L’attivista Martin Sellner spiega cos’è la remigrazione, descrivendola come un progetto politico che non punta solo a espellere gli immigrati regolari, ma un insieme di misure legali, economiche e culturali per invertire l’immigrazione di massa, così da mantenere la continuità culturale delle nazioni europee. Sellner racconta di come, proprio per le sue idee, continui a subire pressioni e tentativi di censura, nonostante alcuni governi europei inizino a riconoscere i problemi legati all’immigrazione.
Provate per un attimo a cambiare prospettiva. È un esercizio semplice, in fondo, ma richiede un piccolo sforzo iniziale che non è da tutti. Occorre infatti liberarsi dei condizionamenti e dei pregiudizi che anni di propaganda martellante hanno conficcato nelle menti di chiunque, soprattutto a sinistra ma anche a destra. Provate allora a pensare per qualche istante che l’immigrazione non sia un «fenomeno epocale» e «inevitabile», e che l’accoglienza non sia «una questione di umanità». Si tratta, appunto, di ribaltare il punto di vista, e di ancorarlo alla realtà.
Ci è stato ripetuto fino allo sfinimento che non si può fare nulla per fermare i flussi di stranieri che dall’Africa e dall’Asia continuano ad arrivare in Europa. Ci è stato detto che abbiamo il dovere di abbracciare questi poveri cristi che arrivano in cerca di una vita migliore. Ma la verità - provata dai fatti - è estremamente diversa. La realtà ci mostra che l’immigrazione di massa è una gigantesca macchina che produce morte e sofferenza. Non è un fenomeno epocale o strutturale, qualcosa di fatale, naturale o connaturato all’uomo. Nel modo in cui si manifesta da qualche decennio a questa parte è, al contrario, un fenomeno indotto, deliberatamente favorito per fini squisitamente politici e economici.
I flussi sono «armi di immigrazione di massa», come li ha definiti l’autorevole studiosa americana Kelly Greenhill. A sfruttare queste armi sono gli Stati che utilizzano gli esseri umani come strumento di ricatto o leva politica, e questa è solo una parte tutto sommato superficiale del problema. Scendendo appena più in profondità ci si rende conto che l’immigrazione serve a reclutare quell’esercito industriale di riserva su cui perfino Karl Marx aveva messo in guardia. Un esempio di scuola lo fornisce il caso dei cosiddetti rider: spesso sono stranieri, talvolta stranieri irregolari che sono disposti (o costretti) a sottoporsi a turni massacranti per stipendi da fame e alimentano una economia delle piattaforme di cui non beneficia nessuno se non qualche grande azienda digitale. Se non ci fosse il sistema dell’immigrazione, questo tipo di economia probabilmente non esisterebbe, o comunque sarebbe molto meno invasiva. Invece grazie alla manodopera a bassissimo costo che continuiamo a importare essa è divenuta dominante.
È un piccolo esempio fra tanti, ma mostra il «mondo senza confini» per quello che realmente è: un sistema di sfruttamento dei più deboli. In questa prospettiva, l’immigrazione diviene un male da combattere per evitare che milioni di persone siano sradicate dalla propria terra, siano costrette a sottoporsi a viaggi atroci a rischio della vita per poi finire sulle strade come manovalanza per la criminalità o come massa di sfruttati senza diritti. Ecco, se cominciamo a pensare all’immigrazione in questi termini ci rendiamo conto che spalancare le frontiere e sostenere l’accoglienza senza limiti non sono affatto azioni caritatevoli o umanitarie, anzi sono clamorosi errori che favoriscono il perdurare di un ecosistema mortifero. In questo quadro, a emergere come pratica umanitaria e rispettosa della diversità e dei diritti di tutti è invece la remigrazione.
Se ne parla tanto, da qualche tempo, per lo più a sproposito. Come sempre, chi la propone viene accusato di essere fascista, razzista, addirittura nazista. Martin Sellner, l’autore del libro che tenete fra le mani, viene ogni volta dipinto come una sorta di mostro. Ma basta sfogliare il suo saggio per rendersi conto che non lo è affatto. Egli ripete più volte che razzismo e discriminazione non c’entrano nulla con le sue idee, e che sia vero risulta chiaro a chiunque voglia ascoltare e leggere senza pregiudizi. La remigrazione si basa sulla convinzione che esista un diritto a rimanere in patria e a vivere serenamente nella propria terra, senza essere costretti a lasciare tutto perché non si hanno mezzi sufficienti per vivere. La remigrazione prevede che i popoli dell’Europa non debbano più essere costretti ad affrontare i disagi sociali causati dallo spostamento massivo di orde di uomini che tutti hanno attualmente sotto gli occhi. La remigrazione non consiste nella deportazione violenta o nella persecuzione di chicchessia, anzi prevede un aiuto concreto per chi decidesse di ritornare nella propria terra d’origine. È insomma, un progetto sostenibile, umano, rispettoso. Comprenderlo non è difficile, basta appunto cambiare prospettiva per un attimo, liberarsi dei pregiudizi e delle false credenze che troppo a lungo hanno annebbiato la mente occidentale. Certo, si può sostenere che mettere in pratica la remigrazione sia difficile, se non impossibile. Il punto, però, è che dell’argomento bisognerebbe per lo meno discutere, a prescindere da ogni eventuale approdo politico. Si tratta di una proposta che dovrebbe essere valutata prima di tutto sul piano teorico, affrontata con profondità e attenzione, e poi eventualmente adattata alle diverse sensibilità e circostanze.
