Siluro a Zelensky: «Esilio in Francia». Ombre cinesi sui negoziati
Volodymyr Zelensky (Ansa)
  • Elon Musk insulta l’ex comico («Si nutre di cadaveri dei soldati»), The Donald lo umilia: «Inutile averlo agli incontri, non ha carte. Migliori i colloqui con Putin che con lui».
  • L’Ue verso un nuovo pacchetto da 6-10 miliardi per Kiev. Madrid riesuma gli asset russi: «Investirli nella Difesa». L’amministrazione Usa: «Nessun diktat, ci consultiamo con l’Europa».

Lo speciale contiene due articoli.

Da Churchill a de Gaulle, il passo è breve: Volodymyr Zelensky era l’eroe della resistenza, rischia di ritrovarsi leader in esilio. Alla voce di Radio Londra toccò la capitale britannica; lui, secondo una fonte vicina all’esecutivo americano, citata dal New York Post, dovrebbe andare «immediatamente in Francia». Donald Trump, invece, sarebbe pronto a una mossa clamorosa: il principale settimanale transalpino, Le Point, sostiene che il 9 maggio sarà a Mosca per la Giornata della vittoria sul nazismo. Il tycoon però ha smentito nella tarda serata italiana.

Il presidente ucraino, reduce da uno scambio di veleni con l’omologo statunitense, è stato coperto di insulti pure da Elon Musk: il magnate lo ha definito «un dittatore» che «si nutre dei cadaveri dei suoi soldati». Poi è arrivata una mano tesa dall’inviato speciale di Washington, con cui l’ex attore si era incontrato a Kiev e che ha riferito di un colloquio «positivo» con un uomo «coraggioso». Alla convention dei conservatori di Washington, Mike Waltz ha assicurato che il comandante in capo, accantonate le sue perplessità, «firmerà l’accordo» per la fine del conflitto. Il consigliere per la sicurezza nazionale ha sottolineato che, senza il numero uno del movimento Maga, non si sarebbe mai arrivati a un punto così avanzato nel dialogo tra i belligeranti: «L’ho sentito dire anche da Putin e Zelensky». Quest’ultimo, intanto, ha dovuto riaprire il confronto con l’alleato sulle terre rare, complicato dalle «condizioni capestro» che Trump vorrebbe imporre: l’Ucraina avrebbe inviato una bozza d’intesa e starebbe «aspettando una risposta americana»; la versione di Waltz è che Zelensky sottoscriverà l’intesa «a brevissimo termine». Sarà per mettergli pressione che il tycoon gli ha tirato addosso altre secchiate di acqua gelata: in un’intervista a Fox radio, ha ribadito di non volerlo coinvolgere nelle trattative. «Se devo essere onesto, non penso sia importante (averlo, ndr) agli incontri. Quando Zelensky ha detto che non è stato invitato all’incontro» è perché «non era una priorità, visto che ha fatto un cattivo lavoro finora nel negoziare». Dopo,The Donald ha aggiunto che i colloqui con Vladimir Putin sono stati «ottimi», mentre non sono stati «così buoni» quelli con la controparte ucraina.

Per le sorti del presidente in tuta mimetica è un momento scurissimo. Tanto che Andrzej Duda, il collega polacco, gli ha suggerito di cooperare in maniera «calma e costruttiva» con l’inquilino della Casa Bianca, che fotografa la drammatica situazione sul campo: l’Ucraina, ha rincarato la dose ieri, «non ha alcuna carta in mano». In ogni caso, anche la Russia, benché in vantaggio nel Donbass, è consapevole che dovrà prepararsi a delle concessioni.

Sono balenate due ipotesi interessanti. La prima: avvertito dall’intelligence della possibilità che Putin usi la tregua per preparare un’altra micidiale offensiva, The Donald starebbe valutando una clausola in base alla quale una violazione degli accordi da parte russa comporterebbe la rapida ammissione dell’Ucraina nella Nato. Lo zar, dicono nel mentre gli 007 ucraini, vorrebbe dichiarare la vittoria il 24 febbraio, terzo anniversario dell’invasione. La seconda ipotesi: per Reuters, Mosca sarebbe disponibile a impiegare 300 miliardi di dollari di beni sovrani congelati in Europa per riparare i danni di guerra, purché una parte del denaro sia speso per le regioni occupate. Sempre l’agenzia statunitense ha svelato che, al netto dell’accelerazione degli ultimi giorni, il confronto tra delegazioni delle due potenze sarebbe già in corso da subito dopo l’elezione di Trump e gli incontri avrebbero avuto luogo in Svizzera.

Nel frattempo, sui negoziati irrompe un convitato di pietra: la Cina. Ieri, a Johannesburg, a margine del Consiglio ministeriale del G20, si è svolto un bilaterale sino-russo tra i rispettivi ministri degli Esteri. Wang Yi ha plaudito all’apertura di «uno spiraglio per la pace» e ha garantito il suo sostegno a «tutti gli sforzi» che possano condurre a un armistizio, «incluso il recente consenso raggiunto tra Stati Uniti e Russia». In realtà, a Pechino temono che il riavvicinamento tra Trump e Putin possa interrompere quel processo che stava portando il Paese dello zar dritto nelle fauci del Dragone. Uno scenario che non ha mai esaltato Mad Vlad, paradossalmente il più «occidentale» degli esponenti dell’élite russa, costretto nondimeno a fare di necessità virtù. Non è un mistero che disarticolare l’asse degli avversari strategici dell’Occidente sia uno degli obiettivi che sta perseguendo il tycoon. Ieri, l’ipotesi è stata esplicitamente evocata dall’autocrate bielorusso, Aljaksandr Lukashenko.

Perciò, il rappresentante cinese ha voluto ricordare a Sergej Lavrov la «posizione coerente» della sua nazione sulla crisi ucraina, insistendo sull’importanza del partenariato tra i due Paesi, che «sta avanzando verso un livello più elevato e dimensioni più ampie». Il capo della diplomazia russa è tornato sul rifiuto Usa di qualificare come «aggressore» la Federazione in una risoluzione Onu e ha elogiato il «pragmatismo» americano. Trump, con la Fox, ha sì ammesso che è stata la Russia ad attaccare, ma se l’è presa con la mala gestione di Joe Biden («È molto stupido»).

Il tentativo degli orientali di ritagliarsi un ruolo dovrebbe culminare in una imminente conversazione telefonica tra Putin e Xi Jinping. E l’Europa? Sia il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, sia Waltz, hanno rassicurato: non ci saranno diktat a nessuno e con il Vecchio continente ci sono e ci saranno contatti costanti. La verità è che, nel grande banchetto ucraino, chi aveva pagato il conto più salato rischia di rimanere a digiuno.

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