Il governo va in Cina mentre partono i dazi
Giorgia Meloni (Getty Images)
Urso a Pechino per fare da apripista alla visita della Meloni e lavorare sui futuri investimenti condivisi con il Dragone: in primis l’automotive. Ma per l’esecutivo si tratta di una missione ostica sotto la pressione delle tasse Ue e la politica della Casa Bianca.

Lo scorso inverno il governo di Giorgia Meloni ha disdetto l’accordo sulla Via della Seta. Un memorandum, firmato ai tempi di Giuseppe Conte e alla presenza di Sergio Mattarella e, ovviamente, Xi Jinping, che prevedeva un profondo scambio di informazioni sulle nostre reti di infrastrutture. Nella realtà il flusso di informazioni era univoco. Dall’Italia alla Cina e numerosi tentativi di investimento non sono mai andati a buon fine, almeno per quanto riguarda i porti. Per fortuna ci viene da dire, visto che una vera penetrazione cinese ci avrebbe messo in seria difficoltà con il resto dell’Europa e della Nato. Idem nel settore delle tlc. Qui e nello specifico il 5G, Pechino ha fatto di più e ha fornito al nostro Paese enormi quantità di hardware. Per questi motivi l’attuale esecutivo ha deciso di dire no alla proroga dell’accordo e ha fatto capire di voler passare dalla Via della Seta a quella dei Mercanti. No infrastrutture ma più commerci. E in effetti negli ultimi sei mesi abbiamo assistito a una escalation di notizie. Soprattutto sul tema automotive.

In questa chiave da domani a venerdì il ministro dell’industria Adolfo Urso volerà a Pechino per incontrare il suo omologo e una serie di manager delle quattro ruote. Lo scorso ottobre, una task force del Mimit si era recata in Cina per avviare dialoghi con le principali imprese nei settori della tecnologia green e dell’automotive, ottenendo riscontri positivi. Durante quella missione tecnica, i funzionari hanno rilanciato il gruppo di lavoro Italia-Cina sugli investimenti all’interno della Commissione mista bilaterale per la cooperazione economica. Questo gruppo si è riunito a Verona nello scorso aprile proprio per discutere di investimenti reciproci. Lo scorso aprile, il Mimit ha organizzato una seconda missione in Cina, coinvolgendo le massime strutture tecniche per ulteriori incontri con aziende dell’automotive, con un focus particolare sull’Auto show di Pechino.

La missione odierna rappresenta quindi la continuazione di una strategia, che si inserisce in un momento cruciale per la costruzione di quella che il governo definisce «autonomia strategica» nazionale ed europea. «Il viaggio a Pechino mira ad attrarre in Italia investimenti produttivi in un settore, come ad esempio l’automotive, dove i cinesi hanno mostrato un concreto interesse, anche alla luce del fertile ecosistema italiano della componentistica, del design e della nostra tecnologia green», fanno sapere fonti del Mimit. C’è però un ulteriore elemento politico da sviscerare. E si tratta della preparazione del viaggio di fine mese che vedrà protagonista la stessa Meloni. Una trasferta estremamente impegnativa e delicata. Da un lato imprescindibile e dall’altro pericolosa perché imporrà al governo di pattinare su un ghiaccio molto sottile. Innanzitutto dopo domani, mentre Urso sarà a Pechino scatteranno i dazi Ue sulle auto elettriche prodotte in Cina. Oltre alla tariffa standard si aggiungerà un ulteriore balzello fino al 38%. La Germania freme in direzione opposta. Sa che a finire nelle maglie non saranno solo i brand cinesi ma anche marchi tedeschi prodotti nel Paese asiatico. Un esempio su tutti: le Mini elettriche sono made in China.

Ma il tema è bollente anche per noi. All’Italia servono marchi che riempiano il vuoto lasciato da Stellantis e ai cinesi serve poter investire da noi, aprire aziende per bypassare i dazi. Porteranno occupazione? Sì certo. Porteranno indotto? No, perché di fatto qui ci sarà assemblaggio e anche se sarà messo l’obbligo di mantenere una quota di componenti Ue non saranno mai quelle a peso specifico tecnologico elevato. Ecco perché bisogna stare attenti. A maggior ragione su altri settori sensibili. La nostra industria della fibra ottica è collassata per colpa di Pechino e dell’incapacità italiana di porre adeguati vincoli tecnologici. E gli esempi sono numerosi. Tanto da indurci a chiedere cautela. Anche se siamo consapevoli che gli scambi commerciali tra Roma e Pechino mantengono un saldo negativo per noi. Nel 2022 di ben 41 miliardi. l’anno scorso di circa 28. Ambire a invertire le quote è giusto. Ma ci sono troppe variabili nei prossimi sei mesi da rendere complessa la messa a terra di qualunque strategia. Meloni, infatti, si troverà a navigare in un mare complesso perché a oggi non sappiamo cosa succederà alla Casa Bianca all’indomani dal voto. Nemmeno una vittoria di Donald Trump garantisce una posizione privilegiata del nostro Paese in ambito bilaterale, multilaterale e in sede Wto. D’altro canto con l’arrivo dei dazi sull’automotive il nostro settore agroalimentare rischia di essere un agnello sacrificale. I cinesi potrebbero chiedere dazi perché in Europa esistono i fondi della Pac. Capirlo prima sarebbe opportuno. Ma la diplomazia cinese è tutt’altro che trasparente. Ecco perché la missione della Meloni sarà un grande banco di prova.

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