La Corte dei Conti Ue ha diffuso ieri le proprie valutazioni sul bilancio Ue del 2025 e, per il settimo anno di fila, ha strigliato la Commissione. Ebbene, tra errori e sprechi grotteschi si tratta di un elenco di inefficienze che ha dell’incredibile.

Il tasso d’errore è salito dal 3,6 al 3,8%, quasi il doppio della soglia del 2% oltre la quale le irregolarità sono considerate rilevanti. Nei fondi di coesione l’errore arriva al 6,6%, in agricoltura al 3,9%.

Fondi di coesione e agricoltura, gli errori valgono 6-7 miliardi

Questo tasso misura la quota di spesa che non avrebbe dovuto essere pagata perché viola le regole europee o nazionali. Si tratta cioè di costi inammissibili in partenza, beneficiari senza requisiti, appalti assegnati senza gara, documenti mancanti. Poiché la base di calcolo è una spesa di 176 miliardi, si tratta di circa 6-7 miliardi di euro regalati a chi non ne aveva diritto.

Non male, considerato che si tratta di soldi nostri, quelli che come contributore netto al bilancio Ue l’Italia versa ogni anno. Questi errori non riguardano le frodi e neppure l’inutilità di certi progetti, che se vengono pagati rispettando le regole non risultano come errore.

La Corte controlla le carte, non come Bruxelles spende i soldi

La Corte verifica le carte, non i progetti. Quelli dovrebbero essere giudicati dagli elettori, ma si sa che l’Ue è al riparo dal processo elettorale. La stessa Bruxelles che vigila sui decimali di deficit degli Stati membri non riesce a controllare come essa stessa spende i soldi dei cittadini.

Ai 176 miliardi del bilancio 2025 vanno aggiunti i 40 miliardi di sovvenzioni del dispositivo per la ripresa e la resilienza (Rrf), il fondo da cui sono stati finanziati i vari Pnrr nazionali che la Commissione vuole prendere a modello per il prossimo bilancio 2028-2034.

Dal fondo, a fine 2025, erano stati erogati 237 miliardi di euro sui 359 impegnati, e oltre 122 miliardi di sovvenzioni restano da pagare in un solo anno, l’ultimo. Soltanto tre Stati su 27 avevano utilizzato almeno l’80% delle sovvenzioni assegnate. Dei 37 pagamenti esaminati nel 2025, nove non rispettavano le condizioni, il che ha spinto la Corte a un giudizio con riserva sui 45,4 miliardi spesi.

Pnrr, nove pagamenti su 37 non rispettano le condizioni

L’elenco degli spropositi è imbarazzante. In Lettonia una mappatura del personale sanitario è stata pagata due volte, una con il Rrf e una con un altro fondo Ue. In Polonia il traguardo sulle norme di qualità della biomassa è stato giudicato raggiunto pur coprendo solo il 14,9% degli impianti domestici.

Dalla Grecia alla Svezia, la lista degli sprechi europei

A Cipro la Commissione ha pagato la rata del Pnrr accettando sulla parola che fosse stato smaltito l’80% di un arretrato di 20.000 pratiche catastali, senza controllarne una. L’Irlanda ha chiesto e ottenuto il pagamento su un obiettivo di 12.450 laureati in informatica e un mese dopo ha ottenuto la riduzione dell’obiettivo a 10.900.

Il coordinatore di un progetto Erasmus+ di ginnastica per anziani si è tenuto il 71% della sovvenzione. In Germania, è stata concessa una sovvenzione forfettaria a una azienda che produce munizioni con un bilancio tra il vago e il fantasioso.

In Grecia 7 ettari di pascolo a capre che non c’erano

Sulla spesa ordinaria le storie sono anche più eloquenti. In Grecia un allevatore ha dichiarato 102 capi tra ovini e caprini e ha così ottenuto 7,14 ettari di pascolo pubblico sull’isola di Kythnos, a oltre 226 chilometri dalla stalla dove gli animali si trovano, a Creta.

Nessun animale ha mai fatto quel viaggio e sui terreni non c’era un solo animale, ovviamente, mentre le regole chiedono un minimo di capi per ettaro. Inoltre, solo uno dei sei appezzamenti assegnati dallo Stato greco era davvero pubblico. Il contributo è stato pagato lo stesso.