Il vero problema è che, finora, è stato praticamente impossibile anche solo affrontare serenamente il tema. I convegni sull’argomento vengono sabotati o impediti con la forza. I promotori del progetto sono costantemente attaccati dai media e subiscono incredibili ingiustizie (è il caso di Martin Sellner, che ha difficoltà pure a mantenere rapporti sereni con le banche). Insomma una riflessione seria è impedita in ogni modo. Il risultato è che sulla remigrazione si sentono per lo più luoghi comuni e falsità, a ogni latitudine. Ecco perché abbiamo deciso di pubblicare il saggio originale di Martin Sellner: per dare a tutti la possibilità di leggere e valutare con la propria testa. Si può ovviamente non approvare la remigrazione, si può discuterla o avere forti riserve in merito. Ma bisogna almeno sapere che cosa sia davvero. E per farlo non vi resta che leggere.
Giovanni Gasparro è uno dei più grandi pittori italiani, apprezzato nel mondo. Negli ultimi sei anni la sua vita e il suo lavoro sono stati funestati da una accusa infamante: quella di essere un antisemita che istiga alla discriminazione razziale. Pochi giorni fa è stato assolto, ma la vicenda lascia un segno.
Finalmente si è conclusa questa storia assurda. Che cosa ha deciso il tribunale?
«Il tribunale di Bari, in composizione collegiale, mi ha assolto “perché il fatto non sussiste” dall’accusa di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, mossa dalla comunità ebraica, per il dipinto Martirio di San Simonino da Trento e i commenti esplicativi relativi all’opera. Sostanzialmente, i giudici hanno confermato quanto stabilito già nel 2022 nell’ordinanza di archiviazione emessa dal gip presso il tribunale di Milano dove ero imputato per il medesimo dipinto. Oltretutto, l’archiviazione per infondatezza della notizia di reato era in accoglimento della richiesta del pubblico ministero e fu accolta dal gip. Cosa che non è successa a Bari, la mia città, dove sono stato rinviato a giudizio con un’accusa infamante quanto ingiusta, lontana dalla mia indole e dalla mia opera artistica. Sarebbe bastato guardare la mia produzione pittorica, la mia attività di incisore, scenografo o leggere i miei scritti per capire che artisticamente e umanamente penso e agisco in modo diametralmente opposto rispetto alle accuse che mi sono state rivolte dai miei denuncianti».
Quanto è durato questo procedimento?
«Il dipinto (che ha avuto una lunga genesi, dal 2018 al 2019) fu pubblicato online nel marzo del 2020 ma mai esposto fisicamente. All’indomani della pubblicazione fui denunciato e da allora è iniziato un calvario giudiziario che si è diramato in due filoni, quello di Milano e quello di Roma, quest’ultimo poi passato a Bari. Da allora, sino alla sentenza dell’altro giorno, sono trascorsi sei lunghi anni. Un lasso di tempo interminabile in cui i media enfatizzavano la mia potenziale colpevolezza e io declinavo tutte le richieste di interviste che mi pervenivano da tutte le maggiori testate nazionali e persino dagli Usa, Israele, Polonia, Brasile, ecc, con il fermo proposito di non alimentare il clamore sulla vicenda».
Non è difficile immaginare che impatto possa avere avuto tutto ciò sulla sua vita...
«Sono innumerevoli i risvolti negativi innescati da questo procedimento penale. Sul piano umano e familiare sono facilmente intuibili, oltretutto in un periodo della mia vita in cui sono pesantemente peggiorate le condizioni di salute di mia madre e che, poi, l’hanno portata alla morte. La pressione emotiva, il rischio di una condanna penale (il pm chiedeva per me sei mesi di reclusione) e la gogna sono già una condanna inflitta a un imputato che si vede catapultato in un’aula di tribunale alla stregua di un comune malfattore, interrogato per il suo operato artistico. Ricevere la visita improvvisa della Digos a casa come fossi un delinquente, dover subire interrogatori in questura in una Bari deserta, in pieno lockdown, e poi tutta la trafila giudiziaria con il processo è stato umiliante quanto surreale. Tutto per aver dipinto su tela la riproposizione di un’iconografia d’arte sacra che ha una storia lunga mezzo millennio (tanto è durato il culto del piccolo Simonino come compatrono di Trento) e i cui esemplari antichi sono ancora esposti alla pubblica fruizione in chiese, musei, biblioteche e persino sulla pubblica via, in tutta Europa. Davvero una situazione surreale che mi ha lasciato sbigottito ed incredulo».
