelamento della guerra, mentre il vicecancelliere, Robert Habeck, ha invitato le persone ad adattarsi «alla situazione di minaccia». Si è spinta oltre, sulla Stampa di ieri, Anne Applebaum, russologa americana, secondo la quale sarebbe «una buonissima cosa preparare l’opinione pubblica alla prospettiva di trovarsi in guerra». Frasi che echeggiano quelle sull’«era prebellica», pronunciate dal premier polacco, Donald Tusk.
Sembriamo così convinti che scoppierà un conflitto, da correre il pericolo di piombarci dentro sul serio. La catastrofe somiglia sempre di più a una profezia che si autoavvera.
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