Alla fine di marzo di quest’anno nel Regno Unito c’erano circa 4.000 minori in attesa di essere ricevuti in una delle strutture del servizio sanitario nazionale, che si occupano di problematiche relative al genere. Di questi, oltre 250 frequentano le scuole primarie.
E almeno una decina ha poco meno di 6 anni (gli altri vanno dai 7 agli 11). Stephanie Davies-Arai, direttrice del gruppo Transgender trend composto da genitori, accademici e professionisti critici verso il cosiddetto approccio affermativo, ha spiegato al Daily Telegraph che «i dati relativi alle liste d’attesa mostrano chiaramente che si tratta prevalentemente di una tendenza adolescenziale. Sappiamo che questo gruppo sarà composto in maggioranza da donne, persone omosessuali, autistiche o adolescenti con problemi di salute mentale preesistenti o affidate ai servizi sociali. Il numero di bambini più piccoli è maggiore rispetto al passato, il che non sorprende visto che ora i genitori sono incoraggiati a credere che il proprio figlio sia trans se non si conforma a rigidi stereotipi di genere». Davies-Arai consiglia ai genitori di aspettare, avere pazienza e attendere che superino la fase. Ma la cosa è più facile a dirsi che a farsi. In teoria, dal 2024, nel Regno Unito è vietato somministrare ai minori i farmaci bloccanti della pubertà. Lo stop è arrivato grazie al governo conservatore allora in carica e i laburisti lo hanno prolungato per andare incontro alle richieste della popolazione. Ma nel frattempo le autorità sanitarie hanno escogitato un altro modo per continuare sulla via del cambio di sesso dei minori. Si tratta di un progetto chiamato Pathways, uno studio approvato dall’Agenzia di regolamentazione dei medicinali e dei prodotti sanitari (Mhra) e dall’Autorità per la ricerca sanitaria (Hra). Prevede che i bloccanti siano somministrati a minorenni, poi sottoposti a monitoraggio, per verificarne gli effetti. Stando alla Bbc, pare che «i nuovi limiti di età siano 11 anni per le partecipanti di sesso femminile registrate alla nascita e 12 anni per i partecipanti di sesso maschile registrati alla nascita». Insomma, si potranno avviare al cambio di sesso delle bambine di 11 anni. La cosa è di per sé mostruosa, ma lo diventa ancora di più se si considera che una settimana fa il governo laburista ha dato il via libera al divieto totale di utilizzo dei social network ai minori di 16 anni. In pratica un ragazzino potrà cambiare sesso, ma non usare Instagram.
Questa è l’Inghilterra di Keir Starmer. O almeno lo era fino a ieri, giorno in cui il primo ministro laburista ha rassegnato le dimissioni. Non che ci siano da attendersi grandi cambiamenti, ma sarà difficile fare peggio del Grande Timoniere progressista. Nel giro di pochi anni è riuscito a trasformare la sua nazione in una sorta di terrificante distopia liberal, qualcosa che non ci si sarebbe mai aspettati di vedere in Occidente. La storia del cambio di sesso parla da sé. Il divieto di social network si può leggere come una sorta di regalo d’addio del simpatico Keir. L’obiettivo del provvedimento, ovviamente, non aveva nulla a che fare con la protezione dei bambini, ai quali è del resto concesso sottoporsi ai peggiori trattamenti sanitari. Il punto vero è giungere al monitoraggio degli adulti. La stretta digitale infatti prevede l’introduzione di controlli sull'identità online per i maggiorenni, ergo controllo sociale. Non stupisce: lo Stato di polizia digitale è sempre stato il chiodo fisso laburista. Nel Regno Unito non è mai esistita una carta d’identità obbligatoria, ma Starmer e soci hanno avviato l’iter per l’introduzione della Britcard, documento digitale che dovrebbe divenire pienamente operativo nel 2028 e che servirà per controllare l’accesso ai servizi. Per noi potrebbe sembrare scontato, ma per gli inglesi è un cambio epocale.
