- Il sindaco di Riace paragonato a Gandhi e Giacomo Matteotti: dicono violasse la legge per seguire i suoi ideali. Ma pure per il gip c’era un «diffuso malcostume».
- Parla Luigi D’Alessio, responsabile dell’inchiesta: «Nelle conclusioni del gip mancano elementi, per questo faremo ricorso al tribunale del riesame. Nessun accanimento, i reati ci sono».
- Le carte dell’inchiesta svelano la triste storia delle finte nozze che il primo cittadino voleva organizzare tra Giosi (affetto da deficit mentale) e alcune ragazze nigeriane.
Lo speciale contiene tre articoli.
C’è un’altra brutta notizia per Domenico Lucano. Non solo è agli arresti domiciliari, ma ieri è stato anche sospeso dalle funzioni di sindaco per decisione della Procura di Reggio Calabria. C’è da dire che il paladino dell’accoglienza potrebbe consolarsi leggendo gli articoli struggenti che quasi tutti i giornali italiani gli hanno dedicato. La gran parte della stampa, infatti, ha preso le sue difese. Su Repubblica, Roberto Saviano ha spiegato che Lucano ha commesso un «peccato d’umanità». Il nostro Paese, dice lo scrittore, «ha fatto sua una prassi suicida: criminalizzare la solidarietà». Il sindaco di Riace, sostiene l’autore di Gomorra, «ha fatto politica nel solo modo possibile di fronte a leggi inique: con la disobbedienza civile, per difendere i diritti di tutti».
Dopo aver invitato nuovamente a «difendere la democrazia», Saviano condensa in poche parole la teoria che in queste ore circola un po’ dappertutto. Quella secondo cui Lucano sarebbe un idealista spregiudicato che ha pagato il suo fastidio per la burocrazia. «Mai nell’inchiesta leggerete che Mimmo Lucano ha agito per un interesse personale. Mai». In modi diversi, i numerosi editorialisti ripetono lo stesso concetto. Secondo Massimo Gramellini, per dire, «Mimmo Lucano non è un falso buono. Non è Buzzi o Carminati, e neanche una onlus opaca. Sui migranti non ha guadagnato un centesimo e ad affermarlo è lo stesso giudice che lo ha costretto ai domiciliari».
Maurizio Crippa, sul Foglio, paragona Lucano a Giacomo Matteotti, nientemeno. Oddio, c’è anche chi ha fatto di peggio, avvicinando il primo cittadino calabrese a Gandhi e ad altre personalità ancora più ingombranti, ma lasciamo correre.
Tra i quotidiani pro accoglienza, Avvenire è stato leggermente più cauto, spiegando che «Mimmo Lucano non è un eroe, ma non è neanche un criminale». E sapete perché non è un criminale? «Perché tutto ciò che ha fatto l’ha fatto per amore o, se volete, per solidarietà».
Ecco, questa è la lettura comune: il sindaco di Riace ha esagerato, ma a fin di bene. Del resto, anche il gip ha riconosciuto le sue buone intenzioni. Beh, viene da chiedersi come mai questo sant’uomo sia in arresto invece che a ritirare il Nobel. Il motivo è presto detto. Lo stesso gip, infatti, parla di «tutt’altro che trasparente gestione» dei fondi pubblici destinati all’accoglienza, di «estrema superficialità», di «diffuso malcostume». Non solo: il giudice riconosce anche esista «attuale e concreto pericolo che, se non sottoposti a regime limitativo della loro libertà personale, il Lucano e la Tesfahun (la compagna del sindaco di cui è stato disposto l’allontanamento da Riace, ndr) reiterino reati della stessa specie di quelli loro provvisoriamente addebitati».
Va inoltre ricordato che quello del gip non è mica un giudizio definitivo. Anzi, la Procura di Locri ha deciso di rivolgersi al tribunale del riesame perché è in disaccordo con il giudice.
