All’inizio di febbraio monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Jonio e vicepresidente Cei per il Sud, ha concesso una lunga intervista a Informazione Cattolica parlando del referendum sulla giustizia ed è apparso molto determinato: «La Chiesa non dà indicazioni di schieramento, ma richiama ciascuno al senso di responsabilità civica», ha detto. «Quando i cittadini sono chiamati ad esprimersi su passaggi che toccano l’architettura istituzionale, la partecipazione non è facoltativa. Andare a votare significa prendersi cura della casa comune senza delegare ad altri. E farlo con maturità civica: non per appartenenza, ma dopo una informazione seria e una comprensione reale dei contenuti e delle implicazioni in campo».
Nella stessa intervista Savino prendeva con forza le difese del suo presidente, Matteo Zuppi, le cui dichiarazioni sul referendum avevano appena suscitato molte polemiche. «C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare: autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto», aveva detto Zuppi. Affermazioni che sembravano propendere nemmeno troppo velatamente per il fronte del No. Ebbene, Savino ci tenne a smentire eventuali preferenze della Cei e del suo vertice, volle ribadire che «la Chiesa non dà indicazioni di schieramento». Ed è esattamente qui che sorge il problema. Se la Chiesa non dà indicazioni, per quale motivo il prossimo 13 marzo monsignor Savino parteciperà al congresso di Magistratura democratica intitolato «Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro»?
La corrente progressista dei magistrati, manco a dirlo schieratissima sul fronte del No, ha diffuso una nota a riguardo. «Il nostro desiderio è quello di farci aiutare a leggere queste tematiche da prospettive plurali», si legge nel comunicato, «per questo, tra gli altri, abbiamo chiesto al vicepresidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) e vescovo della diocesi di Cassano allo Ionio, monsignor Francesco Savino, di fornirci il suo contributo alla luce del suo impegno apostolico a favore dei più deboli ed emarginati. Non ci faremo condizionare dai tentativi mediatici di polarizzare il dibattito e il confronto, attraendo ogni proposta nella logica amico-nemico, concentrata sul tema referendario. Per questo ringraziamo monsignor Savino al quale non abbiamo chiesto, né sappiamo come si esprimerà nel referendum, ma siamo certi che saprà aiutarci a leggere la realtà che ci circonda arricchendola di orizzonti che da soli non saremmo capaci di raggiungere. E questo ci basta».
A leggere queste righe sorge un bel numero di perplessità. Sarà pure vero, tanto per cominciare, che il monsignore non si è pubblicamente espresso a favore del No, ma è davvero difficile immaginare che al congresso di Md venga invitato un fiero sostenitore della parte avversa. Nel programma del congresso, dei noti sostenitori del Sì non ne appare nemmeno uno. Possibile che Savino sia l’unico? In ogni caso, anche solo partecipare a un evento del genere può essere considerato indice di simpatia: se uno fosse davvero equidistante dovrebbe evitare gli incontri partigiani di ogni schieramento.
Non è tutto. Magistratura democratica sostiene di avere invitato Savino in virtù del «suo impegno apostolico a favore dei più deboli ed emarginati». Ma chi sarebbero i deboli ed emarginati qui? I magistrati? L’incontro a cui Savino parteciperà si intitola «L’insofferenza per lo Stato di diritto e il nuovo volto del capo». Diciamo che è piuttosto eloquente, e che c’entra questa roba con i deboli e gli emarginati? Condurrà la discussione Massimo Giannini di Repubblica, parteciperanno la presidente di Md Silvia Albano, poi la storica Benedetta Tobagi, e Francesco Pallante, professore ordinario di diritto costituzionale università di Torino. Non uno che non sia apertamente contrario alla riforma della giustizia. Evidentemente monsignor Savino viene considerato da tutti costoro una voce amica, utile alla causa.
Per altro ci sono dei precedenti notevoli. Savino è noto per la passione politica, sempre dalla stessa parte. Si oppose alla autonomia differenziata bollandola come «secessione dei ricchi», è costantemente impegnato a fare proseliti a favore dell’immigrazione. Fu in prima linea anche per un altro referendum, quello del giugno scorso su lavoro e cittadinanza. In quell’occasione si espose enormemente, trascinando con sé tutta la Cei, Zuppi compreso. Anche allora si esibì nella prevedibile pantomima sulla neutralità dei vescovi, ma a Famiglia Cristiana disse che votare al referendum era «un atto di resistenza civile» e volle suggerire agli elettori «una riflessione seria e documentata perché quattro dei quesiti toccano i lavoro e la quinta un tema, la cittadinanza, sul quale ci giochiamo un po’ la nostra civiltà e la possibilità di una democrazia matura». Alla faccia dell’equidistanza.
A quanto pare il monsignore ci ha preso gusto, e anche a questo giro ripropone la stessa modalità d’azione: imparzialità dichiarata a mezzo stampa, militanza nei fatti, nemmeno troppo celata. C’è una sola nota positiva in tutto ciò. L’ultima volta, la pressione della Cei non ha portato per niente bene alla sinistra. Chissà che anche in questa occasione la benedizione surrettizia al No non si tramuti in un aiuto involontario al Sì. Le vie del Signore...
Talvolta è davvero deprimente notare come le sorti dell’Europa e dell’Occidente stiano a cuore a chiunque tranne che alla Chiesa cattolica. Sembra che se ne interessi ad esempio uno come Sir Jim Ratcliffe, ricchissimo proprietario della azienda chimica britannica Ineos e azionista del Manchester United, il quale ha sollevato un vespaio nel Regno Unito per alcune dichiarazioni in materia di immigrazione.