Giusto per restare sul monitoraggio digitale, vale la pena ricordare alcuni dati forniti dalla Free speech union britannica. Nel Regno Unito la media di arresti viaggia sui 30 al giorno per i reati legati alla comunicazione online. Ogni anno vengono fermate dalla polizia circa 12.000 persone per via di ciò che hanno scritto sui social network, e circa 1.000 ogni anno vengono condannate. Tra queste ci sono coloro che negli anni passati hanno pubblicato post giudicati razzisti in occasione delle numerose manifestazioni contro l’immigrazione. È il caso di citarne una su tutte: Lucy Connolly, madre di famiglia con un marito gravemente malato, arrestata e condannata a 31 mesi di carcere per un commento su X (rimosso dopo poche ore) giudicato razzista. Commento che per altro reagiva alla strage di bambine commessa a Southport da un uomo, allora minorenne, di origini ruandesi.
Già: con i cittadini britannici bianchi Starmer è inflessibile. Gli esponenti del suo partito in varie città arrivano a proibire l’esibizione della bandiera con la croce di San Giorgio perché sarebbe un simbolo identitario e dunque intrinsecamente fascista. Però, quando si tratta di fare chiarezza su reati veri e non sugli psicoreati, il Labour è più tenero. Starmer ha rifiutato più volte di creare una commissione d’inchiesta sulle gang di stupratori pakistani che hanno abusato negli anni di decine di migliaia di ragazzine bianche e per lo più povere. Costretto infine dalle pressioni della stampa a dare il via alla commissione, il governo progressista ha fatto di tutto per sabotarla.
Chiaro no? Nella distopia buonista i crimini degli stranieri passano in secondo piano. La polizia, sottoposta a costanti corsi di rieducazione affinché impari il rispetto delle minoranze, ha ottenuto risultati eccezionali. Per esempio ha arrestato il moribondo e sanguinante Henry Nowak, preferendo credere al sikh che lo aveva pugnalato. Si sospetta che le autorità sanitarie abbiano atteggiamenti simili: hanno lasciato libero di circolare almeno un assassino, dopo aver ricevuto pressioni per ridurre la presenza di neri nelle strutture psichiatriche.
In compenso, il primo settembre 2025 all’aeroporto di Heathrow, a Londra, si sono mossi cinque poliziotti per arrestare il comico irlandese Graham Linehan con l’accusa di istigazione alla violenza in virtù di alcuni post pubblicati su X, in cui criticava gli attivisti transgender. Linehan, mesi dopo, è stato prosciolto. E la polizia si è scusata anche per la morte di Nowak. Ma quale sia il clima culturale Oltremanica è fin troppo chiaro.
Anzi, a dirla tutta, era già chiaro quando - mesi fa - è emersa la vicenda dei cosiddetti episodi di odio non criminali: migliaia di persone, minorenni compresi, sono state schedate dalle forze dell’ordine dopo essere state segnalate per post politicamente scorretti sui social o per banali liti in cui avevano pronunciato frasi offensive. Sono stati schedati persino dei ragazzini che avevano chiamato «ciccione» un compagno di scuola.
Di Starmer ricorderemo queste imprese: la continua e feroce violazione delle libertà, il tentativo di vietare il fumo fuori dai pub e quello di imporre nello statuto dei lavoratori norme che consentissero a baristi e camerieri di cacciare da bar e ristoranti clienti colpevoli di avere espresso qualche opinione offensiva delle minoranze. E mentre in patria Starmer imponeva questo allucinante sistema poliziesco, si faceva bello all’estero come capo dei volenterosi intenzionati a spingere per la prosecuzione delle ostilità in Ucraina. Si vantava di difendere la democrazia a Kiev e intanto distruggeva la democrazia in casa sua. Decisamente non mancherà a nessuno.
Le terribili parole sessiste sarebbero state udite dalla scrittrice Teresa Ciabatti, e - vere o meno - sono finite sui giornali. «Non ho mai parlato dell’aspetto fisico di Michela Murgia, né mi sarei permesso», dice Mari a Repubblica. Il tribunale woke, però, è apparentemente inflessibile.
