Tutti presi dall’ultimo, inesistente allarme sul ritorno del fascismo a margine delle grottesche scene viste il 25 aprile, i media italiani hanno decisamente trascurato una interessante vicenda giudiziaria che riguarda il centro sociale torinese Askatasuna. Come noto, i militanti antagonisti se la sono cavata tutto sommato bene al processo di primo grado andato a sentenza il 31 marzo 2025 presso il tribunale di Torino.
Tutti i 28 imputati sono stati assolti dall’accusa di associazione a delinquere perché «il fatto non sussiste», cosa che ha fatto esultare la gran parte dei giornali. In realtà ci sono state 18 condanne per altri reati di varia natura, spesso violenti, e Giorgio Rossetto, uno dei capi storici del centro sociale, è stato condannato a 3 anni e 4 mesi. Altri militanti sono stati condannati a marzo in un altro processo. Ora però va in scena il procedimento di appello, e soprattutto sono state rese note le motivazioni della sentenza di primo grado. Spulciando quelle carte - come ha fatto benissimo e per prima Sara Sonnessa di TorinoCronaca - emergono parecchi elementi inquietanti. Che non sono stati ritenuti sufficienti a dimostrare l’esistenza di una associazione a delinquere, ma che offrono un suggestivo spaccato socio-culturale, mostrando - tramite le intercettazioni - che cosa pensino e facciano gli antagonisti. Le parti più rilevanti non sono, a differenza di quel che ci aspetterebbe, quelle relative agli scontri di piazza, che pure non mancano (c’è ampia documentazione ad esempio sull’uso di armi rudimentali tipo lo sparapatate che fanno pensare a una sorta di strategia di guerriglia). No, i segmenti che più colpiscono sono quelli che fanno emergere la realtà più vivida del centro sociale, e le vere posizioni dei militanti. I quali, quando la loro ideologia viene messa alla prova della realtà, mostrano reazioni sorprendenti.
«baluba» da educare
Il primo caso emblematico è quello che riguarda una famiglia di stranieri ospitata nello Spazio Neruda, che i militanti gestiscono per «rispondere alla emergenza abitativa». In pratica accolgono varie persone dietro pagamento di una quota pro capite. A quanto risulta, questa famiglia, i Camara, danno problemi. Lui spaccia, lei si lagna un po’ troppo. Anche giustamente, gli antagonisti non possono tollerare che lo straniero da loro accolto venda droga, così si organizzano per mettere in atto una vera e propria espulsione, ovviamente a modo loro. In buona sostanza lo riempiono di botte. Curioso: chissà che direbbero pubblicamente questi militanti se un governo qualsiasi si comportasse allo stesso modo con uno spacciatore. Nelle varie intercettazioni, gli attivisti di Askatasuna parlano ripetutamente degli immigrati africani. Il termine che utilizzano più spesso per indicarli è «negri» o talvolta «negroni» o «baluba». E se da una parte organizzano una mobilitazione per la causa dei neri americani dopo l’omicidio di George Floyd, dall’altra gestiscono le relazioni con la gente di colore in un modo... particolare. In una conversazione intercettata, due dei capetti, i fratelli Raviola, ragionano sull’educazione di un bambino straniero. Parlano di prendere «un bel negretto sano», «già fatto e finito», «già svezzato», da «allevare come un bianco». Al massimo, notano, «spendi un po’ di più a fargli un po’ di imprinting per cacciare via i complessi». E concludono: «Come i cani, sempre meglio prenderli educati da adulti che un cucciolo che dio c... dovresti spaccarlo». In un’altra conversazione è il già citato Rossetto a parlare, esprimendo una visione molto pragmatica e