- Al Quarticciolo di Roma e a Scampia mobilitazioni contro l’importazione del modello Caivano: «No alla militarizzazione dei quartieri, sosteniamo le azioni dal basso». Ovvero le stesse pratiche che hanno alimentato l’illegalità e l’insicurezza.
- Il sermone di Mattarella durante la visita a una scuola di Palermo teatro di discriminazioni.
Lo speciale contiene due articoli.
Nel cuore delle periferie italiane, dove cemento e degrado s’intrecciano con vite sospese tra speranza e rassegnazione, c’è chi, per lasciare tutto com’è, si oppone all’estensione del modello Caivano che, attraverso la realizzazione di infrastrutture, di spazi dedicati alla partecipazione civica e con una presenza costante e imponente dello Stato, mira a ristabilire la legalità. I primi «no» sono scattati a Roma e a Napoli. Dal Quarticciolo, borgata della periferia est di Roma, e da Scampia, famosa per le Vele, c’è chi respinge lo Stato. Niente integrazione. E nel Quarticciolo, dove l’ultrasinistra evoca ancora le gesta del partigiano Giuseppe Albano, il Gobbo del Quarticciolo, durante la Resistenza, sono pronti alle barricate. Con i suoi 6.000 abitanti e un’architettura dominata dall’edilizia residenziale pubblica, questo quartiere si è trasformato in un centro nevralgico dello spaccio di crack. Un mercato senza sosta, gestito da pusher stranieri in trasferta pagati a giornata, tiene il quartiere in ostaggio. Le aggressioni dei nordafricani agli operatori delle forze di polizia non si contano. E quando ci si muove per strada di notte si incontrano solo stranieri e prostitute. Eppure, di fronte all’intervento del governo, il quartiere si spacca. Da un lato c’è chi crede in una possibilità di riscatto grazie alle istituzioni, come don Antonio Coluccia, che qui chiamano «il parroco anti-spaccio» e che sogna di trasformare l’ex commissariato occupato in una caserma dei carabinieri ma che non piace ad attivisti e movimentisti da centro sociale perché ispira la sua pastorale a un certo rigore sociale, dall’altro c’è chi agita lo spauracchio di una militarizzazione che andrebbe a soffocare le esperienze di autogestione nate dal basso. Il 18 gennaio, in una manifestazione animata da striscioni e slogan, gli attivisti del Quarticciolo Ribelle hanno chiamato a raccolta gli alleati, tra i quali prof e studenti, soprattutto della Sapienza. C’erano, per esempio, l’assessore alla Cultura della giunta di Roberto Gualtieri, Massimiliano Smeriglio, che di recente ha lasciato il Partito democratico guardando a sinistra, e il consigliere Yuri Trombetti, che nonostante sia di estrazione dem si è schierato contro il Piano casa del sindaco. Proprio Trombetti ha dichiarato: «Non è la mancanza di istituzioni il problema, ma la necessità di un intervento che parta dal basso, senza militarizzare il territorio». Ma c’era anche Emanuela Droghei, consigliera regionale, pure lei del Pd, che ha sottolineato come il governo Meloni dovrebbe piuttosto sostenere le reti sociali che da anni combattono contro il degrado. Tutti schierati davanti a uno striscione con questo slogan: «Il decreto Caivano non è un modello». «Una barricata sociale», l’hanno definita i manifestanti. Il 1° marzo è in programma un maxi corteo. Quel giorno scadono i 60 giorni entro i quali il Consiglio dei ministri deve approvare il piano delle opere, con 30 milioni stanziati per il Quarticciolo. Allora si saprà se ci sarà o meno lo sgombero dell’ex Commissariato occupato previsto dal decreto. E mentre alla Camera, nelle commissioni Bilancio e Ambiente, ieri il presidente del Municipio Roma V, Mauro Caliste, si è detto preoccupato per la possibile esclusione dell’amministrazione locale dal piano di rilancio del Quarticciolo, al Campidoglio prevale la ricerca di un dialogo con il governo. Il sindaco, che delle rassicurazioni le ha ricevute, sembra puntare a un approccio collaborativo, ispirato al «metodo Giubileo». In realtà la difesa strenua di quelle che vengono definite «azioni dal basso» sembra più un tentativo politico di mantenere in vita gli orticelli. La rappresentante dei comitati del Quarticciolo Alessia Pontoriero, pure lei in audizione alla Camera, ha auspicato «che il futuro commissario voglia interpellare le realtà del quartiere». E ha ricordato che «è stata presentata a novembre una richiesta al Comune di costituire una cabina di regia con le associazioni del quartiere per un piano strutturale».
L’altro fronte caldo è a Napoli, dove il Comitato Vele si oppone fermamente al modello Caivano. Qui un’assemblea è stata indetta per oggi. Gli attivisti accusano il governo di voler calare dall’alto una soluzione inefficace. «Se le Vele sono state svuotate e si è avviato un processo di rigenerazione», affermano, «è merito nostro, di chi ha lottato per 30 anni, non certo di un decreto». Purtroppo però allo svuotamento delle Vele non è corrisposta una percezione maggiore di sicurezza. Il mercato della droga è quello di sempre e per strada si verificano aggressioni, accoltellamenti e agguati di camorra. E poi c’è ancora un campo rom, quello di Cupa Perillo (che il sindaco Gaetano Manfredi ha promesso di liberare entro la prossima estate), dove vivono 350 persone, che viene ancora usato per far sparire rifiuti pericolosi e dove spesso divampano incendi sospetti. Con buona pace di attivisti e ambientalisti. Ma anche a Scampia il comitato rivendica un modello di sviluppo «costruito dal basso», basato sul protagonismo delle comunità locali. La loro critica al governo Meloni è feroce: «Non si risolvono i problemi con la militarizzazione, ma con politiche che garantiscano lavoro dignitoso e alloggi adeguati». Come se di colpo il modello Caivano cancellasse qualsiasi possibilità di azione sociale o, come preferiscono definirla gli attivisti, «dal basso». Sempre che non si tratti di occupazioni, attività borderline o illegali.
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