In effetti sentivamo proprio il bisogno di tornare a dibattere pubblicamente di deriva autoritaria, di pericoli per la democrazia e di fascismo di ritorno. A quanto pare, però, l’opposizione manca di argomenti più seri e, dunque, le tocca aggrapparsi ai grandi classici del piagnisteo progressista. I salotti che contano sono già in fibrillazione, lo studio di Lilli Gruber da qualche giorno è percorso da brividi freddi e timori feroci: la dittatura incombe. Ad alimentare l’ansia ci ha pensato l’altra sera Massimo Giannini, il quale ha sobriamente commentato il progetto di legge elettorale appena presentato dal centrodestra.
L’editorialista di Repubblica ha citato Giuseppe Conte spiegando che la nuova norma sarebbe peggiore della legge truffa e della legge Acerbo del 1923 che concesse la maggioranza alla lista di Benito Mussolini. «Stiamo virando dalle democrazie rappresentative alle autocrazie elettive», ha affermato in diretta un preoccupatissimo Giannini. A suo dire, esiste un piano di Giorgia Meloni che coincide con quello di Donald Trump in cui la riforma della giustizia, il premierato e, appunto, la legge elettorale si incastrano quali tasselli di un mosaico eversivo. Il centrodestra sarebbe, dunque, alla «ricerca di pieni poteri» e usa la legge elettorale come «scorciatoia per raggiungerli il prima possibile». Tale norma, infatti, «consente alla maggioranza di prendere tutto, dove tutto significa non solo il Parlamento, ma anche le nomine e le elezioni di tutti gli organi di garanzia, la Corte costituzionale, il Csm e la presidenza della Repubblica».
Ed eccolo qui il vero problema. La sinistra accusa Meloni di voler mettere le mani sul Colle e questo è semplicemente inaccettabile per un sola, cristallina ragione: il Quirinale è prerogativa progressista, non sia mai che vi salga qualcuno su cui il Partito democratico non abbia fatto calare la sua entusiastica benedizione. Per questo motivo i dem dichiarano ai quattro venti che il testo di legge è «inaccettabile» e «irricevibile». Elly Schlein ripete che «può essere molto distorsivo della rappresentanza e con premi alti e senza limiti. Quindi, da questo punto di vista», ribadisce il segretario del Pd, «rischiano di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il presidente della Repubblica».
Ovviamente, queste grida scomposte e allarmate sono strumentali e piuttosto pretestuose. Posto che, come notava qualcuno, questa legge potrebbe persino giovare alla Schlein, garantendole, in mancanza di altri leader credibili, di inchiodarsi alla guida del suo partito, non è affatto detto che una nuova norma avvantaggi la destra. Anzi, la storia recente insegna che le leggi elettorali pensate da una maggioranza per assicurarsi maggiore stabilità non hanno mai funzionato granché, rivelandosi più spesso un boomerang.
In ogni caso, è bene rinfrescarsi un poco la memoria a proposito di alchimie elettorali, premi di maggioranza e pieni poteri, anche solo per svelare l’ipocrisia democratica sul tema. Quelli che ora berciano di deriva autoritaria e si struggono per il premio di maggioranza abbondante, in passato hanno profittato eccome dei premi offerti dalle leggi elettorali vigenti. Nel 2006, per dire, si andò a votare con il famigerato Porcellum di cui va riconosciuta la paternità a Roberto Calderoli. Quella norma prevedeva un premio di maggioranza su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato. Il partito più votato risultò essere Forza Italia, ma vinse l’Unione di Romano Prodi con un margine risicatissimo, grazie ai famigerati voti esteri. Alla Camera, il centrosinistra prese il 49,81% dei voti contro il 49,74% del centrodestra. Grazie al premio, la sinistra prese 67 seggi in più e tanti saluti. Romano Prodi divenne presidente del Consiglio e, a stretto giro, la sinistra elesse Giorgio Napolitano al Quirinale. Nessuno si fece scrupoli, non ci furono pianti sulla deriva autoritaria e la legge elettorale pensata a destra alla fine fu un bel regalo per la sinistra. Altro giro e altro regalo nel 2013, di nuovo con il Porcellum. Il partito più votato alla Camera risultò essere il Movimento 5 stelle, che si era sempre opposto al Porcellum giudicandolo addirittura immorale. Il centrosinistra prese il 29,54% dei voti, il centrodestra il 29,18%, i grillini arrivarono al 25,5%. Grazie al premio previsto dalla legge, la sinistra ottenne 220 seggi in più e, dunque, la maggioranza alla Camera e, dato che Pier Luigi Bersani non fu in grado di trovare un accordo con i pentastellati, nacque il governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. Il Pd, insomma, si prese senza restarci troppo male la presidenza del Consiglio e di lì a un paio di anni circa si avviò serenamente a scegliere Sergio Mattarella quale presidente della Repubblica.