In Svezia un’unica impresa ha ricevuto in un solo giorno 24 decisioni di aiuto di Stato per 34,6 milioni di euro (con i complimenti di Bruxelles, supponiamo).

Nel Regno Unito, con fondi europei ancora attivi dopo la Brexit, un contratto di trasporto per richiedenti asilo è passato da 3,3 a 9,7 milioni di sterline con tre modifiche senza gara, e un contratto di formazione in carcere è stato prorogato di 32 mesi, con un aumento di oltre il 50%, con lo scopo dichiarato di spendere i fondi sociali rimasti disponibili. Evidentemente, nessuno li ha chiesti indietro.

In un Paese del Sudest asiatico, un progetto da 2,56 milioni per promuovere il solare ha comprato 15 pannelli dimostrativi che il beneficiario ha tenuto in magazzino cinque anni e poi regalato a una scuola, dove ne funzionano due.

In un Paese dell’Africa sudorientale le strade rurali pagate dall’Ue, cioè da noi, avevano l’asfalto più sottile del previsto e i canali di scolo già pieni di sabbia a lavori in corso.

Il capodelegazione della Lega al Parlamento europeo, Paolo Borchia, ha annunciato un’interrogazione alla Commissione: «Dal bilancio comunitario emergono sprechi, irregolarità e una gestione delle risorse che non è più accettabile».

Debito Ue verso quota 1.000 miliardi: pesa il Next Generation Eu

Ma il rigore che Bruxelles chiede agli Stati manca anche sui debiti dell’Unione. I prestiti in essere, che erano a 52 miliardi nel 2019, sono saliti a 739 miliardi a fine 2025 e toccheranno i 1.000 miliardi entro il 2027, una cifra che si somma ai debiti nazionali.

Pesano il Next generation Eu, i 170 miliardi di prestiti all’Ucraina decisi dal 2014 e i 150 miliardi di Safe, lo strumento con cui l’Ue presta agli Stati i soldi per gli armamenti. Per tutti questi prestiti agli Stati, l’Ue si è indebitata sui mercati e gli interessi sul Next generation Eu da pagare nel bilancio in corso arriveranno a 28,3 miliardi, il doppio dei 14,9 previsti nel 2020.

Nel settennato 2028-2034 potrebbero costare altri 93 miliardi ma la Commissione, rileva la Corte, non ha ancora pubblicato una strategia di rimborso fino al 2058.

Infine, c’è la spesa delle istituzioni europee per la propria struttura, 13,8 miliardi nel 2025, di cui il 71% in stipendi e pensioni.

Anche qui gli auditor hanno trovato una sfilza impressionante di bestialità. Cifre singolarmente modeste rispetto al resto, ma significative perché riguardano una burocrazia opaca che, al contrario dei governi nazionali, non deve mai rendere conto a un elettore di come spende.

Flessibilità all’Italia: Bruxelles fa melina

di Laura Della Pasqua

L’Italia incassa dalla Commissione europea il via libera all’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, per le spese su Difesa e energia, ma per ottenere maggiore flessibilità la strada è in salita.

Flessibilità all’Italia, Bruxelles prende tempo sulla clausola energia

Palazzo Berlaymont si è preso del tempo per esaminare la lettera inviata dal governo e in un primo momento il consenso non sembrava nemmeno tanto sicuro. «L’Italia è il diciannovesimo Stato membro a richiedere l’attivazione della clausola, e la nostra valutazione ha concluso che l’attivazione della clausola non mette in pericolo la sostenibilità fiscale a medio termine nel caso dell’Italia», ha detto il portavoce. Ora la palla passa al Consiglio Ue, che dovrà decidere entro un mese.

Giorgetti sfida i Paesi frugali: «Servono più margini sui conti»

Ieri l’Eurogruppo ha avviato un «ampio dibattito sulle ricadute negative sui conti pubblici causate dall’inflazione che ha superato ampiamente le stime previste», come ha precisato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e la richiesta italiana di ulteriore flessibilità «ha ricevuto numerosi consensi, al netto delle tradizionali perplessità dei Paesi frugali».