E conta fino a un certo punto che la Fondazione Bellonci, che gestisce lo Strega, ieri sera abbia confermato che lo scrittore resta in gara: «L’ipotesi di escluderlo non è consentita dal regolamento». Perché secondo i bene informati, l’editore Einaudi che pubblica il romanziere sta provando a trattare, ma dal trionfo annunciato sarà già tanto se si arriverà a una dignitosa sconfitta: il premio Strega è diventato premio Caccia alle Streghe. Insomma la santa inquisizione progressista si è messa in moto, e Mari potrebbe persino essere innocente, ma non importa più: come nei più efferati regimi, basta il pettegolezzo, il venticello del sospetto, e si diventa comunque colpevoli.
Come sempre accade, i toni degli articoli sui quotidiani che contano (Corriere, Repubblica e un po’ La Stampa, quelli frequentati dal bel mondo letterario) sono duri. Il Corriere ha ospitato un commento indignato di Bianca Pitzorno che se la prende con gli «scrittori maschi», rei di giudicare le colleghe «per l’aspetto», come se fossero tutti uguali e tutti colpevoli in quanto uomini. Di nuovo, sono riflessi condizionati, bagatelle per un massacro annunciato.
Stavolta, tuttavia, c’è anche qualcosa di estremamente diverso. Ci sono, dicevamo, le passioni ribollenti del linciaggio che si scatena ogni volta che il maschio bianco finisce nel tritacarne. Ma c’è anche un diffuso imbarazzo che s’accompagna al silenzio. E, soprattutto, c’è una sorprendente e inedita ondata di dissenso garantista. Se le cronache dei quotidiani sono tendenzialmente ruvide, i commenti delle grandi firme sono straordinariamente benevoli.
Michele Serra, per esempio. «Non sono tra quelli che pensano che non si può più dire niente, e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato politicamente corretto», scrive. «Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo. Darebbe scandalo trovare nella cinquina dello Strega, o in sedi consimili, l’autobiografia di Ben-Gvir, ammesso che sappia scrivere, o di un ministro afghano che nega la scuola alle bambine. Ma quando leggo Michela Murgia o Michele Mari, perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?».
Capito? Censurare va bene, ma con giudizio. Se si dovesse oscurare un orrendo sionista o un fascista, suggerisce Serra, non ci sarebbero problemi. Ma con uno dei buoni, con un venerato maestro come Mari, perbacco, bisogna usare un metro differente. La pensa così anche Aldo Cazzullo, che lamenta il «dileggio preventivo e sistematico» e la fine della privacy. «Le parole di Mari, sbagliate o meno, condivisibili o no, erano parole private», dice Cazzullo. «Pronunciate in una conversazione privata. Ora, non dico che sia bello dire una cosa in privato e il suo contrario in pubblico. Non nego che per un personaggio pubblico, com’è uno scrittore favorito per lo Strega, sia difficile mantenere una propria considerazione nella sfera privata. Però insomma tra privato e pubblico un minimo di diaframma dovrebbe essere salvaguardato». Ah, molto interessante. Quindi la prossima volta che un agente provocatore di Fanpage o di La7 si infiltrerà in una manifestazione di destra il Corriere invocherà il rispetto della privacy? La prossima volta che Vannacci parlerà del femminicidio si invocherà il rispetto delle opinioni diverse?
Il punto è esattamente questo. Michele Mari è innocente fino a prova contraria. E anche se avesse effettivamente detto ciò che lo accusano di aver detto, non si capisce perché dovrebbe essere bandito dallo Strega. Ma siamo certi che se al suo posto ci fosse stato un altro autore, magari non pubblicato da Einaudi e non annoverato fra i grandi nomi del salottino buono della cultura italica, a quest’ora sarebbe già stato crocifisso in sala mensa, i giornali gronderebbero commenti feroci, i social traboccherebbero di insulti. Invece, guarda un po’, stavolta c’è persino chi - su Facebook - avanza teorie del complotto: Mari era favorito e lo hanno fatto fuori, la Ciabatti ha scritto un libro sulla Murgia che così otterrà grande risalto... Dietrologie che altrimenti sarebbero derise.