In buona sostanza, quando c’è stato da prendere il potere, il Partito democratico non si è mai fatto troppi scrupoli, e non si è dato gran pena per il rispetto delle decisioni degli elettori, la concentrazione dei poteri. Come al solito, la deriva autoritaria non è deriva e non è autoritaria se favorisce il Pd.
Se si osserva con attenzione, si nota che il mostruoso caso di Jeffrey Epstein presenta notevoli somiglianze con una storia italiana altrettanto e forse per certi versi persino più spaventosa. È la vicenda del Forteto, la comunità di Vicchio, in provincia di Firenze, in cui venivano inviati minorenni tolti alle famiglie o problematici che invece di essere seguiti e curati venivano vessati e abusati. Tre sentenze in momenti diversi hanno dimostrato che il Forteto non era una comunità e nemmeno una struttura protetta, non lo era per la verità nemmeno formalmente.
Era ufficialmente una cooperativa che ospitava famiglie che si rendevano disponibili per l’affidamento di bambini, anche se poi spesso non si trattava di veri nuclei, bensì di quelle che venivano chiamate «famiglie funzionali», ovvero «nuove famiglie» che nella mente malata dei fondatori della comunità avrebbero dovuto sostituire la famiglia naturale. Soprattutto, però, il Forteto era una setta in cui si commettevano abusi con regolarità. Di più: vessazioni e atti di libidine erano la norma. Proprio come Epstein, il fondatore della cooperativa Rodolfo Fiesoli aveva una fittissima rete di contatti nel sistema di potere locale e nazionale. Conosceva e invitava politici (soprattutto progressisti), ospitava giornalisti e magistrati, era perfettamente inserito negli ambienti che contano, e questi ultimi ricambiavano l’attenzione trattandolo come un guru, un esempio da seguire. Proprio come Epstein, Fiesoli nascondeva la propria faccia oscura alla luce del sole: aveva fondato il Forteto nel 1977 e nel 1985 gli era arrivata una prima e pesante condanna per gli abusi sui minorenni. Eppure fino almeno al 2010 ha continuato ad agire indisturbato, ha goduto dei favori di intellettuali e amministratori, e ha continuato a maltrattare e molestare minorenni, esattamente come faceva - dopo una prima condanna - il faccendiere americano. Se ne deduce che a ogni latitudine il potere nascosto agisce sempre allo stesso modo: ha gli stessi vizi, commette gli stessi feroci peccati, gode delle medesime reti di protezione e si sente al riparo dal giudizio di Dio e degli uomini. Su queste similitudini si dovrebbe riflettere a lungo, e un supplemento di riflessione merita di essere fatto sul caso italiano, su cui è stata fatta giustizia soltanto a metà. Come abbiamo raccontato ieri, alcune vittime di Fiesoli hanno ricevuto o devono ricevere cospicui risarcimenti. A differenza di Epstein, il fondatore del Forteto non è morto in carcere in circostanze molto sospette, ma ha concluso la sua esistenza fuori dalla galera, tanto che chi scrive pubblicò - poco prima che morisse - foto che lo ritraevano in un bar intento ad avvicinare dei ragazzini. Se però Fiesoli è stato per lo meno condannato, nessuna punizione è arrivata per la totalità dei potenti che lo hanno favorito, a partire dai magistrati. Vengono i brividi quando si approfondiscono i rapporti che egli intratteneva con giudici e procuratori del Tribunale dei minori di Firenze. Gian Paolo Meucci, uno dei padri fondatori del diritto minorile italiano, monumento del tribunale fiorentino, se ne andava serenamente in giro a dire che la condanna a due anni che Fiesoli si prese nel 1985 era stata una sentenza politica. E i suoi colleghi sottoscrivevano le sue affermazioni. Già questo è curioso: quando serve, si può dire che le sentenze politiche esistono. Fiesoli era appena stato ritenuto colpevole di atti di libidine violenta quando Meucci affidò al Forteto un bambino down a esclusivo scopo dimostrativo: voleva rendere chiaro a tutti che per lui Fiesoli era puro come un giglio. Errore clamoroso se mai ve ne fu uno.
