È un anno davvero strabiliante per la cultura italiana, specialmente quella di marca progressista che da tempo immemore domina sui festival, i premi letterari, le rassegne artistico-librarie di ogni ordine e grado.
E il bello è che il governo destrorso c’entra poco o nulla: hanno fatto tutto da soli, talvolta sbranandosi da soli. Gli animi hanno cominciato ad arroventarsi quando Francesco De Gregori ha dichiarato in una conferenza stampa di non amare gli artisti impegnati che fanno proclami dai palchi: si è scatenato uno psicodramma con conseguenti sbriciolamenti di identità degli intellò, divisi fra la venerazione per il grande maestro e la stizza per le sue parole che coglievano nel segno. Poi è toccato a Salerno letteratura con la patetica polemica su Erri De Luca, e lì è esploso il livore: un altro venerato maestro ridotto a solito stronzo, colpevole di avere rilasciato dichiarazioni inaccettabili (perché devianti rispetto alla linea comune) a un giornale israeliano. Il sionista nemico di Gaza è stato allontanato dalla rassegna letteraria, e ne è seguito un ulteriore psicodramma. Il curatore del festival, Paolo Di Paolo, ha scritto post addolorati in cui spiegava di non aver censurato nessuno, ma aggiungeva anche che non aveva potuto fare altrimenti. In pratica: aveva censurato, ma se ne vergognava un po’ e comunque ci teneva a mantenere i rapporti con De Luca. Scrittori, filosofi e pensatori si sono divisi, hanno riflettuto soffrendo, e alla fine hanno lasciato che la censura si consumasse. Era destino. Per Eshkol Nevo non c’è stato altrettanto clamore: troppo importante e ben inserito l’autore perché lo si censurasse, dunque la faccenda si è risolta con una petizione che lo accusa di non essere abbastanza critico verso la sua nazione, Israele. La vetta si è però raggiunta grazie a Più libri più liberi, fiera editoriale che ogni anno regala emozioni. Stavolta si sono inventati il patentino antifascista, un modulo che gli editori dovrebbero firmare al fine di ottenere il green pass culturale: se sei troppo di destra e rifiuti l’autodafé, vieni cancellato. La trovata è stata giudicata idiota da pesi massimi quali Luciano Canfora e Massimo Cacciari, e tanto basterebbe a liquidarla. Ma la grandissima parte degli autori sinistrorsi ancora non si rassegna e continua a sostenere l’opportunità del lasciapassare psicopolitico. Giuseppe Iannaccone, vertice del Centro per il libro e la lettura che elargisce denaro a Più libri più liberi, sulle nostre pagine ha fatto presente che ai censori sarebbe meglio togliere fondi, e questo ha suscitato un’ondata di indignazione social. La scrittrice Loredana Lipperini si è precipitata a scrivere che si trattava di una minaccia: insomma, prima i sinceri democratici impongono la mordacchia, poi si indignano se qualcuno pensa di fermarli.
Pensavamo che fosse finita qui, che questo grottesco spettacolo fosse sufficiente. E invece ecco un nuovo tormentone, forse il più allucinante e per questo più memorabile di tutti. Stavolta c’è di mezzo il premio Strega, niente meno. E infatti toni e dettagli sono adeguati all’importanza dell’evento. Qui non si tratta di interviste scorrette rilasciate a qualche giornale, di petizioni o mobilitazioni social. No, qui siamo addirittura nel campo della delazione, del pettegolezzo che scorre sotterraneo e poi affiora sui giornali. Di nuovo, la lite (ferocissima) si consuma tutta in famiglia e quasi ricorda i bei tempi del Me Too.
