- Macron prova a sabotare il bilaterale di Istanbul, i leader riuniti in Inghilterra invitano a diffidare dello zar. La solita Kallas accusa: «Gli invasori continuano a bombardare». E i polacchi aprono una crisi diplomatica.
- Offerta di Indra, sostenuta dal governo di Madrid, per la divisione militare di Iveco. Leonardo e Rheinmetall avevano proposto il doppio degli iberici: 1,5 miliardi.
Lo speciale contiene due articoli.
I ministri degli Esteri europei «accolgono con favore gli sforzi di pace» degli Usa. Ma in realtà, i leader del Vecchio continente faticano a celare l’insofferenza per l’ipotesi di un incontro tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin, dopodomani in Turchia. Il copione non cambia: Donald Trump cerca di intensificare la pressione su Mosca per arrivare a una soluzione; loro, di rinviare il momento in cui, all’atto di siglare la pace, sarà messo nero su bianco che la guerra contro la Russia è perduta. E che l’hanno persa l’America di Joe Biden e l’Europa delle Ursula von der Leyen, delle Kaja Kallas, degli Emmanuel Macron.
Proprio il presidente francese, domenica sera, tuonava: niente vertice a Istanbul senza prima un cessate il fuoco. L’inquilino della Casa Bianca, invece, spingeva per lo storico colloquio anche in assenza di una tregua al fronte. Zelensky ha dato retta all’americano: sarebbe disposto a vedersi con lo zar in ogni caso (e il tycoon potrebbe seguirlo). Una mossa intelligente, che ha costretto il Cremlino a scoprire le carte, con una fumosa predica contro «il linguaggio degli ultimatum». Soprattutto, una sberla al galletto che, insieme al tedesco Friedrich Merz e al britannico Keir Starmer, si era fiondato a Kiev per catechizzare il capo della resistenza. Così, mentre il presidente ucraino confida che si avvicini la fine della guerra e Recep Erdogan assicura che farà ogni sforzo con il «caro amico» Trump, l’inquilino dell’Eliseo s’industria per piazzare qualche mina. Evocando, ad esempio «ulteriori sanzioni» a danno dei russi.
Bruxelles è sintonizzata sulla medesima lunghezza d’onda: domani gli ambasciatori dei Paesi membri si riuniranno per discutere del diciassettesimo pacchetto di contromisure economiche, che prevede di inserire nella lista nera europea le navi della flotta ombra di Mosca, oltre che di colpire le attività ibride della Federazione, le violazioni dei diritti umani e l’uso di armi chimiche. Più facile a dirsi che a farsi. Il punto politico, però, è cristallino: la guerra deve andare avanti.
La versione delle cancellerie è che Putin bluffa. L’Alto rappresentante, Kaja Kallas, ha accusato la Russia di continuare a «fare giochetti», mentre insiste a bombardare. «Bisogna essere in due per fare la pace», ha lamentato. Morale della favola? Servono ulteriori sanzioni. Anche dalla riunione del gruppo Weimar +, che si è svolta ieri a Londra, è emerso un sentimento di «scetticismo» verso le parziali aperture del Cremlino: sono una «mossa tattica», tagliavano corto fonti diplomatiche; «la Russia non ha mostrato alcuna seria intenzione di compiere progressi» verso la pace, accusava il testo delle conclusioni. Giorgia Meloni ha lodato Zelensky per la sua scelta di offrirsi al bilaterale con il presidente nemico. E il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha insistito: non c’è da fidarsi di Putin. Può darsi abbia ragione. È evidente che Oltrecortina puntano a tirarla per le lunghe, sperando di blindare le posizioni sul terreno, oppure di scucire amplissime concessioni a un Trump esasperato. È anche vero che resta da sbrogliare quello che lo zar considera il vero nodo: lo status della Federazione quale potenza dotata di una sfera d’influenza che l’Occidente – pretendono i russi – dovrebbe impegnarsi a non insidiare.
Tanto per contribuire al disgelo, poi, la Polonia ha chiuso il consolato di Mosca e ha convocato l’ambasciatore, per chiedere conto delle risultanze di un’indagine che attribuisce a sabotatori di Putin la responsabilità di un incendio in un centro commerciale a Varsavia, avvenuto nel 2024.
L’atteggiamento dell’Europa, per di più, apre una breccia in cui potrebbe infilarsi la Cina. La quale, come Macron e l’Ue, condivide il proposito di ostacolare il riavvicinamento tra Mosca e Washington. Era il senso della presenza di Xi Jinping alla parata russa per celebrare gli 80 anni dalla vittoria sul nazismo; anche perché, vista la situazione, il Dragone, blindando il suo rapporto speciale con la Russia, la ridurrebbe a un comodissimo Stato vassallo. Ieri, Pechino ha sollecitato un «accordo di pace vincolante», mentre il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha sottolineato che la proposta di Putin per una trattativa diretta con Zelensky ha «il sostegno dei leader di molti Paesi», inclusi i Brics. Interlocutori preziosi per il credito di cui godono presso lo zar. Tuttavia, aggiungere altri posti a tavola renderebbe più arduo raggiungere un accordo vantaggioso. Su di esso, finirebbero per pesare gli appetiti dei troppi commensali.
Vale sempre lo stesso ragionamento: c’è chi, con fatica, prova a ricavare un sentiero per negoziati risolutivi; e c’è chi va a caccia di motivi per tenere aperte le ostilità. A che scopo? Coprire uno smacco strategico epocale e giustificare, in nome della minaccia russa, il piano miliardario per il riarmo. In ballo ci sono gli investimenti delle aziende della Difesa in Ucraina; la task force dell’Ue per integrare le rispettive industrie; la Von der Leyen che incontra i campioni del settore; le Borse che calano ai primi segnali di distensione; la rincorsa di Parigi e Londra per intestarsi la guida del continente manu militari. «Pace disarmata e disarmante»: se qualcuno ascoltasse il mite ruggito di Leone…
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