Meucci passò a miglior vita nel 1985, ma negli anni successivi altri suoi colleghi mantennero comportamenti che hanno dell’incredibile. Prendiamo Andrea Sodi, ex figura di spicco del Tribunale per i minorenni di Firenze. Egli frequentava regolarmente Fiesoli, lo fece fino alla fine, pure quando Fiesoli si trovava (finalmente) ai domiciliari con una condanna a 15 anni per gli abusi. Sodi trascorse giorni di vacanza con Fiesoli, faceva la spesa al Forteto, vi andava a cena. A un certo punto emerse addirittura che il figlio di Sodi, tecnico informatico, aveva lavorato per Fiesoli nella cooperativa assieme al figlio di un altro magistrato, Fabio Massimo Drago. Ma i giudici che passavano per la struttura toscana erano parecchi, e mentre loro compravano il formaggio e cenavano in allegria, chiudevano gli occhi sui bambini abusati. È davvero possibile che nessuno di loro abbia mai pagato?
Sappiamo che il Consiglio superiore della magistratura si è più volte occupato di questi giudici, l’ultima volta nel 2019. L’organo di disciplina dei magistrati ha in effetti usato toni piuttosto duri nei riguardi di quanti hanno avuto legami con Fiesoli, e ha certificato l’esistenza di un sistema terrificante. «Certamente le decisioni di affido che si susseguirono e che sembra furono fortemente influenzate dalla fiducia che i dirigenti dell’ufficio riponevano nella struttura e nei suoi responsabili danno adito a molte perplessità», si legge nella delibera del Csm del 2019. Il consiglio dice chiaramente che i giudici avrebbero dovuto farsi venire dei sospetti sul Forteto, e condividerli fra loro, anche perché c’erano state condanne contro Fiesoli nel 1985 e poi nel 2000 da parte della Corte Ue. «Le decisioni assunte dall’autorità giudiziaria in sede penale, prima, e in sede sovranazionale in ambito di tutela dei diritti umani avrebbero ragionevolmente dovuto indurre i dirigenti dell’Ufficio a condividere con gli altri giudici le informazioni in loro possesso, ad assumere con grande prudenza le decisioni di utilizzare ancora la struttura come luogo sicuro ove collocare dei minori e, comunque, a monitorarle attentamente pur attraverso i servizi sociali affidatari anche perché era noto che in alcuni casi gli affidamenti disposti per il tramite dei servizi si traducevano in collocamenti presso le cosiddette famiglie funzionali, ossia famiglie create appositamente, senza che tra i due coniugi vi fosse un reale legame affettivo», si legge ancora nella delibera. «Del resto anche l’attività di vigilanza che sulla struttura del Forteto doveva essere esercitata da parte della Procura minorile di Firenze fu del tutto carente o esercitata in modo del tutto improprio (si pensi a quanto emerge dalla sentenza di primo grado in ordine al rapporto sistematico che il dott. Andrea Sodi, sostituto procuratore minorile, intratteneva con la struttura in virtù di un legame di amicizia con i responsabili della stessa, ove faceva la spesa e spesso si tratteneva a cena). Tanto meno vennero attivate, anche dalle altre Istituzioni competenti che si susseguirono nel tempo, iniziative ispettive o disciplinari».