ben poco «umanitaria» dell’immigrazione di massa. Egli spiega a un suo sodale che alcuni stranieri vengono qui apposta per spacciare «non muoiono di fame» e «poi se ne tornano a casa perché hanno messo da parte 15.000/20.000 euro e al loro Paese sono dei ricconi». Anche sulle regole per l’accoglienza Rossetto esprime una visione interessante. A un amico spiega che, dopo l’espulsione a suon di botte dei Camara, c’è un posto in più per accogliere stranieri. «Però dico», spiega, «cerchiamo di... bisogna fare selezione... non basta basarci sulla simpatia di un giorno, di due, tre, quattro, qui ci vuole, ma poi la gente, noi dobbiamo affidarci a gente che poi partecipa... Ci vuole un minimo di preparazione per ospitare della gente nei loro spazi... Se non hanno un minimo anche di preparazione, non sai chi è... Malcolm X... almeno sapere chi cazzo è Malcolm X, non dico Tom Sankara, sai quelli proprio dell’Africa, dei loro Paesi, sai un nigeriano dignitoso, non lo so, ti impegni, sei mesi e voglio sapere tutto della sua vita, se non lo sai... niente, cosa vieni a fare qui Dio... noi non siamo... la Caritas, e se non c’è un minimo d’impegno, di conoscenza, di maturazione, di maturità, che cazzo ce li teniamo a fare». Dal suo punto di vista, è persino un discorso sensato. Peccato che non sia molto politicamente corretto.
A proposito di scorrettezza politica è particolarmente istruttivo leggere le conversazioni in cui i militanti si confrontano con le cosiddette problematiche di genere. In varie occasioni vengono riportati casi di abusi, in particolare da parte di un noto antagonista bolognese, tale Angelo. Costui è piuttosto stimato a livello nazionale, a quanto pare è uno tosto. In una conversazione, una militante accusa il «movimento antagonista di aver tollerato Angelo in quanto considerato uno che spacca». In sostanza i compagni avrebbero tollerato «che lui picchiasse la ragazza, che la minacciasse, che l’avesse sbattuta con la faccia sul tavolo, e lei stessa sarebbe stata costretta a sopportare, oltre una serie di problemi nella sua comunità, anche la presenza e lo sguardo di Angelo». Pare dunque che, nonostante le insistenze delle femministe, i capi antagonisti preferiscano non fare troppo chiasso pubblico sui compagni che menano le donne. Ancora più scivoloso è il caso di un certo Michele, anche lui antagonista, che passa guai a causa di una compagna che lo accusa di abusi. Due militanti ne parlano al telefono. «Loro son andati a casa assieme», dice uno, «han scopato, serata normalissima poi mentre dormiva lui ha tentato un approccio e lei non ha voluto... Gli ha detto che cazzo fai?». Michele ci sarebbe «rimasto male» ma si sarebbe comunque fermato. Per la compagna tuttavia quel gesto sarebbe «un tentativo di stupro... sta roba qua». Michele, in seguito, si sarebbe poi confidato con un amico spiegando di «averne fatte di cose per cui doveva chiedere scusa a tante tipe, per rapporti brutti... nel senso violenze verbali o spinte...». Ma rimaneva convinto di non diversi scusare per «sta storia con una matta, che da subito tutti gli han detto è una matta... perché ne ha già fatte di ste storie qua». A quanto pare le idee femministe sul consenso non riscuotono grande successo in certi ambienti antagonisti. Anzi, commentando la vicenda di Michele e della compagna che lo accusa, un militante dice: «Comunque sembra che questa sia recidiva di ste storie qua». Non è possibile, aggiunge sempre a proposito della ragazza, che «ti capitano tutte a te»: «O son tutti stronzi oppure forse c’hai fatto un po’... c’hai preso gusto insomma».
