Borrell fa il falco: sberle da Roma e Budapest
Josep Borrell e Dmitro Kuleba (Getty Images)
  • L’Alto rappresentante Ue riceve Kuleba, convinto di poter sconfiggere Mosca, e chiede di «rimuovere le restrizioni a Kiev sulle armi». Tajani: «Non siamo in conflitto con la Russia». Durissima l’Ungheria: «Furia pericolosa, dev’essere fermato».
  • Zelensky, sguarnito sul fronte Sud, rischia di vedere soccombere i suoi nel Donbass.

Lo speciale contiene due articoli.

«Inutile» dare le armi all’Ucraina, se poi Kiev non può usarle liberamente in Russia e contro la Russia. Josep Borrell, Alto rappresentante Ue per la politica estera, anche ieri ha approfittato di un incontro con il ministro degli esteri ucraino per lanciarsi in un ragionamento così semplificato e semplicista da fermarsi giusto a un passo dalla dichiarazione di guerra totale. Perché dopo l’eventuale rimozione delle restrizioni all’uso delle armi occidentali in Russia, resterebbe solo il coinvolgimento diretto nel conflitto tra Mosca e Kiev. Ovvero, schierare i soldati dei Paesi Ue. Le parole di Borrell hanno però registrato la puntuale smentita di Antonio Tajani, che a nome del governo italiano ha ribadito: «Noi e la Nato non siamo in guerra con la Russia».

La nuova puntata della deriva guerrafondaia di un pezzo importante di Bruxelles è andata in scena nell’ambito di uno sgarbo alla presidenza di turno ungherese. Borrell ha sfilato a Budapest l’organizzazione della tradizionale due giorni informale esteri-difesa di fine agosto, che si tiene sempre nella nazione che ospita la presidenza di turno, sostenendo che «alcune posizioni del governo ungherese vanno direttamente contro la politica estera comune dell’Unione e quindi ho deciso io così». E a Bruxelles, ieri l’Alto rappresentante ha incontrato il ministro degli esteri ucraino, Dmitro Kuleba, a caccia di nuovi finanziamenti e di nuove armi. «Possiamo sconfiggere la Russia, lo abbiamo dimostrato», ha detto Kuleba, «ma dobbiamo poter colpire gli obiettivi militari legittimi dentro la Russia, gli aeroporti da dove partono gli attacchi per l’Ucraina». Il capo della diplomazia di Kiev ha anche chiesto pubblicamente che tutti i Paesi che si sono impegnati a consegnare i sistemi Patriots facciano l’ultimo passo formale e spediscano in Ucraina i missili terra-aria.

Per tutta risposta, Borrell si è messo in mimetica. «Le restrizioni all’uso delle armi date all’Ucraina devono essere revocate e ci deve poter essere pieno utilizzo per colpire obiettivi militari in Russia in linea con le regole internazionali», ha affermato il politico spagnolo, che oltre a essere un pezzo grosso del partito socialista è anche un ingegnere aeronautico. Lo scorso 8 agosto la Commissione Ue aveva aperto alla possibilità che ieri Borrell ha cavalcato, ma la decisione spetta ancora ai singoli Stati.

Il segnale comunque non è buono, almeno per chi spera che prima o poi si trovi un accordo di pace tra Ucraina e Russia, ovviamente sulla base di reciproche rinunce. Al posto di Borrell arriverà, con la nuova Commissione, l’ex premier estone, Kaja Kallas, che è ancora più falco di lui. In primavera, proprio la sua posizione di grande avversario della Russia e del regime di Vladimir Putin le era costata la nomina alla guida della Nato, alla quale poi è andato l’olandese Mark Rutte. Kallas aveva poi smontato il caso parlando della sua candidatura alla guida dell’organizzazione militare come di un «pesce d’aprile», ma aveva confermato che sarebbe comunque stata «un messaggio importante alla Russia e a Putin». Il messaggio da Bruxelles che darà al posto di Borrell farà rima con escalation? Purtroppo, dal punto di vista di un qualsiasi governo nazionale dopo il consenso all’uso delle armi in Russia c’è soltanto mandare i propri soldati a usarle.

Contro una deriva simile, ieri, si è di nuovo speso pubblicamente il capo della Farnesina. Tajani è andato dritto contro Borrell, ricordando che «ogni Paese è libero di decidere come è giusto utilizzare le armi inviate all’Ucraina. Noi abbiamo inviato soprattutto armi difensive: adesso stiamo per inviare la nuova batteria Samp-T, che è difensiva e non può essere utilizzata in territorio russo». Il vicepremier in quota Forza Italia ha anche tenuto a sottolineare che «noi non siamo in guerra con la Russia, la Nato non è in guerra con la Russia e quindi per l’Italia rimane la posizione di utilizzare le nostre armi all’interno del territorio ucraino». Sono cose che Borrell e gli altri falchi alla Emmanuel Macron sanno perfettamente, ma le loro continue fughe in avanti sono ben studiate e servono a creare un consenso politico che oggi non c’è, abituando l’orecchio dell’opinione pubblica europea all’idea di una guerra diretta con la Russia.

Non poteva ovviamente tacere l’Ungheria, al di là dell’ultimo sgarbo dell’Alto rappresentante. Il ministro degli Esteri, Péter Szijjártó, ha definito quelle di Borrell «proposte sconsiderate da Bruxelles sia sull’Ucraina che sul Medio Oriente. La pericolosa furia dell’Alto rappresentante deve essere fermata. Non vogliamo altre armi in Ucraina, non vogliamo altri morti, non vogliamo un’escalation della guerra, non vogliamo un’escalation della crisi in Medio Oriente». Per la cronaca, Borrell ieri ha anche accusato l’Ue di poco coraggio nei confronti di Israele, sostenendo che «non dovremmo avere tabù» quando si parla dell’attuale governo di Tel Aviv.

Intanto, sul fronte militare, la Russia continua a spostare le sue truppe migliori in territorio ucraino, per massimizzare le conquiste nel Donbass (ieri due nuovi villaggi conquistati), più che per difendere Belgorod e Kursk. Assai probabile che una strategia simile poggi sulla convinzione che alla fine si andrà verso un gigantesco baratto di territori con Kiev. Non a caso, due giorni fa l’analista Wolfgang Munchau scriveva sul Corriere della Sera che prima o poi «ci sarà qualcosa di molto simile allo scambio di prigionieri avvenuto di recente tra la Russia e l’Occidente». Sempre che qualche zelante non dichiari prima la terza guerra mondiale.

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