E sul lavoro è stato danneggiato?
«Ovviamente, pur avendo quest’unico carico pendente riferito al processo, non ho potuto concorrere a bandi e concorsi d’arte prestigiosissimi come quello indetto per la realizzazione della Via Crucis per la basilica di San Pietro in Vaticano, non ho potuto firmare commissioni altrettanto prestigiose per l’acquisizione di mie opere per musei e collezioni private di tutto il mondo. Questo, insieme alle onerose spese legali da sostenere, mi ha causato anche un danno materiale ed economico esorbitante. Molti collezionisti privati o istituzioni hanno dovuto, obtorto collo, o per ragioni ideologiche connesse con la vicenda, negarmi rapporti professionali. E chissà quanti altri non hanno neppure provato a contattarmi, dissuasi dalla vicenda giudiziaria che mi vedeva coinvolto. Dai primissimi mesi ne scrissero il Times of Israel e il Jerusalem Post e anche in Italia sono stato oggetto di una campagna mediatica di infimo livello, senza possibilità d’appello, ancora trattato come un pericoloso antisemita».
Sei anni per confermare una decisione che era già stata presa da un altro tribunale non le sembrano troppi?
«Mi sono sembrati un tempo biblico. Perché tra i trenta e i quarant’anni un artista è nell’età in cui può estrinsecare il proprio pensiero e le proprie abilità tecniche con maggior vigore fisico e intellettuale. Sicché sento di esser stato defraudato di sei preziosissimi anni di lavoro e arte che nessuno potrà restituirmi».
È uscito da questa storia a testa alta, totalmente innocente. C’è, tuttavia, qualche macchia che rimane?
«Tutta la vicenda mi ha cagionato un danno d’immagine ma anche in termini finanziari, artistici, familiari, professionali, ecc, incalcolabili. In parallelo e a seguito dello stigma infamante di antisemita, sono stato oggetto di hackeraggi dei miei siti Web, i miei detrattori hanno tentato (talvolta riuscendoci), di farmi revocare commissioni artistiche, premi internazionali già vinti, spogliare gli altari delle chiese dalle mie pale dipinte. Sono stato oggetto di insulti in tutte le lingue e su tutti i miei canali di comunicazione, nonché di pedinamenti a Bari (finanche nella cripta della cattedrale) e minacce di morte. Il tutto, ripeto, con una pressione mediatica di certi giornali che oggi sono silenti rispetto alla mia assoluzione. Tutte le istituzioni civili, religiose e culturali del mio contesto d’origine, comprese quelle che ostentano a ogni piè sospinto la propria indignazione per le censure artistiche, non hanno mosso un dito in mia difesa».
Quali istituzioni?
«L’episodio più eclatante e inopportuno è stato quello legato alla censura subita dal sindaco di Bari, Vito Leccese, quando, a ridosso dell’inaugurazione, ha cancellato la mia esposizione personale presso la Pinacoteca Corrado Giaquinto. Mostra che era stata voluta dalla precedente amministrazione. Il sindaco ammise, a mezzo stampa, come riportato da tutte le testate locali, “di aver annullato, da sindaco, la mostra del pittore Giovanni Gasparro dopo le segnalazioni di Chiara di Segni della comunità ebraica, secondo cui le opere contenevano messaggi antisemiti”. Un vero e proprio atto di censura culturale per un cittadino e pittore libero e incensurato. Sicché è parsa a tutti come una pretestuosa e ingiustificabile censura. Inoltre, ero già a processo quando mi fu chiesto insistentemente dalla direzione della Pinacoteca e dalla delegata alla cultura della Città metropolitana di Bari, di realizzare questa mostra. Tutto il personale del museo, la curatrice dell’esposizione e la direzione erano a conoscenza delle opere che sarebbero state esposte e quindi anche l’operato di costoro è stato screditato. La censura subita non ha riguardato il dipinto Martirio di San Simonino da Trento, per cui ero a processo (considerando il fatto che non era affatto prevista la sua esposizione a Bari) bensì l’intera mia opera artistica».
Un colpo bruttissimo...
«Per il catalogo della mostra stavano scrivendo storici dell’arte di fama internazionale. Un danno d’immagine e professionale indicibile. Ho esposto in tutto il mondo da quando avevo vent’anni. Mai mi sarei aspettato, proprio nella città in cui sono nato e ho scelto di tornare a vivere, di subire in parallelo un processo penale ed una censura artistica di questo calibro. Questo mi ha profondamente ferito e ho meditato di trasferirmi altrove. A ogni modo, in questi anni, altri spiriti intellettualmente onesti, culturalmente e spiritualmente nobili non mi hanno fatto mancare commissioni e coinvolgimenti in mostre di ancor più rilevante prestigio».