«vecchi balbuzienti»
La scorrettezza politica impera, fra i ribelli del centro sociale. Ne hanno per tutti: neri, ebrei, arabi, transessuali, immigrati. Sono durissimi con la sinistra moderata. E si fanno beffe persino dei partigiani. In una conversazione che si svolge il 24 aprile del 2020, un militante si lamenta con un altro di dover partecipare a una celebrazione della resistenza il giorno dopo: «Minchia m’hanno tirato in mezzo... andare qua a una lapide domani in quartiere... ma a me non me ne... cioè veramente il 25 aprile è stata la scadenza che io meno...». Il suo compagno, un militante di Roma, risponde spiegando come il 25 aprile sia una «rottura di cazzo infinita... sti cazzo di vecchi balbuzienti che raccontavano cazzate e poi scopri che quelli che erano sopravvissuti è gente che ha portato una lettera in bicicletta una volta... vabbè». Altro episodio patetico è quello del dibattito interno sulla «spesa solidale», una raccolta di cibo effettuata durante il lockdown Covid apparentemente per aiutare i bisognosi. Nelle intercettazioni si legge che una militante «diceva agli altri di non fare la spesa tanto c’era la roba della spesa solidale». Già, a quanto pare alcuni pensavano bene di tenersi i generi alimentari donati. Gesto che per una parte dei militanti era «roba da parassiti». Intendiamoci: si tratta di conversazioni intercettate che non fanno emergere (salvo nel caso delle violenze di genere) atti criminosi. Sono però indicative di un modo di pensare e agire quotidiano decisamente antitetico rispetto all’ideologia che i militanti professano. Dalle carte emerge un ritratto ben poco romantico dei rivoluzionari torinesi, che alle mazzate abbinano spesso e volentieri l’ipocrisia. Ma che, chissà perché, continuano a essere graziati dalla grandissima parte dei media.
Spesso si trova nell’orrore una perfida ironia. In questo caso sta nel fatto che nella perizia firmata dalla psichiatra Simona Ceccoli - incaricata dal Tribunale dei minori dell’Aquila di valutare la famiglia nel bosco - si rimproveri ai genitori, Nathan e Catherine Trevallion, di essere troppo rigidi e poco disponibili a cambiare le loro idee in base al pensiero altrui.
Di Nathan si dice adesso per esempio che «ribadisce fortemente la sua idea di vivere con la famiglia in modo isolato proprio per non confrontarsi con persone che potrebbero avere idee diverse dalle loro, e considerate pericolose». Più o meno lo stesso si afferma di Catherine. Ebbene, è piuttosto curioso che ai genitori Trevallion venga rinfacciata una chiusura che è decisamente minore di quella dimostrata dalle istituzioni italiane negli ultimi mesi. La stessa professionista individuata dal tribunale e la sua collaboratrice hanno sostanzialmente deciso di ignorare ogni parere dissonante, comprese le voci di grandi studiosi come Vittorino Andreoli e Massimo Ammaniti, o ancora di Daniela Chieffo del Gemelli. Nelle quasi 200 pagine di perizia la Ceccoli e la sua ausiliaria Valentina Garrapetta sembrano prende ispirazione da ciò che assistenti sociali e curatori vari hanno affermato sulla famiglia del bosco. Si rileva un atteggiamento di totale chiusura, che non tiene conto dei cambiamenti a cui i due genitori hanno acconsentito, e si ribadisce che i bambini vanno tenuti lontano da loro.
Le conclusioni sono un pugno in faccia. «Alla luce di quanto risultato dai colloqui e dalle valutazioni, le competenze genitoriali di entrambi i genitori risultano attualmente inadeguate in relazione ai bisogni evolutivi dei minori, seppur suscettibili di recupero; appare inoltre necessario tutelare i diritti costituzionali dei minori con particolare riferimento all’istruzione, alla salute e alla socializzazione», si legge nella perizia. «Si ritiene opportuno che i minori rimangano presso la Casa Famiglia. L’attuale collocamento, pur nella sua natura temporanea, si configura come adeguato e protettivo nei confronti dei tre minori i quali risultano ben inseriti».
