Armare Kiev è una violazione del Trattato Ue
  • Il corpus istitutivo dell’Unione prevede, all’articolo 21, l’obiettivo di «preservare la pace e prevenire i conflitti». Inoltre, l’articolo 42 dice chiaramente che l’intervento bellico serve solo in difesa di un Paese membro. Tutto il contrario di quanto sta facendo Bruxelles.
  • Domani potrebbe iniziare a funzionare l’accordo sul grano. Bombe russe sul Donetsk.

Lo speciale contiene due articoli.

È di pochi giorni fa la notizia che i ministri degli Esteri dei Paesi aderenti all’Unione europea hanno deciso un ennesimo invio di armi all’Ucraina, per un importo di circa 500 milioni di euro. L’annuncio è stato dato, con toni trionfalistici degni di miglior causa, da Joseph Borrel, alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la sicurezza, il quale ha affermato che: «L’Ucraina ha bisogno di più armi e noi gliele forniremo e continueremo a sostenerla». La cosa ha avuto scarso risalto nei mezzi di comunicazione, dato che l’opinione pubblica europea si è ormai assuefatta, grazie all’intensa opera di propaganda a senso unico cui è stata sottoposta, all’idea che l’Unione europea debba «fare la sua parte» nel sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina contro la Russia e che questa «parte» debba necessariamente comprendere la fornitura di armi. Non sarebbe stato, infatti, possibile – si è insistentemente e da tutti affermato – che, a fronte dell’aggressione militare subita dall’Ucraina ad opera della Russia, l’Unione europea rimanesse inattiva e indifferente.

Nessuno si è però preoccupato, a quanto sembra, di chiedersi se tra il rimanere inattiva e indifferente ed il partecipare indirettamente alla guerra con l’invio di armi all’Ucraina non vi fosse, per l’Unione europea, una terza alternativa; quella, cioè, della mediazione, che sarebbe stata, anzi, da ritenere l’unica possibile, se si fosse voluto operare – come, in realtà, sarebbe stato doveroso – conformemente a quanto disposto dal Trattato istitutivo della stessa Unione. Questo, infatti, nel dettare le «disposizioni generali sull’azione esterna dell’Unione», indica, all’art. 21, comma II, lett. c), tra i fini di tale azione quello di «preservare la pace, prevenire i conflitti e rafforzare la sicurezza internazionale, conformemente agli obiettivi ed ai principi della Carta delle Nazioni unite nonché ai principia dell’Atto finale di Helsinki e agli obiettivi della Carta di Parigi, compresi quelli relativi alle frontiere esterne».

Ora, non occorre certo essere specialisti in diritto comunitario ed internazionale per rendersi conto che l’invio di armi ad un Paese belligerante, quali che siano le cause per le quali esso si trova in guerra, non risponde in alcun modo alle suddette finalità ma si pone, anzi, con esse in radicale contrasto. Da una tale condotta, infatti, può derivare soltanto un prolungamento della guerra, cui si aggiunge, necessariamente, anche il grave pericolo di una sua estensione. D’altra parte, l’obbligo dell’assistenza militare a carico di tutti gli Stati dell’Unione è previsto, dall’art. 42, comma 7, del Trattato, soltanto per il caso in cui sia stato uno di essi a subire «un’aggressione armata nel suo territorio»; il che non si verifica per l’Ucraina, giacché questa, com’è noto, non fa parte dell’Unione europea.

In realtà, quindi, già all’epoca in cui la guerra non era ancora scoppiata ma se ne avvertiva il pericolo, desumibile dal massiccio concentramento di truppe russe ai confini dell’Ucraina, l’Unione europea, se avesse voluto attenersi ai principi fissati nel Trattato istitutivo, avrebbe dovuto adoperare, magari per vie riservate, tutta la sua possibile influenza per far sì che le parti interessate, ciascuna delle quali portatrice di aspettative ed interessi non palesemente privi di un qualsiasi fondamento, raggiungessero un accordo onorevole che escludesse l’uso della forza. Non è detto che vi sarebbe riuscita, ma per lo meno, provandoci, avrebbe mostrato fedeltà a quei principi che, invece, ha preferito clamorosamente tradire per appiattirsi servilmente sulla posizione americana, dalla quale era più che prevedibile che sarebbe scaturita la decisione della Russia di dar luogo all’intervento militare. Il che non vale, naturalmente, a rendere quest’ultimo giustificato ma vale soltanto a sottrarlo alla sfera dell’astratto e legalistico moralismo per ricondurlo in quella della politica, nella quale più che in ogni altra vale l’aurea massima di Alessandro Manzoni (cap. I dei Promessi sposi), secondo cui: «La ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro».

Ma ancora più grave è il distacco dai principi del Trattato istitutivo che l’Unione europea ha manifestato a guerra ormai scoppiata, schierandosi incondizionatamente con uno dei belligeranti e sostenendolo attivamente con l’aiuto militare, laddove quei principi avrebbero invece imposto la ricerca di ogni possibile e ragionevole soluzione negoziale del conflitto, da proporre anche mediante la prospettazione di vantaggiose contropartite a quella, tra le parti in causa, per le quali la soluzione negoziale potesse apparire più penalizzante. Il risultato è stato quello che l’Europa si è resa totalmente dipendente dalle decisioni di un personaggio quale l’attuale presidente dell’Ucraina, Volodymir Zelensky e, dietro di lui, del presidente Usa Joe Biden, alla volontà del quale si deve far risalire, con ogni evidenza, l’abbandono, da parte del primo, dell’apparente disponibilità al compromesso pubblicamente e reiteratamente manifestata nei primi tempi successivi all’inizio delle ostilità. Per converso, il ruolo di possibile pacificatore è stato assunto, a scorno dell’Europa, da Recep Tayyit Erdogan, presidente della Turchia (che pure fa parte della Nato), il quale da tale assunzione trae visibilità e prestigio internazionale, tanto da far dimenticare la sua – diciamo – non perfetta adesione alle regole basilari della democrazia rappresentativa. Il che non deve né stupire né scandalizzare. Piaccia o non piaccia, la stragrande maggioranza dei comuni cittadini desidera, ben a ragione, la pace e preferisce, quindi, dar credito a un dittatore che operi, o dia la sensazione di operare, in favore della pace piuttosto che a capi democraticamente eletti i quali operino, senza neppure preoccuparsi di nasconderlo, in favore della prosecuzione della guerra.


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