«Alla Commissione», dice Giorgetti, «abbiamo chiesto un’ulteriore riflessione sulla questione, al fine di una corretta interpretazione dei fattori rilevanti per il rispetto dell’attuale Patto di stabilità».

«Siamo fiduciosi che le buone ragioni tecniche potranno, con gli opportuni approfondimenti e le adeguate forme, trovare la corretta interpretazione delle regole anche all’interno della clausola energia, già approvata con decisioni coerenti con la sostenibilità della finanza pubblica».

L’Eurogruppo, come è emerso dalle parole del presidente, Kyriakos Pierrakakis, che è anche ministro greco, ha esaminato i due risvolti della crisi energetica, che richiedono «un delicato equilibrio».

Pierrakakis: «Proteggere i cittadini senza compromettere la stabilità»

Da una parte, ha detto Pierrakakis, «dobbiamo proteggere i cittadini dai prezzi elevati dell’energia», ma dall’altra «non si devono inviare segnali di bilancio sbagliati. Dobbiamo sostenere l’attività economica senza compromettere la stabilità e dobbiamo finanziare le esigenze future, salvaguardando al contempo la nostra credibilità».

Quindi la tutela dei cittadini è «una priorità immediata, ma le misure di sostegno devono essere concepite in modo da evitare di gravare in modo sproporzionato sulle finanze pubbliche. Allo stesso tempo, la politica energetica dell’Europa non può essere dettata da una crisi dopo l’altra».

Quindi la solita sollecitazione di «una pianificazione e di investimenti a lungo termine per rafforzare la nostra autonomia energetica. Ciò significa più energia pulita, maggiore elettrificazione, reti più solide e migliori interconnessioni».

Dombrovskis frena, Paesi frugali contro nuove deroghe ai conti

Il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, è stato più diretto: «Non possiamo introdurre continuamente nuove flessibilità fiscali. Ciò potrebbe mettere in dubbio la determinazione collettiva ad attuare il quadro di bilancio concordato, in un momento in cui la credibilità del nostro impegno a favore della sostenibilità di bilancio è fondamentale».

Ha aggiunto di aver avuto un colloquio sia con Pierrakakis che con Giorgetti e che le richieste di Italia e Grecia saranno esaminate più a fondo. Disponibilità quindi a una valutazione della richiesta, ma Dombrovskis resta comunque fermo nella considerazione, e ieri lo ha ripetuto, che «il Patto di stabilità Ue già prende in considerazione le pressioni al rialzo sull’inflazione, nell’ambito della valutazione complessiva dei fattori rilevanti quando si esamina il rispetto delle regole fiscali da parte degli Stati membri».

Il commissario giustifica la cautela, soprattutto alla luce dell’attuale evoluzione del mercato obbligazionario. «Nelle ultime settimane abbiamo assistito a un aumento dei rendimenti sui mercati obbligazionari globali e a un ampliamento degli spread. È quindi necessaria prudenza fiscale».

I frugali chiudono alla flessibilità, Madrid apre a Italia e Grecia

Temi questi portati avanti dai Paesi tradizionalmente contrari a deroghe dalle regole sul deficit. «Comincio a stancarmi di questa discussione. Sento ripetere sempre la stessa cosa: rendiamo più flessibili le regole di bilancio», si lamenta il ministro delle Finanze olandese, Eelco Heinen, e avverte chi non terrà a bada i disavanzi, di «non bussare alla porta dei Paesi Bassi chiedendo di pagare il conto».

Stessa musica da Berlino. «Abbiamo appena rivisto le regole fiscali europee», ha detto il ministro delle Finanze, Lars Klingbeil. Anche il Belgio chiude alla richiesta italiana. Il ministro delle Finanze, Vincent van Peteghem, ingoia amaro: «Non sono favorevole ma se proprio dobbiamo modificare le regole, le misure siano temporanee».

Madrid invece si dice «aperta» a valutare le proposte di Italia e Grecia, perché «bisogna tenere conto delle circostanze eccezionali alle quali dobbiamo far fronte a causa della guerra in Iran, ma considerando la sostenibilità dei conti pubblici».

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