Insomma, i Trevallion sono genitori inadeguati e i loro bambini non possono tornare a casa da loro. La psichiatra e la psicologa del tribunale richiedono a Nathan e Catherine «il trasferimento della propria residenza presso la soluzione abitativa messa a disposizione dal Comune di Palmoli, dimostrando disponibilità ad adattarsi in maniera stabile al diverso stile di vita proposto, pur nel rispetto del proprio sistema di valori, in una ottica di integrazione». Viene richiesto poi «che entrambi i genitori accettino un supporto psicoeducativo finalizzato a sviluppare e rafforzare gli aspetti risultati carenti nel corso dell’indagine».
I rapporti con il padre dovrebbero continuare come avviene ora, con visite in orari prestabiliti. Quanto alla relazione con la madre andrebbe gestita «attraverso incontri protetti in luogo neutro, presso un Centro da individuare. Al termine di un periodo di osservazione calibrato sui bisogni dei bambini», si legge ancora, «qualora gli incontri risultino positivi e privi di criticità, potrà essere valutato un regime di incontri liberi, della durata di almeno due ore, durante i quali i genitori potranno uscire dalla Casa Famiglia con i minori. Solo a seguito del pieno rispetto di tutte le prescrizioni precedenti, sarà possibile valutare un eventuale rientro dei minori presso il domicilio familiare. Tale rientro avverrà in maniera graduale, prevedendo inizialmente incontri nel fine settimana, fino a giungere ad un rientro definitivo. In tal caso, verrà attivato un intervento di educativa domiciliare di almeno 4/6 ore settimanali per una durata di tempo da definirsi». In ogni caso «la responsabilità genitoriale dovrà rimanere sospesa fino a diversa disposizione dell’Autorità competente». In buona sostanza, i Trevallion vanno rieducati, altrimenti non potranno riabbracciare i loro bambini.
«In questo elaborato c’è un bias clamoroso: la diversità socioculturale, anche estrema, scambiata per problematicità e trasformata in inadeguatezza genitoriale», dice Tonino Cantelmi, il super esperto della famiglia. «Un elaborato peritale unilaterale, tanto logorroico quanto inconsistente, con una bibliografia ferma al secolo scorso, forse alla laurea della consulente tecnica, caratterizzato da errori metodologici macroscopici e che contestiamo nel merito. In passato», insiste Cantelmi, «ho già detto che ero perplesso soprattutto, ma non solo, per quanto riguarda i test. Ora, come previsto dalle norme, integreremo questo elaborato con le nostre note. Abbiamo 20 giorni di tempo, ma le inconsistenze sono talmente macroscopiche che ne basteranno molti meno. Peraltro l’unica valutazione completa effettuata sui minori in relazione ai genitori è quella della Neuropsichiatria della Asl di Vasto che contraddice totalmente l’elaborato peritale e conferma tutte le nostre osservazioni. Ovviamente la Ctu, come tutto il sistema, ha ignorato sistematicamente tutte le voci dissonanti».
Non solo sono state ignorate le voci dissonanti. È stato ignorato anche il fatto che i test ai genitori sono stati somministrati nello stesso giorno in cui è stata annunciata a Catherine la cacciata dalla casa protetta. E che a fare questi test è stata Valentina Garrapetta, la psicologa che pubblicava sui social post irridenti nei riguardi della famiglia. Viene da dire che la perizia conferma i pregiudizi che la Garrapetta esponeva online.
Secondo Danila Solinas, avvocato dei Trevallion, questa perizia è «davvero inverosimile, pensavo non si potesse arrivare a tanto, invece oggi ho piena contezza di come non ci sia minimamente una serenità di giudizio. Sono quasi 200 pagine di ridondanti affermazioni e di valutazioni che definirei fatte in cattività. Come per gli animali: vengono collocati in uno zoo e si ha la presunzione di poterne valutare il funzionamento in quell’ambiente. L’intera valutazione si fonda di fatto su due test. Ma non c’è un solo rigo in cui si faccia riferimento al fatto che quei test sono stati fatti il primo in un momento di grande sofferenza e l’altro il 6 marzo, quando cioè abbiamo assistito alla cacciata della madre».
