- Il porto più sicuro per la Sea Watch era nella vicina Tunisia. Invece la nave ha puntato la prua sull’Italia: un gesto politico teso a forzare la mano. Il fatto è che la linea del governo funziona, come dimostrano i numeri: sta strangolando un turpe business. E in Forza Italia volano gli stracci.
- Con un giorno di ritardo rispetto a Forza Italia, un gruppo di dem prende un gommone e va a visitare gli africani nonostante i divieti d’avvicinamento. Rientrati in porto annunciano: «Siamo sotto inchiesta».
- Una sessantina di toghe dell’Emilia Romagna ha siglato un appello pro immigrazione, con tanto di poema.
Lo speciale contiene tre articoli.
Sono molte le partite (politica, giuridica, internazionale) che si giocano sulla Sea Watch 3, la nave con 47 immigrati a bordo ancora bloccata a largo delle coste di Siracusa. Un’ordinanza firmata dal comandante della Capitaneria di porto di Siracusa, Luigi D’Aniello, ha proibito la navigazione nello specchio d’acqua all’interno della baia di Santa Panagia, per un raggio di mezzo miglio dall’imbarcazione dell’Ong tedesca. Lo scopo è chiaramente quello di evitare di trasformare la nave in una passerella per politici folgorati sulla via della solidarietà, sulla scia di quanto già fatto da Nicola Fratoianni, Riccardo Magi e Stefania Prestigiacomo, anche se il provvedimento non ha impedito ieri al Pd di replicare la performance.
Sul primo blitz dei parlamentari si è nel frattempo abbattuta la condanna di Matteo Salvini, secondo cui i politici saliti a bordo «non hanno rispettato le norme igienico sanitarie. Possono portare a terra di tutto e di più». Il vicepremier ha anche ribadito che «sulla Sea Watch non ci sono donne e bambini». Un particolare, questo, su cui è interessante anche quanto detto dal Procuratore di Siracusa, Fabio Scavone, secondo cui «alcuni minorenni hanno un’età dubbia». La Procura ha aperto un fascicolo d’indagine senza reati né indagati, ma ci ha tenuto a precisare che il comandante dell’imbarcazione «non ha commesso alcun reato e non è stata neppure presa in considerazione al momento l’ipotesi di un eventuale sequestro della nave». Per Scavone Sea Watch «ha salvato i migranti e scelto quella che appariva la rotta più sicura in quel momento».
Già, la rotta più sicura. È un altro dei livelli in cui si colloca la querelle, quello internazionale. L’Ong è tedesca, la nave batte bandiera olandese, i migranti sono stati avvistati in zona Sar libica, il porto sicuro più vicino è in Tunisia: perché devono sbarcare in Italia? È l’aspetto su cui spinge il governo italiano. L’Ong, dal canto suo, ha tentato di spiegare sul suo profilo Twitter come siano finiti a Lampedusa: lo scorso 23 gennaio, dopo aver previsto l’arrivo di una forte perturbazione da Nordovest, l’imbarcazione avrebbe avvisato il centro di coordinamento olandese e la Capitaneria di porto di Lampedusa. Una volta appresa l’impossibilità di attraccare sull’isola siciliana, il governo olandese ha cercato di mettersi in contatto con quello tunisino, ma senza successo. Sea Watch ha comunque sottolineato di non aver mai ricevuto dall’Olanda alcuna risposta in merito alla richiesta di un porto rifugio in Tunisia. «Per queste ragioni, il comandante della nave ha quindi optato per una rotta meno vessatoria, verso Nord», ha spiegato la Ong. Peccato che Lampedusa disti più del doppio rispetto a Zarzis, primo porto tunisino nei paraggi. Questo complicato intrigo di rimpalli e mezze verità nasconde una serie di responsabilità politiche. Prendiamo il governo olandese. Sì, quello salito al potere dopo le elezioni del marzo 2017 in cui, si disse, venne sconfitto il populismo e trionfarono i valori dell’Europa. Eppure è lo stesso esecutivo che, chiamato in ballo in queste ore, manda a dire di non voler «partecipare a misure ad hoc per lo sbarco». E puntualizza: «Quelli che non hanno diritto alla protezione internazionale devono essere mandati indietro immediatamente al loro arrivo ai confini europei», come afferma il loro ministero della Giustizia. Siamo alla distinzione tra veri e falsi profughi, lo stesso concetto che, quando è espresso da Salvini, viene presentato dalla stampa di sinistra come l’anticamera delle selezioni razziali stile Auschwitz.
Tutto da capire, poi, è il ruolo della Tunisia. Sul Paese nordafricano punta il dito il leghista Claudio Borghi, che in un post su Facebook scrive: «Alla Sea Watch ricordo che se è vero (come da loro video) che l’incontro con il gommone dei “migranti” è avvenuto al largo di Zuara, a pochissima distanza da lì c’è Djerba con un ottimo Club Med francese oppure se preferiscono qualcosa di tedesco c’è il lussuosissimo Tui». Insomma, per Borghi, «anche senza bisogno di chiedere al governo olandese se la Tunisia è sicura, basta documentarsi per sapere che l’anno scorso ci sono andati 8 milioni di turisti. Quindi se veramente vuoi “salvare dei naufraghi” allora basta riportarli a riva e lì non ci sono predoni ma gente che sta facendo i balli di gruppo e stappando champagne, se invece l’intento è portare a termine la rotta iniziata dagli scafisti allora il discorso è differente. Basta che non ci prendiamo in giro».
Sorprende, in effetti, che ci si facciano tanti problemi circa la sicurezza di un Paese che, solo poche settimane fa, la prestigiosa rivista americana Travel and Leisure ha inserito tra le 50 migliori destinazioni al mondo da visitare nel 2019. L’anno scorso, le entrate finanziarie derivanti dal turismo nel Paese sono aumentate del 45% rispetto al 2017, il che significa che i porti tunisini funzionano e pure bene. E, per non farci mancare nulla, l’Unione europea ha appena annunciato un finanziamento alla Tunisia di 305 milioni di euro. Lo stipendio per pagare un centralinista della Guardia costiera, a occhio e croce, dovrebbe uscirci. Ma è di tutta evidenza che nessuno – tunisini, olandesi, tedeschi, attivisti delle Ong, euroburocrati, buonisti di casa nostra – ha interesse a far cadere il tabù dell’Italia «unico porto sicuro».
Non foss’altro che per mettere in difficoltà Salvini. Che la questione sia più politica che «solidale» lo si capisce anche dallo sfrontato braccio di ferro dell’Ong: «Dovranno sbarcare tutti o nessuno», era scritto nel comunicato firmato dall’armatore e stilato da Giorgia Lunardi, portavoce dell’Ong.
Il fatto è che l’Italia deve tornare a essere il campo profughi d’Europa. Anche a costo di continuare a giocare sulla pelle dei disperati.
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