- Dopo aver salvato un centinaio di disperati, la nave italiana Asso Ventotto, su indicazione della Guardia costiera libica, li ha ricondotti a Tripoli. Sinistra e Ong strepitano: «È un respingimento». La verità è che per la prima volta si sono seguite le regole.
- Il «Corriere» rivela: nei giorni esaminati dal Viminale, in galera 113 italiani e «solo» 95 extracomunitari. Come sempre, però, si omette che i non autoctoni (regolari e non) non superano il 10% della popolazione.
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Speriamo che tutti ora possano vedere l’ipocrisia. Speriamo che tutti si rendano conto di come l’ideologia e gli interessi condizionino il modo in cui viene affrontata la questione migratoria. La vicenda della nave Asso Ventotto fa venire a galla ogni bugia e ogni contraddizione, dimostra con chiarezza quali siano le vere intenzioni di certi politici e attivisti. Costoro non vogliono fermare il meccanismo mortifero che spinge in mare i barconi. Vogliono, semplicemente, che tutti gli stranieri siano recuperati e portati in Italia.
Ieri Nicola Fratoianni di Liberi e uguali, che si trova a bordo della nave dell’Ong spagnola Open arms (ormai passa più tempo lì che a far politica), ha scritto indignato: «Abbiamo appreso che uno dei gommoni segnalati oggi dalla Guardia costiera italiana con 108 persone a bordo nel Mediterraneo è stato soccorso dalla nave Asso Ventotto, battente bandiera italiana, che si è poi diretta verso Tripoli. Non sappiamo ancora se questa operazione avviene su indicazione della Guardia costiera italiana», ha aggiunto Fratoianni, «ma se così fosse si tratterebbe di un precedente gravissimo, un vero e proprio respingimento collettivo di cui l’Italia ed il comandante della nave risponderanno davanti ad un tribunale». Come prevedibile, subito è esploso il vespaio. Da sinistra sono cominciati ad arrivare tuoni e fulmini, poiché una nave italiana avrebbe «respinto» degli immigrati, riportandoli in Libia.
Vediamo che cosa è accaduto nel dettaglio. La Asso Ventotto è una nave della società Augusta Offshore di Napoli, che da oltre 30 anni lavora «a supporto delle attività estrattive in mare del gruppo Eni in Libia». Lunedì si trovava nei pressi di una piattaforma di estrazione, a 57 miglia marine da Tripoli (105 da Lampedusa, 156 da Malta e 213 miglia da Pozzallo). Intorno alle 16.30, ha soccorso un gommone con a bordo 101 migranti, di cui 5 bambini e 5 donne incinte. Li ha salvati. Poi, su indicazione della Guardia costiera libica – che è competente nell’area – e con una motovedetta di scorta, si è diretta verso Tripoli. Alle 21.36, i migranti sono stati trasferiti su un battello della Guardia costiera locale.
Questo, secondo gli illustri esponenti della sinistra italiana, sarebbe un «respingimento». Una nave italiana si trova nei pressi della Libia, su indicazione della Guardia costiera libica soccorre un gommone carico di persone, poi conduce i salvati a Tripoli. Vi sembra un’operazione tanto assurda? Eppure, l’Unhcr e Amnesty International sono insorte.
L’agenzia per i rifugiati dell’Onu sta «raccogliendo tutte le informazioni necessarie sul caso del rimorchiatore italiano Asso Ventotto che avrebbe riportato in Libia 108 persone soccorse nel Mediterraneo. La Libia non è un porto sicuro e questo atto potrebbe comportare una violazione del diritto internazionale». Amnesty rincara la dose: «Quello della Asso Ventotto non è solo una violazione del diritto d’asilo, è un atto disumano nei confronti di quelle 108 persone».
Capito? L’equipaggio della nave Asso Ventotto sarebbe «disumano». Beh, stando ai dati forniti dalla società che possiede l’imbarcazione, questa «disumanità» è abbastanza discutibile. Dal 2012 a oggi, infatti, la Augusta Offshore ha effettuato 262 operazioni di ricerca e soccorso, interrompendo le normali operazioni commerciali per 137 giorni e salvando qualcosa come 23.750 migranti. Quando questi migranti li portavano in Italia andava tutto bene. Ora che li hanno condotti a Tripoli sono diventati gente senza scrupoli. La Libia non è un porto sicuro, dicono i signori di Unhcr e Amnesty. In effetti, qualche giorno fa, Natasha Bertaud (portavoce della Commissione Ue) ha dichiarato: «Nessuna operazione europea o nave europea fa sbarchi in Libia perché noi non consideriamo la Libia un porto sicuro».
Sarà pure che la Libia non è un porto sicuro, ma allora la Commissione Ue dovrebbe spiegarci perché alle autorità libiche vengano devoluti ben 42.223.927 euro dal Fondo europeo di emergenza per l’Africa, con lo scopo preciso di «rafforzare la capacità delle autorità libiche competenti nei settori della gestione delle frontiere e della migrazione, compresi il controllo e la sorveglianza alle frontiere, la lotta al contrabbando e alla tratta di esseri umani, la ricerca e il salvataggio in mare e nel deserto» (così recita il sito della Commissione europea).
Non solo: l’Ue spende altri 90.000.000 euro per garantire «lo sviluppo socioeconomico» e «per rafforzare la protezione e la resilienza di migranti, rifugiati e comunità di accoglienza in Libia, sostenendo nel contempo una migliore gestione della migrazione nel Paese». Questi denari vengono gestiti in collaborazione con Unicef, Unhcr e Oim e altre agenzie delle Nazioni Unite. In pratica, l’Europa finanzia la Guardia costiera libica, ma quando questa fa il suo mestiere – cioè coordina le operazioni di recupero dei barconi – scatta l’indignazione generale.
In realtà, la vicenda dell’Asso Ventotto è la perfetta dimostrazione di come dovrebbe funzionare un sistema sano: i migranti buttati in acqua dagli scafisti vengono salvati e riportati sulla riva più vicina, cioè a Tripoli. In Libia ci sono violazioni dei diritti umani? Beh, per evitarle l’Unhcr, l’Oim e altri prendono un sacco di soldi dall’Europa. Solo che, invece di fare il loro mestiere, perdono tempo ad attaccare il governo italiano.
Francesco Borgonovo
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