«Non hai capito che non vogliono fare un cazzo? Siamo noi che dobbiamo fare... siamo noi... non sono loro... l’ultima delle idee loro è darci una manganellata hai capito?».
È il 22 giugno del 2020 e Giorgio Rossetto, capo carismatico del centro sociale Askatasuna, parla con un altro militante. Stanno discutendo della lotta No Tav e della mobilitazione che si prepara per l’estate. In particolare, in quei giorni i ragionamenti degli antagonisti si concentrano sulla occupazione del presidio dei Mulini, un’area a ridosso del nuovo cantiere Tav. L’obiettivo è chiarissimo: vogliono farsi sgomberare, e se possibile provocare una reazione dura da parte delle forze dell’ordine. Cercano lo scontro, anzi vogliono suscitato, in modo da passare per vittime e scatenare una reazione a livello nazionale contro gli sbirri fascisti.
I militanti sanno benissimo che la polizia non ha alcuna intenzione di usare la forza, lo ripetono più volte. Sono loro a dover spingere sull’acceleratore della violenza. Un metodo noto da tempo agli osservatori più attenti, ma che la gran parte dei media e della politica finge di non conoscere. Ora però non si può più fare finta di niente: i giochini sporchi di Askatasuna che emergono dalla carte (e che Sara Sonnessa di TorinoCronaca ha rivelato per prima) ora sono scoperti e non possono più essere trascurati. Anche perché il centro sociale continua a provocare scompiglio, come si è visto durante le manifestazioni dello scorso inverno e ancora l’altro ieri, quando gli antagonisti hanno deliberatamente cercato di rientrare nello stabile occupato da cui sono stati di recente sgomberati, arrivando all’ennesimo confronto duro con gli agenti.
Nelle conversazioni del 2020 si delinea perfettamente quale sia la strategia delle provocazione del centro sociale. Parlando della occupazione dell’area Mulini e dello sgombero che potrebbe avvenire, gli antagonisti spiegano che si deve assolutamente arrivare alle botte perché è una occasione «troppo ghiotta», che potrebbe consentire addirittura «di far saltare anche il governo». L’obiettivo è appunto quello di far capitare qualche disastro e di far finire la notizia «sui giornali», in modo da costringere i politici a intervenire. «Di Battista inizia a fare un cancan. Di Maio è obbligato a stargli dietro, son tutti obbligati, Renzi dall’altra parte», dicono i militanti. Insomma, bisogna cogliere «le occasioni che la storia ci presenta. [...] Basta... basta... basta un niente. [...] Se poi manchi il momento... poi il momento va a farsi fottere». Sembra che gli antagonisti puntino sul Movimento 5 stelle, cercando di spaccarlo sul tema Tav: «Si romperanno su sti argomenti qua», dicono. «Di Battista e gli altri vorranno andare per la loro strada, mica vogliono fare l’alleanza con il Pd come vuole fare Grillo e Di Maio. [...] Su questo argomento qui salta il governo perché se nasce qualcosa No Tav o Non No Tav di nuovo salta il governo perché poi tutti saranno obbligati a fare i No Tav, anche i più fetenti, quelli che proprio dicono quelli che adesso lavorano sotto banco, sai quelli che dicono alla De Micheli facciamo cosi, facciamo cosà».
Al di là dei discutibili ragionamenti politici, però, il nodo centrale è l’uso strumentale della violenza. Nelle conversazioni, gli attivisti sono consci che potranno ottenere un effetto solo se verranno sgomberati a forza. «Quella roba li funziona se ti tolgono di li in una certa maniera», si dicono. E ancora: «Adesso detto detto tra di noi, che li sgomberino... a noi ci torna solo in tasca un po’ di mobilitazione in valle». Sempre il 22 giugno del 2020 è un altro nome grosso di Askatasuna, Umberto Raviola, a spiegare che se gli agenti «attaccano il presidio mentre noi siamo li, meglio di così non ci può andare». Un altro militante, Andrea Bonadonna, pare dello stesso avviso. Spiega che se la polizia decide che «quel villaggetto lo dobbiamo sgomberare. E allora lì! Allora lì! Lì è un’altra cosa, lì si ragiona su altri livelli, cioè nel senso che lì diventa una roba di dominio nazionale perché bisogna che rimbalzino dappertutto le immagini di questa ennesima prepotenza». Il 23 e 24 giugno, gli antagonisti continuano a discutere dell’argomento. Qualcuno ragiona su come provocare attriti con le forze dell’ordine. «Se facciamo vedere anche che andiamo anche verso il cantiere... eh... eh... è sempre buono, anche perché questi vogliono evitare assolutamente la confrontazione... il benché minimo confrontazione eh...».
