- La maggioranza si compatta con un vertice e ribadisce la linea: nessun invio di militari e difesa di Kiev su base euroatlantica. Oggi la Meloni è a Parigi, dove Zelensky è arrivato in anticipo per vedere Macron.
- Netanyahu: «Se Hamas non libera gli ostaggi conquisteremo tutti i territori». Katz invita la popolazione a evacuare. E migliaia di palestinesi sfilano contro i miliziani.
Lo speciale contiene due articoli.
Va in onda oggi dall’Eliseo di Parigi il terzo episodio della saga dei volenterosi, ovvero quella pseudo coalizione di una trentina di nazioni europee e non solo che il presidente francese, Emmanuel Macron, e il premier britannico, Keir Starmer, stanno cercando di mettere in piedi per dare l’impressione che Parigi e Londra siano in grado di costruire alleanze ed elaborare strategie militari sull’Ucraina indipendentemente da Washington. Operazione quest’ultima ai limiti dell’impossibile, considerato che Stati Uniti e Russia stanno andando avanti in piena autonomia sulla strada del negoziato con il sostanziale via libera di Kiev, ma del resto la definizione della Treccani della parola «volenteroso» è la seguente: «Che è dotato di buona volontà, ma non sempre di vero talento».
Comunque sia, oggi a Parigi ci sarà anche Giorgia Meloni, che fa benissimo a sedere a tutti i tavoli, soprattutto se è la sua posizione originaria quella che si sta facendo strada nelle varie cancellerie europee. Posizione che il governo, al contrario di quanto afferma strumentalmente la sinistra, condivide in pieno: no alle truppe italiane in Ucraina e piena sinergia tra Ue e Stati Uniti per quelli che saranno i passi successivi alla (eventuale) pace, a partire dalle garanzie di sicurezza per Kiev.
Ieri a Palazzo Chigi c’è stato un vertice in preparazione del summit di oggi, convocato dalla Meloni, al quale hanno partecipato i vicepremier Antonio Tajani (in videocollegamento) e Matteo Salvini, insieme al ministro della Difesa, Guido Crosetto.
«Nel corso della riunione», fa sapere la presidenza del Consiglio, «è stato riaffermato l’impegno alla costruzione, insieme ai partner europei e occidentali e con gli Stati Uniti, di garanzie di sicurezza solide ed efficaci per l’Ucraina, che trovino fondamento nel contesto euroatlantico. Ciò anche sulla base di un modello che in parte possa ricalcare quanto previsto dall’articolo 5 del Trattato di Washington, ipotesi che sta riscontrando sempre più interesse tra i partner internazionali. L’incontro», recita ancora la nota, «ha inoltre permesso di ribadire che non è prevista alcuna partecipazione nazionale a un’eventuale forza militare sul terreno. È stato, infine, affrontato il tema dell’attuazione e del monitoraggio del cessate il fuoco, su cui si sta facendo spazio un possibile ruolo delle Nazioni Unite, che il governo italiano sostiene da tempo».
Soddisfatto Matteo Salvini, per il quale il vertice «è andato benissimo», e non potrebbe essere altrimenti, visto che la Lega ha sempre sostenuto la necessità di tenere ben saldo il rapporto con gli Usa e il «no» all’invio di militari italiani in Ucraina. Soddisfatto pure Tajani: «Non inviare militari in missione», commenta il ministro degli Esteri, «che non siano delle Nazioni unite, è l’unica condizione per noi. C’è condivisione sulla posizione che terrà la premier». «Non c’è», dice alla Verità una fonte autorevolissima del centrodestra, «una politica estera di Meloni, una di Salvini e una di Tajani. C’è una politica estera del governo ed è quella che stiamo mettendo in campo da quando è iniziata la guerra». Dunque oggi Giorgia Meloni ribadirà la posizione italiana, insistendo su quell’idea, garantire la sicurezza dell’Ucraina attraverso un meccanismo simile a quello dell’articolo 5 della Nato, pur non entrando Kiev nell’Alleanza atlantica. Se la Russia, dopo la pace, dovesse attaccare di nuovo, in sostanza, la Nato reagirebbe compatta.
Oggi a Parigi ci sarà anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, che spegne subito i sogni di Macron e Starmer rispetto alla dipendenza dagli Usa sotto il profilo innanzitutto dell’atomica: «Rispetto molto la deterrenza nucleare francese e anche quella britannica», dice Rutte, «ma non ci sono alternative all’ombrello nucleare che gli Stati Uniti ci stanno fornendo. Quando si guarda alla quantità di testate nucleari puntate contro di noi dalla Russia e sempre più, tra l’altro, dalla Cina, che arriverà a 1.000 testate entro il 2030», aggiunge Rutte, «l’unica deterrenza nucleare credibile e ultimo garante della nostra libertà sono gli Stati Uniti d’America. Non bisogna prenderci in giro. Non c’è modo che i francesi e i britannici possano sostituirlo, ed è comunque importante che abbiano quella deterrenza nucleare». Parigi, ricordiamolo, ha 290 testate nucleari, Londra 220. L’arsenale nucleare di Washington è stimato in oltre 5.000 testate, Mosca ne avrebbe qualche centinaio in più.
All’incontro ci sarà anche Zelensky, arrivato a Parigi ieri sera. Getta benzina sul fuoco Igor Jovkva, consigliere del leader di Kiev: «L’Ucraina», dive Jovkva all’Afp, «ha bisogno di soldati europei pronti a combattere sul suo territorio dopo la guerra e non di una forza di mantenimento della pace. Non è la quantità che conta. È anche la loro volontà di combattere, di difendersi, di attrezzarsi e di capire che l’Ucraina è una parte essenziale della sicurezza europea. Non abbiamo bisogno di missioni di mantenimento della pace». Se sono queste le premesse con le quali l’Ucraina oggi si presenterà al vertice di Parigi, c’è da prevedere che la coalizione dei «volenterosi» farà molta molta fatica a trasformarsi da operazione di immagine in qualcosa di concreto.
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