Il Csm fa notare poi che i giudici fiorentini come Francesco Scarcella, Piero Tony. Gianfranco Casciano e Andrea Sodi erano «dirigenti piuttosto autorevoli e comunque accentratori, che, sia pure in diversi momenti o con diversi modi, avevano tutti maturato una convinzione positiva (o un pregiudizio positivo) sull’operato del Forteto e del Fiesoli; convenzione che di fatto aveva finito per condizionare gli altri giudici». Insomma, il quadro tracciato dall’organo di disciplina dei magistrati è devastante. Ebbene, sapete come si sono concluse le pratiche aperte presso il Csm? Facile: con l’archiviazione. E così è finita la storia del rapporto fra il Forteto e i magistrati: questi ultimi hanno commesso gravi errori, hanno contribuito a dare mano libera all’abusatore di bambini, ma non hanno avuto alcuna sanzione. Così funziona la giustizia da queste parti.
La terribile vicenda che vede suo malgrado protagonista la famiglia nel bosco, per quanto sconvolgente, appare quasi come un fatto di poco conto se la si paragona a quanto avvenne per decenni al Forteto. La storia purtroppo non è conosciuta dai più, anche perché è stata per troppo tempo accuratamente occultata poiché estremamente dannosa per l’immagine di una bella fetta di mondo progressista. Eppure parliamo di uno dei casi più abominevoli della storia italiana.
Il Forteto fu il tentativo di realizzare una utopia sinistrorsa, e come tutte le utopie è finito in tragedia. La comunità, fondata nel 1977 da Rodolfo Fiesoli, Luigi Goffredi e altri, aveva lo scopo deliberato di decostruire e poi sostituire la famiglia tradizionale, creando nuovi tipi di legami umani. Prima fu una comune, poi assunse le apparenze di una struttura protetta in cui il tribunale dei minori di Firenze, in particolare, inviava minorenni tolti ai genitori o bisognosi di assistenza perché disabili o fragili. Al Forteto, però, i ragazzini subivano abusi intollerabili, riconosciuti anche dalla giustizia. Nel 1985 ci fu una condanna (terzo grado di giudizio) a due anni di reclusione per Fiesoli, riconosciuto colpevole di atti di libidine violenta, corruzione di minorenne e maltrattamenti e a dieci mesi per Goffredi, colpevole di sottrazione consensuale di minorenne e corruzione di minorenne. Eppure il tribunale di Firenze continuò a mandare bambini alla comunità. Nel 2000 arrivò una nuova condanna dalla Corte europea, ma l’incubo terminò molti anni dopo. Fiesoli fu arrestato nel dicembre del 2010 e nel 2017 condannato in terzo grado a oltre 15 anni di reclusione. Altri imputati presero pene superiori ai sei anni. Il Forteto, scrissero i giudici, era una setta in cui vigevano «regole maltrattanti, crudeli e incomprensibili».
In virtù di quelle sentenze sono stati disposti cospicui risarcimenti a favore delle vittime. Proprio in questi giorni il tribunale di Genova ha condannato per omessa vigilanza il Comune di Vicchio, che dovrà risarcire due persone, una con 628.731,65 euro e l’altra con 1.080.000 euro. È una decisione pesante e sacrosanta, perché le vittime del Forteto meritano di essere ripagate per ogni minuto di dolore provato. C’è tuttavia almeno un aspetto problematico. Bisogna per prima cosa riconoscere che il Comune è stato chiamato in causa assieme allo Stato, solo che per volontà dell’attuale governo la presidenza del Consiglio ha conciliato, riconoscendo le responsabilità e dando ragione alle vittime, mentre il Comune si è opposto da subito e ha anche annunciato ricorso. Comprensibile, ma discutibile.
In ogni caso, a pagare il conto saranno i cittadini italiani e gli abitanti di Vicchio, piccolo Comune storicamente di sinistra che ora rischia di trovarsi in grossi guai finanziari. Sapete chi invece non ha pagato nulla? Facile: assistenti sociali e magistrati, compresi i giudici che affidarono le vittime allora minorenni agli orchi del Forteto.
