- Toni anni ’70 da Susanna Camusso & C. Rispunta Livia Turco: «Senza migranti niente famiglie». Laura Boldrini: «Giù le mani dalla 194».
- Per Luigi Di Maio il convegno semina «odio e discriminazione». Matteo Salvini replica: «Sarei io lo sfigato?». Poi richiama Vincenzo Spadafora: «Pensi a velocizzare le adozioni». Giorgia Meloni: «Resisteremo».
Lo speciale contiene due articoli.
«Donne di sinistra, riprendiamoci le città chiave del nostro Paese». L’urlo di Monica Cirinnà provoca un delirio di applausi all’incontro pubblico «Liber.e di scegliere» che a Verona ha aperto la «contromanifestazione della società reale», indignata dalle tematiche su vita, diritti di donne e bambini che sono al centro dei lavori del Congresso mondiale delle famiglie. Indossando una maglietta con la scritta «Il loro amore brucerà ancora più forte», in sostegno dei due gay aggrediti nella città scaligera un anno fa perché, spiega la senatrice, «hanno cercato di bruciare il matrimonio tra due uomini», la Cirinnà rivela infine la natura politica della mobilitazione. «Verona, fortemente contaminata da persone pericolose, da neofascisti e neonazisti, deve tornare una città combattente con un nuovo sindaco», scandisce forte e chiaro. Si alzano in piedi le donne che affollano il cinema K2, 500 posti a sedere (altrettante persone rimaste fuori per mancanza di spazio), affittato da Cgil, Cisl, Uil di Verona, dal comitato Se non ora quando, da Telefono rosa e da altre associazioni. Voleva essere una risposta al Congresso «che ha tanti mezzi a disposizione, ha l’appoggio del governo, ha il lavoro di lobby alle spalle, ha a sostenerlo la rete dell’integralismo cattolico, i media, la propaganda demagogica e, purtroppo, la disinformazione di molti cittadini». L’idea di cacciare un primo cittadino democraticamente eletto non indigna le femministe, anzi le esalta. Hanno risposto entusiaste alla convocazione contro la convention del World congress of families (Wcf), ma l’intera assemblea lancia strali anche contro il governo e rivendica il ruolo fondamentale del femminismo definito «la più grande rivoluzione del Novecento», da Laura Boldrini, ex presidente della Camera e deputata Leu. L’incontro, moderato dalla giornalista radiofonica Natascha Lusenti, che spesso dimentica di presentare i relatori, ma volentieri li interrompe per enfatizzare i toni (impossibile non fare paragoni con la pacatezza di Eva Crosetta, madrina del Congresso), si era aperto con l’intervento di Giorgio Gosetti, sociologo dell’università di Verona, esperto di «mercato del lavoro e di qualità della vita». Il professore spiega che «la terza missione dell’università è di essere dentro la società civile» e che è necessario «creare un altro modo di pensare, che dia valore al dubbio, alla diversità. L’omogeneo e il lineare non esistono», sentenzia, ringraziando tra gli ospiti in prima fila Riccardo Panattoni, direttore del dipartimento di scienze umane dell’ateneo veronese, primo firmatario della lettera di protesta di docenti e ricercatori contro il Congresso, che mancherebbe di scientificità. Il direttore del dipartimento di cui fa parte Politesse, laboratorio di studi gender che sforna seminari sul tema Lgbt appoggiati dall’università. Quando sul palco sale Laura Boldrini, il pubblico femminile comincia a scaldarsi, la deputata sa quali toni scegliere. Prima di lei, Gabriella Congiu di Se non ora quando (il comitato di Torino che ha tradotto il programma di Agenda Europa, «rete di mobilitazione che mira a portare un arretramento dei diritti umani» e che sarebbe la «vera anima del Wcf»), aveva messo in guardia: «Questo Congresso si propone di cancellare l’Europa dei diritti». La Boldrini incalza: «Noi crediamo alle libertà e ai diritti di tutti. Al ministro Salvini diciamo: “Not in my name”, no alla donna solo madre e moglie e che non avrebbe diritto di interrompere la gravidanza». L’ex presidente della Camera strilla: «Giù le mani dalla 194, è una legge dello Stato», partono applausi e l’auditorio freme.
Tocca a Livia Turco, la moderatrice le rivolge una domanda tranello: «Si poteva fare di più per evitare un congresso come quello in corso alla Gran Guardia?». L’ex ministra piddina reagisce con veemenza, urla che non ha nulla da rimproverarsi, che non se la sente di fare autocritica perché «abbiamo cambiato questo Paese e vorremmo che ci fossero riconosciute di più le tante battaglie fatte». Esorta le donne a non «essere timide», a combattere perché si facciano leggi che le tutelino, con più asili nido e più servizi sociali. Ma perché mai non ci ha pensato quando era ministro della Solidarietà sociale nei governi Prodi e D’Alema? Imperterrita continua a inveire contro chi non fa leggi per tutelare l’universo femminile e con la voce ormai strozzata esala un: «Vergogna! Le nostre famiglie non esisterebbero se non ci fossero gli emigrati». Colpo di genio della Lusenti: «Se al governo preoccupa la denatalità, diamo la cittadinanza al milione di ragazzi extracomunitari che vivono in Italia», propone e sorride felice del coro di sì che parte da chi indossa magliette con scritte come «Partigiani sempre» o «Famiglie arcobaleno». Se la sindacalista Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, con le altre colleghe di Cisl e Uil interessa ma non coinvolge il pubblico, la scintilla in platea si riaccende con l’Illuminante intervento di Cristina Simoncelli, presidente del Coordinamento teologhe italiane. Ha detto di aspettarsi «parole di perdono della Chiesa nei confronti dell’omosessualità», perché le famiglie «sono tutte le realtà che si mettono insieme» e molte persone Lgbt ancora non si sentono accolte e pienamente riconosciute. Domandina di Natascha Lusenti: «Pensa che questo possa accadere sotto il pontificato di papa Francesco?». La teologa scuote la testa, mestamente.
E arriviamo alla Cirinnà. Dopo aver annunciato felice «che il nuovo segretario del Pd è femminista» e di tutt’altra pasta rispetto «all’uomo solo al comando (Matteo Salvini, ndr) che parla in quell’oscura enclave di oscurantisti», la madrina delle unioni civili ha assicurato che «il vero congresso sarà quello delle famiglie arcobaleno sabato prossimo a Rimini». Poi è andata al sodo, al nodo della questione. «La presenza più grave al contesto degli odiatori è quella del ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti», inveisce Monica Cirinnà. Aggiunge: «Attento Bussetti, se davvero vuoi proteggere le donne devi consentire l’educazione sessuale, l’educazione alla differenza di genere». Eccola, la preoccupazione più grande dell’amica degli Lgbt, il via libera all’educazione gender ai nostri figli. Perla finale: «La scuola pubblica ti deve aiutare se hai avuto la sfiga di nascere in una di quelle famiglie oscurantiste». Standing ovation, mentre si preparavano al flash mob sul ponte di Castelvecchio, accompagnate dalla canzone Viva la Libertà «che Jovanotti ha molto gentilmente concesso di utilizzare per l’occasione». Poi, tutte a manifestare con gli altri collettivi, indossando qualcosa di bianco e portando con sé guanti da lavoro colorati.
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