Accade regolarmente da anni, con qualche rara eccezione sempre accompagnata da polemiche. Quando a compiere un reato è un immigrato, il più delle volte i media italiani evitano accuratamente di fornire (almeno nei titoli più visibili) indicazioni sulla sua nazionalità e il suo status. La ragione è nota a tutti: con la scusa di combattere il razzismo si evita di far sapere ai lettori l’origine dei criminali, cosa che ovviamente non avviene quando il colpevole o presunto tale è un italiano o un europeo bianco. Il risultato è che talvolta si leggono titoli paradossali, in cui a compiere un furto, una aggressione o una molestia è semplicemente un «uomo», in alcun modo connotato. Se per caso si specifica la nazione di provenienza o se magari si sottolinea la condizione di clandestino del criminale, immediatamente piovono accuse di discriminazione e criptofascismo.
Va detto che problemi analoghi - dipendenti dal politicamente corretto che infetta la professione giornalistica - non sono presenti solo in Italia. Più o meno ovunque in Europa si trova traccia di simili imbarazzi a mezzo stampa quando a diventare protagonisti di fatti di cronaca sono gli stranieri. Ogni volta che si verifica un episodio anche solo lontanamente in odore di terrorismo, prima che siano rese note le generalità dei sospettati passano ore e ore. Le autorità tedesche in particolare sembrano tenacemente restie alle comunicazioni, o comunque lo sono state a lungo durante gli anni terribili in cui l’Isis imperversava.
In Svizzera, come ricorda il Corriere del Ticino, c’è stato un paio di anni fa un caso che ha sollevato particolari polemiche. Nel febbraio del 2024, un richiedente asilo iraniano di 32 anni armato di ascia e coltello ha preso in ostaggio 15 persone su un treno regionale vicino a Yverdon (Vaud). L’uomo era poi stato ucciso dalla polizia. Un episodio clamoroso che i giornalisti della Srf, la radiotelevisione franco-tedesca, raccontarono senza comunicare al pubblico la nazionalità e lo status dell’uomo armato. Le linee guida redazionali imponevano infatti di menzionare la nazionalità solo se «importante per la comprensione dell’accaduto». Un telespettatore, giustamente indignato, presentò un reclamo e gli organismi interni di controllo dell’emittente stabilirono che in effetti, in quella circostanza, i cronisti avrebbero dovuto fornire più informazioni sull’uomo che aveva creato il terrore sul treno.
Forse anche in virtù della figuraccia rimediata nel 2024, di recente la Srf ha deciso di modificare le linee guida e di menzionare la nazionalità di chi commette un crimine e di chi ne rimane vittima. Ma c’è molto di più: a settembre, il Consiglio nazionale svizzero - con 100 voti a favore, 84 contrari e 5 astensioni - ha approvato una proposta che prevedeva di rendere obbligatoria la comunicazione da parte delle forze dell’ordine della nazionalità degli autori di reati. Tale proposta è stata approvata ora (23 voti a favore, 16 contrari e una astensione) dal Consiglio degli Stati svizzero, cioè la Camera che rappresenta i vari Cantoni. In buona sostanza, d’ora in poi «nei comunicati di polizia, l’informazione deve includere età, sesso e nazionalità degli autori dei reati, degli indiziati e delle vittime, salvo che vi si oppongano motivi di protezione della personalità o che tali dati consentano di identificare persone». Insomma, le forze dell’ordine dovranno dire con chiarezza chi è l’autore di un reato, di conseguenza gli organi di stampa non potranno più fare finta di non saperlo, e qualora decidessero di omettere l’informazione saranno responsabili della propria scelta.
La proposta appena approvata è stata presentata da Benjamin Fischer (Udc) e, manco a dirlo, avversata dalla sinistra. Secondo Marco Chiesa, compagno di partito di Fischer «esiste un interesse pubblico a che la popolazione sia informata in modo veritiero, esauriente e trasparente sulla sicurezza pubblica, specie alla luce soprattutto delle ampie possibilità di partecipazione offerte dalla democrazia diretta. Questo vuol dire anche indicare l’età, il sesso e la nazionalità degli autori dei reati, di modo che i cittadini possano farsi un’idea dei fatti. Non si tratta di stigmatizzare chicchessia, bensì di attenersi ai fatti. L’opacità attuale e l’opportunismo politico non fanno che minare la fiducia della popolazione nelle istituzioni. La trasparenza invece rafforza il dibattito pubblico: per questo l’informazione deve essere completa». Difficile dargli torto.
Dato che la peste woke ormai è diffusa ovunque, però, anche in Svizzera c’è stato chi ha duramente criticato la proposta destrorsa. «I media hanno una responsabilità particolare, perché la loro copertura mediatica ha un grande impatto sulla percezione dell’opinione pubblica», ha detto al Corriere del Ticino Marianne Helfer, responsabile del Servizio per la lotta al razzismo (Slr). «La menzione frequente o non necessaria può rafforzare i pregiudizi, soprattutto se non vengono fornite informazioni comparabili». Fantastico: secondo la professionista dell’antirazzismo ogni volta che uno straniero commette un crimine bisognerebbe evitare di dirlo, oppure dirlo ma ricordare anche quanti crimini commettono gli autoctoni onde evitare di alimentare presunti pregiudizi.
La verità è che il fatto stesso che esista un dibattito su questo tema è assurdo e ridicolo. I media dovrebbero semplicemente raccontare i fatti come sono, senza preoccuparsi di proteggere questa o quella minoranza. Se a commettere un reato è uno straniero perché non si dovrebbe dirlo? La risposta a questa domanda è una sola: censurare la nazionalità di un criminale serve a difendere il sistema dell’immigrazione di massa. Bisogna evitare che la popolazione sappia che gli stranieri commettono crimini per fare sì che non si opponga all’ingresso di altri immigrati. Ecco perché la nuova norma svizzera è particolarmente importante: mette fine a decenni di ipocrisia e disinformazione, stabilisce che ai cittadini sia detta la pura e semplice verità. Se da queste parti avessimo un po’ di coraggio e onestà intellettuale, dovremmo prendere esempio.
C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.
Nell'analisi del direttore, Maurizio Belpietro, emerge una realtà cruda: la guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran non è un conflitto "lontano". È una scossa sismica che minaccia di travolgere l'economia europea, già provata dal conflitto in Ucraina.





