Integrazione fallita: i bimbi stranieri spariscono dalla scuola
(Ansa)
  • Siamo il Paese europeo col più alto tasso di abbandono scolastico tra gli studenti di origine straniera: uno su tre si ferma alla licenza media. Una situazione che il Covid ha ulteriormente peggiorato.
  • La preside di un istituto veneto: «Qui pochi italiani, le bambine partono per sposarsi».
  • Il consigliere di Novellara, il Comune del caso Saman: «Pure lei aveva chiesto aiuto, invano».
  • Spinti dagli estremisti, molti rinunciano alle lezioni e si formano nelle moschee. Spesso per combattere all’estero. Souad Sbai: «Vengono separati dalla società fin da piccoli, abbiamo l’Afghanistan in casa».

Lo speciale contiene quattro articoli.

«Yan non si è svegliato. Ha dormito fino a tardi. Non andrà a scuola nemmeno oggi, amen».

La mamma che ci sta davanti sta parlando con il marito. Il figlio non si è svegliato nemmeno stamattina. Sarà un mese che manca da scuola. Loro sono una famiglia di immigrati cinesi giunti in Italia poco prima del Covid. Il figlio continua a perdere giorni di lezione, arriva in ritardo, esce prima, sostanzialmente fa quello che vuole con il beneplacito di padre e madre. La stessa cosa accade per molti bambini e ragazzini di altre nazionalità.

Alcuni sono nati in Italia da genitori stranieri. Altri sono nati all’estero e poi giunti nel nostro Paese.

L’Italia, da tempo, è diventato il luogo dove chiunque può entrare e chiunque può uscire e anche se non sei in regola nessuno ti dice niente. Anzi. Gli stranieri entrano. Escono. Fanno quello che vogliono. Tenerne il conto diventa sempre più difficile. Molti si perdono via, alcuni sono completamente abbandonati a sé stessi e alle file dei banchi di scuola preferiscono quelle della criminalità. Basta passare per qualche parco di qualche città al mattino per vedere ragazzini di 12, 13, 14, 15 anni, tutti stranieri, seduti sulle panchine senza fare niente. Alcuni già con le bottiglie di birra in mano e l’iPhone sempre con loro.

Dati alla mano, l’Italia è il Paese dove il tasso dell’abbandono scolastico degli studenti stranieri è il più elevato a livello europeo. Il fenomeno è stato ribattezzato come «early school leavers».

L’indicatore europeo di questi «early leaving from education and training», quelli che non studiano e non lavorano, abbandonando precocemente i percorsi di istruzione e formazione, ha evidenziato come gli alunni con cittadinanza non italiana siano quelli con il più alto tasso del rischio di abbandono.

L’indicatore prende come riferimento i giovani tra i 18 e i 24 anni con un titolo di studio non più alto dell’istruzione secondaria inferiore, la scuola media per intenderci, e che non risultano inseriti in alcun programma lavorativo o didattico.

Nel 2020 l’indicatore riferito agli studenti stranieri nel nostro Paese era pari al 35,4% a fronte di una media nazionale del 13,1%.

Il governo italiano, già nel 2013, aveva stanziato un finanziamento di 14 milioni di euro, per – si legge nel sito dell’Unicef – «mettere a punto politiche di contrasto alla dispersione scolastica finalizzate a raggiungere entro il 2020 l’obiettivo del 16% dell’indicatore Els, early school leavers».

Sì certo, ci sono messi di mezzo il Covid, la guerra in Ucraina, le varie tensioni, ma se si guarda al 2021-2022 le cose non vanno meglio, tanto che a novembre scorso il Consiglio d’Europa ha varato una raccomandazione sulle politiche di riduzione dell’abbandono scolastico. Già il 30 settembre 2020 la Commissione europea aveva pubblicato la comunicazione «sulla realizzazione dello spazio europeo dell’istruzione entro il 2025, una delle cui sei dimensioni è rappresentata dall’inclusività».

