Francesco Borgonovo intervista Mary Holland e Brian Hooker, membri dell’associazione di Robert F. Kennedy Jr. e ascoltati anche dalla Commissione Covid italiana. Dalla gestione della pandemia ai lockdown, dalla censura al ruolo di OMS e Big Pharma.
Quanto conta davvero la massoneria oggi in politica? In questa puntata di Luoghi Oscuri, il giornalista Ferruccio Pinotti ricostruisce numeri, reti di potere e influenze: un filo che attraversa la storia italiana fino ai giorni nostri.
Wendy Duffy, 56 anni, ex operatrice socio-sanitaria britannica delle West Midlands, è il primo o comunque il più clamoroso caso occidentale di eutanasia per crepacuore. Questa donna ha scelto il suicidio assistito non perché malata terminale o disabile grave vessata da un dolore continuo e costante.
Wendy ha voluto morire perché, semplicemente, la sua vita non aveva più senso da quando, nel 2022, suo figlio Marcus è morto per un assurdo incidente domestico, soffocato da un pomodoro mentre mangiava. Una morte a cui Wendy non è riuscita mai a trovare un senso, di cui non ha saputo e potuto arginare l’impatto devastante. «Non vivo più, meglio morire». Diecimila sterline bastano per farsi uccidere in Svizzera, alla clinica Pegasos.
E sarà anche molto triste dirlo, ma lascia amaramente sorpresi l’affettato stupore dei media italiani di fronte a questo caso, che ieri ha occupato quasi tutte le prime pagine. La Stampa, per dire, titolava sulla «eutanasia choc di Wendy». Il Corriere della Sera ha dato a questa donna che si è uccisa «per il dolore» uno spazio che di solito non si concede ai suicidi assistiti. Certo, è innegabile che la storia colpisca, che ci si domandi come sia possibile scegliere la morte quando il dolore è emotivo e non fisico. Ma non c’è da stupirsi: questo caso rappresenta l’approdo finale e previsto del meccanismo eutanasico.
I media si sorprendono soltanto perché finora hanno raccontato la presunta dolce morte come qualcosa che in realtà non è, e cioè un gesto di libertà, un sottrarsi a un male impossibile da combattere, una scelta di dignità di fronte all’irreparabile disastro del corpo che patisce. Siamo stati abituati a un dibattito a senso unico, viziato da espedienti propagandistici fin troppo facili da individuare ma comunque d’effetto. Per sostenere lo sdoganamento dell’eutanasia, di solito, si presenta al pubblico un preciso tipo di vicende. Quelle di persone afflitte appunto da tormenti indicibili che si raccontano come impossibili da arginare. Si illumina per lo più il caso estremo e straziante, capace di mettere alla prova l’umana compassione. Non si parla mai di quello che può accadere dopo, cioè della normalizzazione del suicidio assistito, del fatto che quando la morte agevolata diviene prassi, la gente comincia a prenderla in considerazione quale possibilità concreta anche quando non vi sono di mezzo malattie o simili. Eppure è esattamente ciò che è accaduto ad esempio in Canada, come hanno avuto modo di notare anche intellettuali liberali e progressisti, tra cui la romanziera Lionel Shriver. «Avvalorando la tesi del piano inclinato sostenuta dai suoi critici, il programma ha presto allentato radicalmente le sue restrizioni», ha scritto. «In Canada, il suicidio assistito è ora disponibile per tutti gli adulti affetti da una grave malattia o disabilità, indipendentemente dal fatto che la causa del loro tormento possa rivelarsi fatale nel tempo. Mi chiedo se questi canadesi stiano esercitando la loro immaginazione. Per i governi, i cittadini sono una seccatura. È davvero nell’interesse generale di noi peones rendere troppo facile per le autorità sbarazzarsi di noi, invece di occuparsi dei nostri problemi complessi e costosi? Continuate ad allentare le restrizioni su tali programmi e presto non sarà così difficile immaginare la California che ripulisce i suoi accampamenti di tende di senzatetto, alcolizzati e tossicodipendenti, mandando le squadre Swat a marciare tra cartone e lamiera ondulata con mitragliatrici».
Nella lista delle persone che possono essere eliminate non ci sono solo i presunti devianti, i marginali. Ma tutti i fragili. Comprese le persone apparentemente inconsolabili come Wendy, a cui questa civiltà non ha saputo offrire non tanto un conforto quanto un senso: la morte è il nostro grande rimosso, affrontarla ci è più difficile che mai. L’eutanasia è la certificazione della perdita di senso - spirituale, sociale - della morte, una perdita che conduce inevitabilmente a svuotare di senso anche la vita. Accettando la fine in Svizzera di Wendy Duffy stiamo accettando tale svuotamento. Stiamo stabilendo che la vita - facile o dolorosa che sia - non è un valore in sé, ma qualcosa che assume valore solo in determinate condizioni. Il punto è: chi stabilisce quali siano queste condizioni? E in base a che cosa? Se si stabilisce che il valore della vita può essere cancellato, prima o poi qualcuno lo cancellerà a proprio beneficio, è poco ma sicuro. Che si tratti di un regime dittatoriale o di una macchina burocratica «democratica» fa poca differenza.
Si potrebbe anche riflettere sul fatto che una persona profondamente depressa o annientata dal dolore possa davvero compiere una scelta libera, ma non è questo il punto preciso. Il cuore della questione è molto meno filosofico e più concreto: se si afferma che la morte può essere un bene, state sicuri che lo diventerà, che sempre più persone la sceglieranno. Il perimetro della «vita che vale la pena di essere vissuta» si restringerà di conseguenza. Dicevamo che sarebbe accaduto, ora sta succedendo. Compiuto il passo, indietro non si torna.