Solinas è stupita anche dalla valutazione che si fa di Nathan Trevallion. «Mi sembra che ci sia una sorta di captatio benevolentiae nei riguardi del Tribunale», dice. «Se il padre fosse uscito da questa perizia esattamente per ciò che è, cioè come una persona assolutamente equilibrata ed affettivamente presente, avrebbero dovuto comunque concludere per il ricongiungimento dei bambini quantomeno con la figura paterna. E invece oggi scopriamo che anche Nathan è inadeguato. Credo che questo dica ogni cosa sulla capacità di soggetti di cui abbiamo dubitato sin dall’inizio: la consulente, non dimentichiamocelo, lavora nell’amministrazione di una clinica privata, se non vado errato di una Rsa. Qualche dubbio sulle sue capacità è lecito».
In effetti colpisce che il padre sia stato descritto come ragionevole ed equilibrato quando questo serviva per svalutare la madre, e ora diventi improvvisamente ostinato e chiuso di mente.
«Riteniamo l’elaborato assolutamente carente, incompleto, unilaterale, fuorviato nelle conclusioni, quindi assolutamente insoddisfacente», continua Solinas. «Non perché non avalla la nostra tesi, ma perché lo riteniamo assolutamente inadeguato al compito che aveva. Quel che accadrà e che perderemo altro tempo: un mese circa per le osservazioni che dovremo depositare e un altro mese ancora per il deposito dell’atto definitivo da parte dei consulenti. Altri due mesi di separazione di questi bambini dai genitori».
La famiglia è smembrata da novembre. Da allora i genitori hanno accettato di tutto: vaccinazioni, insegnanti, cambi di abitazione... Ma per lo Stato non basta: la rieducazione non è completa. Dei loro cambiamenti agli esperti non è importato nulla: li accusano di essere ancora troppo rigidi, forse quello che vogliono è spezzarli.
Anche questa volta la versione più diffusa è che «se l’è andata a cercare». Tesi, appunto, non certo inedita che però si tinge ora di una sfumatura particolare. Più o meno i maestri del pensiero sono d’accordo sul fatto che Donald Trump sia la causa dell’ennesimo attentato ai suoi danni. Tuttavia qualcuno ritiene che il presidente abbia armato la mano (aspirante) assassina di Cole Tomas Allen alimentando l’odio e la divisione fra gli americani.
Altri invece ritengono che l’abbia armata letteralmente, cioè organizzando una messa in scena al fine di passare per vittima dell’astio progressista. In entrambe le versioni, la ricostruzione è piuttosto contestabile.
Anche a noi, da qualche tempo, Trump non è più così simpatico, per lo meno da quando - invece di portare la pace promessa - alimenta guerre e massacri per scopi discutibili. Il fatto, però, è che a sinistra The Donald era odiato da molto prima. Lo disprezzavano quando prometteva di far finire la guerra in Ucraina, lo detestavano quando prendeva di mira il woke. Che attacchi o meno l’Iran, in fondo, non fa troppa differenza per i suoi detrattori di sinistra: quel che affermano oggi lo sostenevano anche ieri. Ripetono, ad esempio, che sia un pazzo pericoloso esattamente come il suo attentatore, cosa che sostengono da quando è stato eletto la prima volta e che ultimamente ripetono solo con più veemenza.