Non solo. Già tra il 2014 e il 2020, i fondi strutturali e d’investimento europei, fondi Sie, avevano «mobilitato ingenti investimenti per contrastare l’abbandono dell’istruzione e della formazione, sostenendo numerosi progetti su vasta scala in linea con la raccomandazione del Consiglio del 2011».

Fondi e raccomandazioni che a quanto pare sono serviti a poco, soprattutto se i giovani continuano a lasciare gli studi. Il Consiglio ha anche convenuto «che entro il 2030 la percentuale di quindicenni con scarsi risultati in lettura, matematica e scienze dovrebbe essere inferiore al 15 % e si è impegnato a ridurre la percentuale di giovani che abbandonano l’istruzione e la formazione a meno del 9%». Nell’Unione, «sono ancora più di 3,2 milioni i giovani (tra i 18 e i 24 anni) che abbandonano l’istruzione e la formazione».

L’Ue riconosce che persistono alcune disuguaglianze tra «gruppi specifici», i migranti per esempio, i rom o i giovani delle zone rurali.

Così come riconosce – qual buon vento – che con «con la pandemia di Covid 19 è diventato ancora più importante affrontare queste sfide. Numerosi studi suggeriscono che la crisi può avere aumentato la probabilità che i discenti a rischio di distaccarsi dalla vita scolastica abbandonino effettivamente la scuola, oltre ad aver inciso negativamente sulla salute mentale e sul benessere generale dei discenti».

Tra le misure di prevenzione da adottare, spicca il fantastico «kit europeo» – disponibile online – a cui i dirigenti scolastici, gli insegnanti e i genitori possono ispirarsi per «promuovere l’istruzione inclusiva e affrontare l’abbandono scolastico precoce». Kit che però pare sia servito a poco.

Secondo un’indagine del Censis (centro studi investimenti sociali) compiuta in Italia nel 2022, su oltre 1.400 dirigenti scolastici, nelle scuole con una elevata presenza di stranieri (oltre il 15%) solo il 19,5% ritiene il livello di integrazione del tutto soddisfacente e solo per il 35,5% negli ultimi tre anni non c’è stata alcuna criticità. Il 51,5% segnala frequenti difficoltà di comunicazione linguistica e il 43,7% palesa la mancanza di supporto da parte di personale qualificato. Il 41% pone l’attenzione sullo scarso rendimento.

Ad arricchirsi infatti con la bomba immigrazione sono state le cooperative dalle uova d’oro, che con i migranti hanno fatto lievitare i loro bilanci. L’istruzione per gli stranieri, invece, quella non lievita mai.

Nell’anno scolastico 2021/2022 gli alunni non italiani erano 865.388. Il ministero dell’Istruzione, a luglio scorso, pubblicando il report con «i dati relativi alle studentesse e agli studenti con cittadinanza non italiana», parlava di una leggera flessione degli stranieri registrando un -1,3%, 11 mila circa in meno, rispetto all’anno precedente. Giornaloni di sinistra che avevano cavalcato la notizia, in realtà non tennero conto dell’altra faccia della medaglia: vero che gli studenti con cittadinanza non italiana sono diminuiti, ma «nonostante la flessione» la percentuale di studenti con cittadinanza non italiana (10,3%) è rimasta inalterata, perché «è diminuito, al contempo, di quasi 121.000 unità anche il totale generale degli alunni». La percentuale dei nati in Italia sul totale delle studentesse e degli studenti di origine migratoria, nel 2020/2021, è arrivata al 66,7%, registrando un punto in più rispetto al 65,4% del 2019/2020.

Ma da dove vengono questi studenti? Provengono da quasi 200 Paesi del mondo. Il 44,95% è di origine europea. Il 26,9 % di provenienza africana e il 20,2% di provenienza asiatica. La cittadinanza più rappresentata è quella romena con oltre 154.000 studenti. Gli alunni marocchini, 109.000 mila (12,6%), costituiscono la comunità più consistente del continente africano nonché la terza in valore assoluto in Italia. E gli alunni cinesi, quelli nati in Italia, rappresentano ben l’86% del totale (42.441 su 49.354). I cinesi appunto. Quelli che lavorano nei laboratori a sei anni e dormono fino a tardi.


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