La scenografia è meravigliosa. Siamo sul torpedone che conduce i finalisti dello Strega verso Benevento, per una tappa del tour a cui devono sottoporsi gli autori selezionati. Michele Mari, scrittore pubblicato da Einaudi ed entrato da qualche tempo nel novero dei venerati maestri (sempre quelli), sta chiacchierando con una collega, pare Elena Rui, tra le outsider del premio. Stando alla ricostruzione fornita da Repubblica, «lo scrittore avrebbe espresso apprezzamenti che suonano più o meno così: Michela Murgia per il suo aspetto fisico era intransigente. Poi avrebbe commentato, sempre riferendosi a Murgia: «Le persone insoddisfatte e che non piacciono diventano rabbiose». Insomma, Mari sul torpedone dello Strega dice che la Murgia era brutta e per questo era diventata una femminista incattivita («Con i suoi atteggiamenti aggressivi faceva pagare agli altri la sua bruttezza»). Peccato che, come nei migliori cinepanettoni, l’imprevisto sia in agguato. Teresa Ciabatti, altra scrittrice nota e piuttosto impegnata, già amica della Murgia, sente ciò che Mari ha appena detto e va su tutte le furie. Si racconta di telefonate della Ciabatti ad altri autori e intellettuali, del progetto di una uscita pubblica di condanna dell’inaccettabile sessismo di Mari. Il bubbone però esplode prima del previsto e prima che qualcuno possa firmare un appello. Repubblica, bene informata, spiattella tutto in pagina, e si scatena l’inferno. La fondazione Bellonci che gestisce il premio Strega emette un comunicato implacabile: «In relazione a quanto riportato dalla stampa circa le dichiarazioni attribuite a Michele Mari, la Fondazione Bellonci ritiene ogni espressione denigratoria e ogni giudizio lesivo della dignità delle persone incompatibili con lo spirito del premio Strega». La tensione è alle stelle. Il super favorito per la vittoria, Mari, rischia di essere epurato. Ecco allora che, tramite Einaudi, arriva una smentita del presunto colpevole: «In relazione alle voci incontrollate che stanno circolando in merito a un mio diverbio con Teresa Ciabatti, tengo a precisare di non aver mai parlato dell’aspetto fisico di Michela Murgia, né mai mi sarei permesso», dichiara Mari. «Mi sono comunque scusato con lei, se qualcosa nelle mie parole poteva averla ferita; così come non volevo certo offendere Michela Murgia, ma soltanto rievocare, peraltro in un contesto privato, un lontano episodio di reciproca incomprensione». Lo scrittore smentisce ma si scusa.
E adesso? Beh, Repubblica suggerisce che Mari potrebbe essersi giocato il premio per questa sporca faccenda. Chissà, magari per allontanare lo spettro del sessismo faranno vincere una sua collega. Noi ci limitiamo a notare che, sull’argomento, l’intellighenzia progressista è stata stranamente silente. Loredana Lipperini, per dire, ha pubblicato un post sibillino e garantista: «Perché taccio? Perché, in questo caso come in altri, aspetto non i fatti, ma il modo in cui i fatti si intendono gestire. Si tratti di letteratura, migranti, femminismi. I fatti sono importanti, le parole anche. Fin qui, né fatti né parole mi convincono. In ogni settore. Non mi piacciono i tranelli. Non mi piace caderci, non mi piace che ci si cada». Che vorrà dire? Che Mari è una vittima? Chi lo sa. L’unica cosa certa è che se nei panni di Mari ci fosse stato un maestro meno venerato, sarebbe già il nuovo Weinstein. A noi spettatori non resta che la trepidante attesa di nuovi sviluppi della telenovela. Chissà, magari lo Strega, per venirne fuori bene, deciderà di introdurre un patentino antisessista.
Eravamo in ansiosa attesa, in effetti, di sapere che cosa pensasse dell’attuale quadro politico Dario Franceschini uno dei grandi vecchi e dei più acuminati strateghi del Partito democratico.
Fortuna che Repubblica ci è venuta incontro con una corposa intervista realizzata nella «officina meccanica adibita a studio» del fine pensatore. Il quale ci ha reso edotti di un grave pericolo di cui non sospettavamo l’esistenza: il ritorno del fascismo.
Franceschini, parlando al suo invero sterminato pubblico, ha fornito informazioni rilevantissime anche e soprattutto per la destra italiana. «Stiamo tutti dicendo che il vero pericolo è Vannacci», ha ragionato il senatore dem. «Ma così normalizziamo Meloni, la facciamo sembrare una moderata, che è ben lontano da quel che lei è davvero». Ah, perbacco: stai a vedere che la Meloni è un pericolo per la democrazia, chi lo avrebbe mai detto.
«Se passa la nuova legge elettorale, anche con la limitata riduzione del premio, il centrodestra potrà eleggersi il presidente della Repubblica da solo», spiega Franceschini. «Poiché oltre ai parlamentari votano anche i delegati delle Regioni, avrebbero un margine di 44 grandi elettori sopra la soglia stabilita dal quarto scrutinio».
Colpita da tanta arguzia, la collega di Repubblica Giovanna Vitale ha posto una domanda cristallina: non vale lo stesso se vincesse il centrosinistra? Ed ecco la risposta memorabile: «C’è una bella differenza. Meloni in questi quattro anni, con il premierato e la riforma della giustizia, ha dimostrato di avere un disegno: non governare ma comandare senza l’ingombro delle garanzie democratiche. E siccome dopo la batosta referendaria si è resa conto che scardinare la Costituzione non è facile, utilizza la legge elettorale per raggiungere lo stesso scopo. Perciò dico che il rischio è stato sottovalutato. Se Meloni si fa eleggere al Quirinale, controllerebbe come capo politico una maggioranza di parlamentari tutti nominati da lei, con il potere di scioglimento delle Camere. Alla guida del governo piazzerebbe un uomo di sua fiducia e l’Italia diventerebbe una Repubblica presidenziale di fatto, senza modifiche costituzionali».