Ovviamente, il piano di provocazione deve rimanere una «strategia occulta», altrimenti la polizia se ne accorgerà. Dopo tutto, dice un attivista, «la polizia non ha voglia di fare niente tanto meno di picchiare dei vecchietti nei boschi». Il 27 giugno 2020 altri due militanti si parlano in maniera ancora più esplicita. Uno spiega a una compagna che, indipendentemente dalle modalità con cui verranno sgomberati i Mulini - «in maniera soft o in maniera dura» - l’atteggiamento antagonista dovrà essere identico: «La tua resistenza dovrà essere solo soft... noi ce la giochiamo soft... dobbiamo solo riprendere... nel momento in cui gli sbirri entrano... la loro funzione non è di fare resistenza... da lì filmi... chi è sugli alberi... c’è la manifestazione sui tetti... ci sarà chi filma... magari qualche celerino che quando scalcia un po’, si dimena un po’, una manganellata nello stomaco la dà. [...] Funzionano così ste robe e tu hai la gente sui tetti che riprende un... compagno portato via braccia e gambe con uno che gli dà una manganellata sullo stomaco [...]. Ti trovi cinquemila, diecimila persone in due settimane».
Lo stesso militante, in un momento di grande sincerità, spiega alla compagna come stiano davvero le cose: «Tu non lo puoi dire ma lo vogliamo dire quale sarebbe lo scenario migliore? Che entrano e spezzano delle gambe e che spezzano delle gambe magari anche a dei vecchi». Ecco il punto. Basta filmare tutto, filmare sempre e fare arrivare le immagini ai media. Magari spingere, provocando, per un intervento ruvido degli agenti, così da farli passare per macellai. La violenza è ricercata, si spera nello scontro e in un po’ di sangue. Bisogna, dice a un certo punto un militante, fare capire «a quelli del movimento che non c’è da fare tanti giri, basta passare 5 metri sotto di loro non intervengono, loro non intervengono, quindi che cazzo... tu devi solo fare... fai 100, 200 metri... 50 metri che ti vedono, non vengono, anzi se incontrano 50 persone nel sentiero se ne vanno loro, arretrano di brutto, solo l’idea di spingere per terra gli viene... perché poi rischiano il licenziamento oramai c’è anche sto terrore qui da parte dei poliziotti, perché basta una foto una ripresa ti sospendono dal lavoro e poi rischi il licenziamento».
Capito? Gli antagonisti sanno benissimo che la polizia ormai ha timore di intervenire, e bisogna sfruttare la situazione. Il quadro è cristallino: occorre provocare prima e dopo le manifestazioni, fare crescere la tensione, apparire più agguerriti per evitare che gli agenti si presentino in modo «soft» come già accaduto in occasione di altre manifestazioni in piazza Castello a Torino. Una volta sul posto, vicino al cantiere Tav, si deve operare per esasperare gli animi. E in ogni caso basta riprendere un piccolo atto più duro della polizia e far arrivare tutto ai media o sui social, così che sembri siano avvenute gravi violenze e anche la politica sia costretta a intervenire. Questa - spiegata in maniera molto netta - è la strategia della provocazione del centro sociale. Ricordatelo, la prossima volta che sentirete parlare di violenze di piazza e scontri.
Gianluigi Paragone smaschera il paradosso del fronte del No: un giorno difende l'autonomia dei giudici come fosse sacra e il giorno dopo, sul caso di Nicole Minetti, si arrabbia perché il Ministero non ha dato ordini ai magistrati o non ha inseguito i colpevoli in Uruguay.
Per Nathan e Catherine Trevallion è un supplizio senza fine. Da novembre i loro figli sono stati prelevati e portati in una casa protetta a Vasto. All’inizio di marzo mamma Catherine è stata allontanata da quella struttura. Pochi giorni dopo, i suoi legali hanno presentato l’ennesimo ricorso, ma ieri la Corte d’Appello dell’Aquila lo ha respinto.
Certo, l’avvocato Danila Solinas dà di questo atto una lettura non totalmente negativa. Sostiene che in realtà la Corte non ha «in alcun modo avallato l’ordinanza di marzo che ha cacciato Catherine dalla casa protetta». Secondo Solinas, i giudici dell’Appello dicono qualcosa di diverso, non entrano nel merito, la questione è tecnica. Dicono che quell’ordinanza non ha modificato lo status dei minori, che già si trovavano nella struttura, ma ha semplicemente spostato l’attenzione sulla madre che era stata allontanata. Nel provvedimento da cui tutto ha avuto inizio, però, la presenza della mamma nella struttura non era neppure stata formalmente autorizzata, quindi di fatto non c’è una modifica sostanziale di un diritto del minore». Per queste ragioni, continua Solinas, la Corte d’appello «rinvia nuovamente al tribunale per i minorenni, dicendo però una cosa importante. E cioè che deve essere il tribunale per i minorenni a dover valutare - nella pienezza del contraddittorio delle parti - le circostanze sopravvenute che i genitori dei minori hanno sottoposto alla sua attenzione. Circostanze che possono essere idonee a comportare una rivisitazione delle decisioni in precedenza assunte».