Se c’è da imporre il patentino antifascista a una fiera o da insultare chi devia dall’ortodossia progressista, il circolino intellettuale si compatta. Ma se un esponente di spicco del giro che conta finisce sulla graticola, tocca giustificare, difendere, puntualizzare. E, stavolta più che mai, lo si può lasciare in gara essendoci in ballo Einaudi e lo Strega. Dopo tutto, sosteneva Thomas Bernhard, ritirare un premio letterario è come farsi cagare in testa. E proprio per questo tanti scrittori sono pronti a tutto per vincere. O per far vincere il proprio editore di riferimento.
È un anno davvero strabiliante per la cultura italiana, specialmente quella di marca progressista che da tempo immemore domina sui festival, i premi letterari, le rassegne artistico-librarie di ogni ordine e grado.
E il bello è che il governo destrorso c’entra poco o nulla: hanno fatto tutto da soli, talvolta sbranandosi da soli. Gli animi hanno cominciato ad arroventarsi quando Francesco De Gregori ha dichiarato in una conferenza stampa di non amare gli artisti impegnati che fanno proclami dai palchi: si è scatenato uno psicodramma con conseguenti sbriciolamenti di identità degli intellò, divisi fra la venerazione per il grande maestro e la stizza per le sue parole che coglievano nel segno. Poi è toccato a Salerno letteratura con la patetica polemica su Erri De Luca, e lì è esploso il livore: un altro venerato maestro ridotto a solito stronzo, colpevole di avere rilasciato dichiarazioni inaccettabili (perché devianti rispetto alla linea comune) a un giornale israeliano. Il sionista nemico di Gaza è stato allontanato dalla rassegna letteraria, e ne è seguito un ulteriore psicodramma. Il curatore del festival, Paolo Di Paolo, ha scritto post addolorati in cui spiegava di non aver censurato nessuno, ma aggiungeva anche che non aveva potuto fare altrimenti. In pratica: aveva censurato, ma se ne vergognava un po’ e comunque ci teneva a mantenere i rapporti con De Luca. Scrittori, filosofi e pensatori si sono divisi, hanno riflettuto soffrendo, e alla fine hanno lasciato che la censura si consumasse. Era destino. Per Eshkol Nevo non c’è stato altrettanto clamore: troppo importante e ben inserito l’autore perché lo si censurasse, dunque la faccenda si è risolta con una petizione che lo accusa di non essere abbastanza critico verso la sua nazione, Israele. La vetta si è però raggiunta grazie a Più libri più liberi, fiera editoriale che ogni anno regala emozioni. Stavolta si sono inventati il patentino antifascista, un modulo che gli editori dovrebbero firmare al fine di ottenere il green pass culturale: se sei troppo di destra e rifiuti l’autodafé, vieni cancellato. La trovata è stata giudicata idiota da pesi massimi quali Luciano Canfora e Massimo Cacciari, e tanto basterebbe a liquidarla. Ma la grandissima parte degli autori sinistrorsi ancora non si rassegna e continua a sostenere l’opportunità del lasciapassare psicopolitico. Giuseppe Iannaccone, vertice del Centro per il libro e la lettura che elargisce denaro a Più libri più liberi, sulle nostre pagine ha fatto presente che ai censori sarebbe meglio togliere fondi, e questo ha suscitato un’ondata di indignazione social. La scrittrice Loredana Lipperini si è precipitata a scrivere che si trattava di una minaccia: insomma, prima i sinceri democratici impongono la mordacchia, poi si indignano se qualcuno pensa di fermarli.
Pensavamo che fosse finita qui, che questo grottesco spettacolo fosse sufficiente. E invece ecco un nuovo tormentone, forse il più allucinante e per questo più memorabile di tutti. Stavolta c’è di mezzo il premio Strega, niente meno. E infatti toni e dettagli sono adeguati all’importanza dell’evento. Qui non si tratta di interviste scorrette rilasciate a qualche giornale, di petizioni o mobilitazioni social. No, qui siamo addirittura nel campo della delazione, del pettegolezzo che scorre sotterraneo e poi affiora sui giornali. Di nuovo, la lite (ferocissima) si consuma tutta in famiglia e quasi ricorda i bei tempi del Me Too.
