- Ragazzi tra i 13 e 15 anni, ubriachi o sotto l’effetto di droghe, protagonisti di pestaggi, furti e anche atti di pirateria con barche.
- Arrivano da Kiev ragazzi e famiglie al di fuori dei canali d’accoglienza e si registrano per soggiornare nelle zone di mare. Ora la Regione Abruzzo chiude le porte: basta nuovi arrivi.
Lo speciale contiene due articoli.
C’è una località turistica del Trentino che si sta trasformando in un Bronx. «Episodi di pirateria, assalti ai pedalò con i motoscafi noleggiati, pestaggi, minacce, risse, adescamenti di minori da parte di pedofili “conosciuti”». Bastano poche righe della denuncia raccolta dalla Voce del Trentino per descrivere l’aria che si respira ai laghi di Caldonazzo e Levico in piena stagione turistica.
Qui i discriminati sono gli italiani: insultati, aggrediti e derubati. A seminare il terrore sono baby gang composte da adolescenti stranieri di origine africana fuori controllo.
Marco Salvo è il capo coordinatore di «Spiagge sicure», servizio di prevenzione sorveglianza e salvataggio balneare che controlla sette laghi e tutte le piscine dell’Asis (l’Azienda speciale per la gestione degli impianti sportivi del Comune di Trento) sette giorni su sette con 150 uomini a disposizione.
Salvo, come ha spiegato alla Voce del Trentino, sente di avere le mani legate. E spiega: «Le leggi vigenti ci permettono solo di chiamare le forze dell’ordine, mediare o stare vicino a chi subisce furti e soprusi». Pur essendo un presidio importante sul territorio, però, non è sufficiente a garantire la sicurezza. E anche dopo gli interventi delle forze dell’ordine torna tutto come prima.
«Sono ragazzi quasi sempre extracomunitari», racconta Salvo, «tra i 13 e i 15 anni e non hanno paura di nulla. Sono sempre ubriachi e sotto l’effetto di qualche potente droga che li rende invincibili e molto pericolosi». Gli italiani, secondo Salvo, sono costretti a subire e a restare in silenzio: «Sono pochi quelli che denunciano, hanno paura delle ritorsioni perché sanno bene che questa gente entra ed esce dalla caserme dei carabinieri a tempo di record. E il giorno dopo te li trovi di nuovo davanti». E, così, qualche giorno fa è stato pestato a sangue un noleggiatore di pedalò, ricoverato d’urgenza al Santa Chiara; la vetrina di una pizzeria è andata in frantumi perché i ragazzotti non volevano pagare il conto; sui pontili sono stati minacciati turisti; sulle spiagge vengono segnalati furti a go go. E, denuncia ancora Salvo, «in sala giochi ho visto personalmente un pedofilo conosciuto dalle forze dell’ordine che stava tentando di adescare un undicenne».
E poi c’è la pirateria: un gruppo di stranieri, dopo aver noleggiato un motoscafo, ha agganciato un pedalò di turisti in mezzo al lago di Caldonazzo facendo razzia di tutto ciò che avevano a bordo. «Una vera e propria vergogna, oltre che un grave pericolo, la presenza di baby gang, formate in gran parte da extracomunitari, sulle spiagge dei nostri laghi», tuona Alessia Ambrosi, consigliere regionale di Fratelli d’Italia, che aggiunge:
«È un insulto ai residenti e ai turisti che scelgono il nostro Trentino per un periodo di meritato e sospirato riposo. Assurdo che vengano individuati e segnalati, ma poi ce li ritroviamo il giorno dopo nuovamente liberi di delinquere».
Il Trentino ospita ben 1.539 stranieri nei centri d’accoglienza e 164 nella rete del Sai, il Sistema di accoglienza e integrazione per rifugiati e minori stranieri non accompagnati. Numeri importanti per una piccola regione. A conti fatti è il 2 per cento di tutti i richiedenti asilo che sbarcano in Italia. E dalla Sicilia, che ormai è satura, continuano ad arrivare. Ieri il Viminale ha alleggerito l’hotspot di Lampedusa di 900 persone. In 600 sono stati mandati a Porto Empedocle con la nave militare Diciotti. Altri 150 sono stati imbarcati sul traghetto di linea Sansovino e altri 150 sulla nave militare Foscari. Nella struttura di primissima accoglienza restano comunque 1.940 persone a fronte dei 350 posti disponibili.
Si era scesi a 1.700, ma con altri otto sbarchi ieri sono arrivati in 240. La Procura di Agrigento nel frattempo ha aperto un fascicolo, al momento senza indagati né ipotesi di reato, sulla gestione della cooperativa Badia Grande, che gestisce l’hotspot. Ma non è solo la Sicilia a scoppiare. A Taranto il sindacato di polizia Sap ha chiesto la chiusura dell’hotspot: «Dal punto di vista igienico-sanitario la situazione è ad alto rischio di infezioni. Caldo estremo, topi, vermi e liquami costituiscono grave pericolo per la salute e la sicurezza del personale di servizio e per gli stessi ospiti». Il sottosegretario al ministero dell’Interno, il leghista Nicola Molteni, ha messo in agenda una visita all’hotspot tarantino: «Incontrerò le forze dell’ordine che, anche lì, stanno lavorando in condizioni inaccettabili, al limite della sostenibilità». E ha aggiunto: «Sulle politiche per l’immigrazione serve un intervento immediato e strutturato per difendere i confini, bloccare gli sbarchi e fermare i trafficanti di esseri umani».
E all’orizzonte c’è l’arrivo dei taxi del mare con oltre mille passeggeri: 1.052 per l’esattezza, 387 a bordo della Ocean Viking di Sos Mediterranée, 439 sulla Sea Watch 3, e 226 sulla Geo Barents. «Continuo a non capire, e come me non capiscono milioni di italiani, ma perché navi straniere di Ong straniere che raccolgono clandestini in acque maltesi pretendono di puntare su porti italiani come Lampedusa? Vadano a La Valletta. Finché ci sarà Luciana Lamorgese al Viminale verranno in Italia, per la gioia delle solite note cooperative che lucrano sul business dell’accoglienza», ha dichiarato Fabrizio Cecchetti, vicecapogruppo della Lega alla Camera dei deputati.
«Gli Stati di bandiera come la Germania, la Norvegia e la Spagna insistono ipocritamente nell’indicare l’Italia quale unico punto di approdo, mero scalo d’alaggio per le navi Ong, nonostante il Regolamento Ue di Dublino imponga a quegli Stati, ove avviene il primo passaggio illegale, la responsabilità della protezione internazionale di eventuali profughi e del collegato asilo politico», valuta l’ammiraglio di divisione in riserva Nicola De Felice, che ha in canna un decalogo per arginare la situazione. Secondo De Felice «quelle navi sono attrezzate per fare scalo direttamente nei loro Paesi senza pregiudicare lo stato di salute di chi è a bordo». Ma di fatto, per ora, puntano sempre tutte verso l’Italia.
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