Alan Friedman sulla Stampa lo ribadisce con decisione: Donald è vittima di sé stesso. Sul medesimo giornale lo scrittore Shalom Auslander spiega che «un pazzo ha sparato a un altro folle e i sociopatici High tech si arricchiscono». Un altro scrittore, Jonathan Safran Foer, sostiene che Trump abbia avvelenato con l’odio la sua America. Certamente ciascuno è libero di pensare del presidente americano ciò che vuole, ma queste dichiarazioni le sentiamo da ben prima che Trump se la prendesse con l’Iran mettendo in difficoltà tutta Europa. Nascono da un disprezzo che è lo stesso riversato contro Charlie Kirk e che è estremamente pericoloso perché tende a giustificare l’eliminazione fisica dell’avversario politico. La quale, per altro, negli Usa non è certo una novità. Però nessuno, per fortuna, ha mai sostenuto che i Kennedy se la siano andata a cercare, e di certo nessuno lo sosterrebbe se venissero colpiti Obama o Biden. Piaccia o meno Trump, è difficile sostenere che non vi sia una cultura dell’odio alimentata dal fronte progressista.
È lo stesso fronte che, guarda caso, ora dà credito alle teorie riguardanti l’auto attentato. Certo, tutti chiamano in causa il proverbiale «mondo Maga», a cui si attribuisce ogni suggestione cospirazionista. Eppure fa un certo effetto leggere i giornali italiani e scoprire che il Corriere della Sera rilancia in prima pagina tutti i dubbi su una possibile messa in scena organizzata proprio da The Donald. Sia chiaro: indagare su questa pista è sacrosanto, e noi non abbiamo alcun elemento per escluderla se non le nostre elucubrazioni. Come ha notato lo scrittore Don Winslow, se si trattasse di una sceneggiata forse il copione avrebbe dovuto prevedere l’eliminazione dell’aspirante killer. Il quale, per altro, non si capisce che convenienza avrebbe avuto nel rischiare la pelle e/o pesanti condanne.
A prescindere da ciò, a colpirci è la facilità con cui, trattandosi di Trump, viene sdoganato il complottismo. Questo, negli Usa, ha nobilissimi padri. Basti ricordare quel che hanno prodotto sull’omicidio di John Fitzgerald Kennedy autori come Don DeLillo e James Ellroy o cineasti come Oliver Stone. Eppure da qualche tempo a questa parte il mondo progressista si è distinto proprio per l’irrisione nei riguardi dei dietrologi. Quante volte abbiamo letto commenti feroci sui seguaci di Qanon e sui creduloni sovranisti e novax? Di nuovo: finché i pazzoidi e i paranoici possono essere arruolati a forza nelle file della destra, bisogna deprecarli e sbertucciarli. Ma se la teoria del complotto si rivela utile per demolire ulteriormente l’immagine del presidente-dittatore dal ciuffo biondo, allora anche gli austeri media mainstream possono divertirsi a sguazzare nel torbido. Eppure sono gli stessi che - pur di fronte all’evidenza - hanno sempre cercato di smorzare ogni indagine sulle ombre internazionali, a partire dalle inchieste sul sabotaggio del Nord Stream e più in generale sulle vicende ucraine. Ora invece guardali: persino il serissimo Massimo Gaggi suggerisce la pista dell’attentato «staged», ovvero organizzato ad arte. Fossero sempre così solerti, questi grandi media, avremmo avuto narrazioni diverse sul Covid, sulle guerre, sulla politica internazionale, l’immigrazione e mille altri temi.
Ed è esattamente questo il punto. Qui non si vogliono prendere le difese d’ufficio di Trump, che per quanto ci riguarda è attualmente indifendibile. Si tratta semmai di stigmatizzare coerentemente un atteggiamento intollerabile, un flusso di odio che promana dal fronte liberal-progressista verso tutti coloro che hanno posizioni diverse, e che arriva ogni volta a giustificare le peggiori nefandezze. Va fatta chiarezza su questo attentato a Trump, senza ombra di dubbio. E di certo bisogna continuare a contestare le scelte sbagliate degli Stati Uniti, quando ci sono. Ma su tutto resta anche un’altra certezza: a sinistra non vogliono la verità, vogliono soltanto la distruzione del nemico, con ogni mezzo necessario. Il che li rende, pure oggi, peggiori di Trump.