La scenografia è meravigliosa. Siamo sul torpedone che conduce i finalisti dello Strega verso Benevento, per una tappa del tour a cui devono sottoporsi gli autori selezionati. Michele Mari, scrittore pubblicato da Einaudi ed entrato da qualche tempo nel novero dei venerati maestri (sempre quelli), sta chiacchierando con una collega, pare Elena Rui, tra le outsider del premio. Stando alla ricostruzione fornita da Repubblica, «lo scrittore avrebbe espresso apprezzamenti che suonano più o meno così: Michela Murgia per il suo aspetto fisico era intransigente. Poi avrebbe commentato, sempre riferendosi a Murgia: «Le persone insoddisfatte e che non piacciono diventano rabbiose». Insomma, Mari sul torpedone dello Strega dice che la Murgia era brutta e per questo era diventata una femminista incattivita («Con i suoi atteggiamenti aggressivi faceva pagare agli altri la sua bruttezza»). Peccato che, come nei migliori cinepanettoni, l’imprevisto sia in agguato. Teresa Ciabatti, altra scrittrice nota e piuttosto impegnata, già amica della Murgia, sente ciò che Mari ha appena detto e va su tutte le furie. Si racconta di telefonate della Ciabatti ad altri autori e intellettuali, del progetto di una uscita pubblica di condanna dell’inaccettabile sessismo di Mari. Il bubbone però esplode prima del previsto e prima che qualcuno possa firmare un appello. Repubblica, bene informata, spiattella tutto in pagina, e si scatena l’inferno. La fondazione Bellonci che gestisce il premio Strega emette un comunicato implacabile: «In relazione a quanto riportato dalla stampa circa le dichiarazioni attribuite a Michele Mari, la Fondazione Bellonci ritiene ogni espressione denigratoria e ogni giudizio lesivo della dignità delle persone incompatibili con lo spirito del premio Strega». La tensione è alle stelle. Il super favorito per la vittoria, Mari, rischia di essere epurato. Ecco allora che, tramite Einaudi, arriva una smentita del presunto colpevole: «In relazione alle voci incontrollate che stanno circolando in merito a un mio diverbio con Teresa Ciabatti, tengo a precisare di non aver mai parlato dell’aspetto fisico di Michela Murgia, né mai mi sarei permesso», dichiara Mari. «Mi sono comunque scusato con lei, se qualcosa nelle mie parole poteva averla ferita; così come non volevo certo offendere Michela Murgia, ma soltanto rievocare, peraltro in un contesto privato, un lontano episodio di reciproca incomprensione». Lo scrittore smentisce ma si scusa.
E adesso? Beh, Repubblica suggerisce che Mari potrebbe essersi giocato il premio per questa sporca faccenda. Chissà, magari per allontanare lo spettro del sessismo faranno vincere una sua collega. Noi ci limitiamo a notare che, sull’argomento, l’intellighenzia progressista è stata stranamente silente. Loredana Lipperini, per dire, ha pubblicato un post sibillino e garantista: «Perché taccio? Perché, in questo caso come in altri, aspetto non i fatti, ma il modo in cui i fatti si intendono gestire. Si tratti di letteratura, migranti, femminismi. I fatti sono importanti, le parole anche. Fin qui, né fatti né parole mi convincono. In ogni settore. Non mi piacciono i tranelli. Non mi piace caderci, non mi piace che ci si cada». Che vorrà dire? Che Mari è una vittima? Chi lo sa. L’unica cosa certa è che se nei panni di Mari ci fosse stato un maestro meno venerato, sarebbe già il nuovo Weinstein. A noi spettatori non resta che la trepidante attesa di nuovi sviluppi della telenovela. Chissà, magari lo Strega, per venirne fuori bene, deciderà di introdurre un patentino antisessista.