«Non si può avere un’economia con nove milioni di persone che ricevono sussidi e un enorme flusso di immigrati in arrivo», ha detto a Sky News il magnate. «Se si vogliono davvero affrontare i principali problemi dell’immigrazione, con le persone che scelgono di ricevere sussidi piuttosto che lavorare per vivere... allora si dovranno fare alcune cose impopolari e mostrare un po’ di coraggio». Secondo Ratcliffe «il Regno Unito è stato colonizzato dagli immigrati» e ora bisognerebbe «fare cose difficili per rimetterlo in carreggiata, perché al momento non credo che l’economia sia in buone condizioni». Servirebbe a suo dire «qualcuno che fosse disposto a essere impopolare per un certo periodo di tempo per risolvere i grandi problemi». Ovviamente non si sono fatte attendere le reazioni dei laburisti, a partire da quella del primo ministro Keir Starmer, secondo cui Ratcliffe ha detto cose «offensive e sbagliate». Starmer ci ha tenuto a dire che «la Gran Bretagna è un Paese orgoglioso, tollerante e inclusivo. Jim Ratcliffe dovrebbe scusarsi». In realtà, Ratcliffe non ha detto nulla che già non si sappia. Da uomo d’affari si è forse affidato troppo al conto economico, ma nella sostanza le sue dichiarazioni non sono peregrine. E le reazioni dei laburisti sono ipocrite oltre che ridicole. Dopo tutto il Regno Unito ha da poco annunciato che espellerà circa 4.000 immigrati irregolari e da mesi e mesi lo stesso Starmer insiste a volersi mostrare inflessibile nei confronti dei clandestini, oltre ad avere proposto norme più restrittive in materia di immigrazione.
Del resto la maggioranza della popolazione europea si è resa conto, non da oggi, del fatto che l’immigrazione di massa costituisca un grave problema. Lo riconoscono tutti tranne la sinistra e, purtroppo, la Chiesa. Dalla quale, ogni tanto, ci si aspetterebbe qualche parola più decisa sulla disfatta culturale occidentale, magari più approfondita e centrata di quelle pronunciate da Jim Ratcliffe. E invece accade l’esatto contrario. È bastato che il governo italiano annunciasse una nuova stretta sugli ingressi di stranieri - necessaria e in fondo fin troppo moderata - per suscitare la reazione indignata delle gerarchie ecclesiastiche. «C’è la necessità della gestione di un fenomeno epocale, gigantesco anche per i numeri, per quello che comporta, e quindi bisogna saperlo gestire insieme», ha detto il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi. Il quale ha voluto ripetere che l’immigrazione va gestita «guardando avanti, al futuro, mettendo al centro la persona, coniugando la sicurezza con l’accoglienza. Crediamo che le due dimensioni siano complementari, perché c’è sicurezza quando c’è accoglienza». Siamo sempre lì, alle frasi fatte sull’accoglienza, alle banalità buoniste sulla migrazione come fenomeno epocale a cui rispondere spalancando le braccia. Analoga ma forse peggiore la reazione di padre Camillo Ripamonti del Centro Astalli per i rifugiati, secondo cui «sappiamo bene che l’Europa in declino demografico avrebbe bisogno invece di guardare al processo migratorio come uno strumento anche di rilancio verso il futuro delle proprie politiche e della propria sopravvivenza in qualche modo». Contestando le nuove proposte del centrodestra, padre Ripamonti spiega che il governo sbaglia «per paura e perché non si ha quella lungimiranza che invece sarebbe richiesta in questo momento ai legislatori». Vengono i brividi a sentire un sacerdote cristiano che parla di rimpiazzare gli europei con gli stranieri, servendosi degli immigrati come bacino demografico per l’Occidente declinante. Come si faccia a non rendersi conto del razzismo profondo di tale posizione è davvero un mistero. Eppure nel mondo cattolico sono ancora in troppi a pensarla in questo modo. Anche se dovrebbero essere soprattutto gli uomini di Chiesa - e non i Jim Ratcliffe - a preoccuparsi della colonizzazione demografica e culturale.
A completare il quadro arriva il fenomenale titolo di Avvenire sulla stretta migratoria: «Accoglienza zero», grida in prima pagina il giornale dei vescovi. E va forse perdonato perché non sa quello che fa. Sempre in prima pagina, infatti, il quotidiano della Cei presenta una intervista a Ashqaf, pakistano di 52 anni che di mestiere fa il rider, dichiara affranto «siamo in troppi» e fornisce dettagli agghiaccianti sulla «guerra tra poveri per pochi euro» che vivono i fattorini migranti. Come si fa a non capire che l’esito dell’invasione è esattamente questo? Se esiste la guerra tra poveri è perché abbiamo importato migliaia di persone il cui destino è quello di finire a svolgere lavori sottopagati contribuendo a livellare i salari di tutta la popolazione. È la situazione descritta da Ratcliffe: importiamo poveri che spesso finiscono a confliggere fra loro e nel frattempo pesano sul welfare, rendendo più difficile il sostegno pubblico alla popolazione autoctona. La guerra tra poveri, in sostanza, è la regola, la conseguenza inevitabile dell’accoglienza indiscriminata che i bravi cattolici progressisti continuano a sostenere.
Per Maurizio Belpietro, con il blocco navale finalmente l’Italia prova a riprendere il controllo dei confini e a stabilire che è lo Stato a decidere chi entra in Italia. Stop agli ingressi illegali, verifiche più rigorose sulla protezione internazionale e rimpatri possibili per chi non ha diritto a restare.