«Non ci sono state mai condanne per quanto riguarda i giudici minorili che negli anni hanno affidato i bambini al Forteto, mi risulta», dice Francesco Michelotti di Fratelli d’Italia, attuale presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul Forteto. «Stiamo cercando proprio in questi mesi in commissione di ricostruire le varie responsabilità e al momento ci troviamo di fronte a un quadro che è abbastanza inquietante. Alcuni magistrati ci dicono che non sapevano che al Forteto accadeva quello che poi è stato dimostrato. Il problema è che quando questi minori venivano affidati al Forteto il fondatore Fiesoli era già stato condannato. Ricordo che il primo arresto di Fiesoli risale agli anni Ottanta, poi c’è stata la sentenza europea. Il tema del Forteto è un tema che i magistrati o conoscevano o avrebbero dovuto conoscere. Peraltro Fiesoli era un habitué all’interno dei corridoi del tribunale dei minori di Firenze. Mi chiedo anche dove fosse il Csm. Perché non è mai partito un procedimento disciplinare e non sono mai stati sanzionati o rimossi o sospesi tutti quei magistrati che poi hanno affidato i minori al Forteto?».
In effetti la domanda è più che sensata, ma in parte è perfino retorica. «Sappiamo perfettamente», continua Michelotti, «che c’era una dinamica che è rimasta opaca ma per noi è abbastanza chiara nei rapporti tra la politica dell’epoca, la magistratura dell’epoca e il Forteto. Era un sistema che funzionava perfettamente in base al quale purtroppo i minori che venivano da situazioni disagiate, minori problematici, venivano affidati al Forteto. E poi c’era una responsabilità centrale degli assistenti sociali. La sentenza che condanna Fiesoli ne fa menzione in maniera importante. Però, sentendo oggi i magistrati minorili, la mia sensazione è che sia in atto uno scaricabarile. I magistrati minorili oggi dicono che dovevano essere i servizi sociali a informare i magistrati sugli abusi del Forteto. Questo è uno scaricabarile che mi lascia sgomento, perché quando si fa un collocamento o un affidamento un magistrato minorile deve essere molto attento».
Eppure, subito dopo la prima pesante sentenza di condanna, anzi addirittura a processo ancora in corso, il giudice Gian Paolo Meucci - grande amico di don Milani e considerato il padre del diritto minorile in Italia - affidò dei bambini, anche disabili, al Forteto.
Quella prima inchiesta su Fiesoli la portò avanti una grande personalità come Carlo Casini, padre del Movimento per la vita. «Quando arrivò la condanna», racconta Stefano Mugnai, che sul Forteto ha condotto lunghe e meritorie battaglie, «si disse che sì, c’era stata una condanna, ma che era una condanna politica. Riprova di ciò era il fatto che il magistrato che portava avanti tutto era il reazionario antiabortista Casini, questo era quello che dicevano».
In effetti, aggiunge Francesco Michelotti, il giudice Meucci «riteneva quella condanna del 1985 un errore giudiziario. Meucci , agli occhi dei magistrati minorili, era una sorta di mentore, lui continuava a difendere Fiesoli, a difendere il sistema Forteto, a difendere la comunità, quindi tutti gli altri gli sono andati appresso, e questa è stata una colpa gigante. Dunque gli affidamenti continuarono così, come se niente fosse, e quindi quella sentenza venne presto dimenticata. Il Forteto continuava a ingrandirsi, e i bambini non solo venivano abusati, ma venivano anche schiavizzati e sfruttati perché c’era un’attività produttiva importante. Al Forteto veniva fatto un formaggio, peraltro anche molto buono, e i minori venivano mandati al lavoro alle 4 di mattina. Poi, ovviamente, per i prodotti caseari ci vuole l’acqua. Ebbene abbiamo scoperto che il Forteto per oltre 30 anni si è approvvigionato illegalmente d’acqua: non hanno mai pagato una concessione, avevano un approvvigionamento totalmente illegale, qualcosa come 30 milioni di litri all’anno. E nessuno ha mai controllato, anche perché al Forteto andavano a fare la spesa i politici, a comprare il formaggio, a dire quanto erano bravi, a battere la pacca sulla spalla a Fiesoli, questo era il sistema». Un sistema per cui né assistenti sociali né magistrati pagheranno.