In buona sostanza, spiega Solinas, in Appello si fa notare che «tutte le circostanze sopravvenute, che effettivamente la Corte non poteva attenzionare, sono meritevoli di una rivisitazione da parte del tribunale dei minori, che si ostina in quell’ordine di allontanamento».
Il nodo del problema è esattamente questo: finora le istituzioni e i vari professionisti coinvolti hanno accuratamente evitato di considerare tutti i cambiamenti a cui, ovviamente dietro il ricatto della sottrazione dei figli, i genitori si sono sottoposti. Anzi, la psichiatra e la psicologa indicate dal tribunale nella perizia consegnata qualche giorno fa richiedono ulteriori segni di sottomissione. Scrivono, ad esempio, che Nathan e Catherine dovrebbero lasciare la loro casa al limitare del bosco per trasferirsi nella abitazione messa a loro disposizione dal Comune, in attesa un domani di ricongiungersi con i figli. Peccato che non si dica mai quando tale ricongiungimento dovrebbe avvenire: si continua semplicemente a imporre alla famiglia prove su prove, a sostenere - sulla base di valutazioni decisamente contestabili - che mamma e papà non siano adatti a crescere i loro tre bambini.
«Intorno alla vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”», ha detto ieri Alessandra De Febis, garante per l’Infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo, «si è creato un clima di odio contro le istituzioni che certamente non aiuta la coppia a contestualizzare correttamente quanto sta accadendo. La violazione della privacy a cui i tre minori Trevallion sono costantemente sottoposti è inaccettabile e preoccupante», ha aggiunto il garante. A suo dire, «la perizia, o meglio, la bozza di consulenza, al netto della valutazione tecnica che spetta alla competenza medica, torna a sottolineare la non preclusione al recupero della responsabilità genitoriale. La coppia va sostenuta, non aizzata contro le istituzioni». In realtà nessuno aizza i genitori contro le istituzioni. Semplicemente ci si chiede quali siano i criteri di valutazione utilizzati. E ci mancherebbe solo che la perizia chiesta dal tribunale precludesse il recupero della capacità genitoriale: quella capacità i Trevallion l’hanno sempre avuta. Anche la tanto bistrattata Catherine. A dimostrarlo è un audio pubblicato ieri dal Centro (e ripreso anche dal nostro giornale) che rivela dettagli atroci su un fatto avvenuto qualche tempo fa, a cui avevamo già fatto cenno. Una notte, quando Catherine era ancora nella casa protetta, uno dei bambini ha cominciato a urlare e piangere disperato. Le grida che si odono nella registrazione (ascoltabile sui nostri profili Facebook e Instagram) sono agghiaccianti. Si sente però anche l’intervento della madre, che con ferma dolcezza calma il piccolo. Un genitore incapace non sarebbe in grado di fare una cosa del genere. Ma le autorità fanno finta di non vedere, e così le esperte nominate dal tribunale.
«Registro che la sofferenza dei bambini si allunga, e questo mi addolora», dice Tonino Cantelmi, l’esperto che segue la famiglia. Il quale, dall’alto della sua competenza, ha smontato il lavoro delle colleghe abruzzesi. «Nella perizia si dichiara con nettezza che Nathan e Catherine non hanno alcuna patologia psichiatrica», dice Cantelmi. «Poi, senza sottoporli a nessun test specifico per la capacità genitoriale e sopravvalutando, ed è un grave errore, i test grafici e le relazioni del servizio sociale e della casa famiglia, si afferma la inadeguatezza genitoriale dei coniugi. Inoltre, si trascura ogni voce dissonante, compresa quella della neuropsichiatria dell’Asl di Vasto».
Di nuovo, siamo al cuore della faccenda. Fior di studiosi hanno ribadito che tenendo i bambini lontani dai genitori li si danneggia, e che la famiglia andrebbe riunita. Lo dicono professori famosi, medici titolati. Ma niente: le istituzioni abruzzesi insistono sulla separazione. Chiedono silenzio e sottomissione, e forse solo dopo l’ennesima prova di fede provvederanno a riavvicinare (nei tempi e modi a loro graditi) figli e genitori. Per capire quanto si sbaglino basta ascoltare le grida strazianti del povero bambino che cerca la mamma da cui qualcuno si ostina a tenerlo lontano.