Secondo gli inquirenti, infatti, Lucano non è proprio quel sant’uomo che i giornali descrivono. Basta leggere le carte dell’inchiesta, infatti, per rendersi conto che a Riace non c’è soltanto una «gestione allegra» dell’accoglienza, che non c’è soltanto «amore» sparso a profusione.
Facciamo un paio di esempi, tanto per capirsi. Secondo la Procura, Domenico Lucano e altri indagati, ovvero i gestori dei vari centri di accoglienza, avrebbero prodotto «indebite rendicontazioni al Servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) e alla Prefettura di Reggio Calabria (Cas) delle presenze relative a immigrati non aventi più diritto a permanere nei progetti». In questo modo, le varie associazioni si sarebbero procurate «un ingiusto vantaggio patrimoniale pari ad euro 2.300.615». In particolare, a trarne beneficio sarebbe stata l’associazione Città futura, di cui Lucano sarebbe, nei fatti, il dominus.
Le varie coop e onlus, tra il 2014 e il 2017, hanno incassato dallo Stato qualcosa come 10.227.494,60 euro. Mica briciole. E, secondo gli investigatori, «non risulta alcuna documentazione attestante i costi sostenuti per l’accoglienza degli immigrati». Ai progetti Cas e Sprar sarebbero stati addebitati «costi fittizi» per «carburante, pagamento bonus, borse lavoro, prestazioni occasionali, fatture per operazioni inesistenti». Lucano, assieme ad altri, è stato di avere «costretto – mediante reiterate minacce di non adempiere agli obblighi già assunti dall’associazione di rimborsare i pagamenti in bonus fatti presso il suo esercizio – Ruga Francesco, titolare dell’omonimo esercizio commerciale, a predisporre e consegnare loro fatture per operazioni inesistenti riguardanti la vendita di detersivi e altro, per un valore superiore a 5.000 euro».
Non basta? Allora andiamo avanti. Lucano, la sua compagna Lemlem Tesfahun e altri sono accusati di avere, dal 2014 al 2017, distratto «fondi destinati all’associazione Città futura». Che cosa facevano con quei soldi? Secondo la Procura, hanno speso oltre 360.000 euro per «acquisto, arredo e ristrutturazione di tre case e un frantoio». Insomma, ristrutturavano edifici che non servivano a ospitare profughi, ma venivano utilizzati per altri scopi. In quelle case, per esempio, dormivano gli invitati a concerti ed eventi organizzati a Riace. Anche per i concerti estivi sarebbero stati utilizzati fondi destinati all’accoglienza: oltre 150.000 euro. Per altri 531.752,27 euro prelevati dai conti dell’associazione, poi, non esiste alcuna giustificazione. Infine, 13.000 euro sarebbero stati utilizzati per ristrutturare e arredare un’altra casa.
Sarà il riesame a valutare il peso effettivo di queste accuse. Però parliamo di somme enormi, che nel migliore dei casi sono state gestite con incredibile superficialità. Dunque, prima di sostenere che Mimmo Lucano e i suoi collaboratori non hanno tratto alcun beneficio dal «sistema Riace», bisogna andarci cauti. Di sicuro, il sindaco qualche vantaggio lo ha avuto: senza il denaro statale per i profughi, non sarebbe stato rieletto tre volte, e non sarebbe divenuto una celebrità internazionale.
Certo, sotto inchiesta finisce un individuo, non un intero sistema. Eppure, è molto difficile separare Lucano dal meccanismo che ha creato. Il «modello Riace» non è un’ottima idea gestita male. Se non fosse stato gestito così, probabilmente, sarebbe crollato prima. E, in ogni caso, non ha prodotto né integrazione né altro. Semplicemente, ha concesso a un po’ di gente di restare nei centri di accoglienza più a lungo del dovuto, e ha dato lavoro a un bel po’ di associazioni e operatori dell’accoglienza. Fatta così, la disobbedienza civile è piuttosto comoda.
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