Insomma, in queste condizioni Giorgia prenderebbe i «pieni poteri» e, aggiunge Franceschini, «non mi pare un rischio teorico dal momento che la legge elettorale sta andando avanti. Aggiungiamoci che i prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e che il ruolo dell’Italia sarà determinante per questo processo...».
La riflessione è fulminante, e svela con inaudita chiarezza quale sia il pensiero prevalente nella sinistra italiana. In pratica, Franceschini dice: se vinceremo noi andrà tutto bene, perché potremo eleggere il capo dello Stato e comandare in ogni caso. Se vince la destra ci sarà la dittatura. Perché? Perché la destra è totalitaria e la sinistra invece è buona e democratica. Quindi non va bene una legge che consenta a entrambi gli schieramenti di governare sul serio in caso di vittoria: quel che conta è che la destra non elegga il presidente, perché è brutta è cattiva. Davvero fenomenale: superiorità antropologia e vocazione autoritaria in purezza.
C’è però un altro elemento da valutare con attenzione oltre al consueto disprezzo per l’avversario e la democrazia. Queste parole di Franceschini segnano un cambio di atteggiamento. Finora la linea fra i liberal-progressisti prevedeva di spingere sulla mostrificazione di Vannacci, e di chiedere contestualmente alla Meloni di prendere le distanze facendosi più moderata. Vecchio gioco: gli illustri soloni dicono alla destra di farsi meno destra, nella speranza che si snaturi, si sbricioli e perda. Ma Franceschini apre a uno sguardo diverso. Sotto sotto, suggerisce che la vittoria della sinistra non è affatto scontata. E spiega agli alleati che occorre fare fronte comune: «Niente gelosie, veti, rancori, astio; bisogna guardare avanti, non indietro, e mettersi tutti in un’alleanza costituzionale che difenda i valori e la democrazia. Come gli italiani hanno fatto al referendum». In sostanza propone di costituire una sorta di fronte antifascista come quello creato in Francia contro Marine Le Pen: tutti dentro, compresi i centristi, perché l’unica cosa che conta è che la destra non vinca. Per la serie: contano i programmi e le idee...
Emerge, da questa visione, la netta preoccupazione dei progressisti, la cui sicumera dal referendum in avanti è andata spegnendosi. Ed emerge, volendo, un segnale per il centrodestra: annacquarsi e dividersi significa fare ciò che desiderano gli avversari. I quali sono atterriti al pensiero che una futura coalizione possa includere anche Futuro nazionale. Occorre allora chiedersi: se la prospettiva di una destra-destra compatta spaventa i progressisti al punto che un volpone come Franceschini si mette a teorizzare la grande ammucchiata contro i nemici, perché non insistere proprio su questo terreno? Meglio inseguire Calenda come suggeriscono i falsi amici o meglio regalare qualche notte insonne ai maggiorenti del Pd? Chi ha ancora dei dubbi forse gioca nella squadra sbagliata.
Non è semplicemente «una cosa di destra»: è una scelta intelligente e coraggiosa, che si spera non rimanga isolata. Nelle tracce dell’esame nei maturità per quello che una volta era il tema di italiano e che oggi si chiama «testo argomentativo» è comparso un brano di Frank Furedi tratto dal libro I confini contano, pubblicato qualche anno fa da Meltemi. Furedi è uno dei più interessanti intellettuali europei: nato nel 1948 in Ungheria, professore emerito di Sociologia all’Università del Kent, nel corso degli anni ha sfornato bestseller corrosivi come Contro la psicologia e, appunto, I confini contano. L’ultimo si chiama La guerra contro il passato, e demolisce la cultura della cancellazione. Anche per via di queste posizioni non esattamente omologate, Furedi ha sempre suscitato accesi dibattiti e si attira si frequente non poche critiche dai sostenitori del politicamente corretto. Piccolo esempio: tempo fa una nota libreria italiana di Bruxelles ha deciso di cancellare una sua presentazione già programmata, adducendo come scusa che lo studioso fosse «troppo politicizzato» (cioè troppo di destra). In realtà, Furedi non è affatto un classico destrorso. E certo fa politica, ma a livello altissimo, di sicuro senza mescolarsi con le beghe dei partiti o dei leader di ogni latitudine. Anzi, a dirla tutta le sue opere sono per lo più tradotte in italiano da editori come Feltrinelli e Raffaello Cortina, non esattamente marchi reazionari. Lo stesso vale per Fazi che ha stampato La guerra contro il passato. E pure il saggio da cui è stata tratta la citazione fornita ai maturandi italiani è stato pubblicato da un editore di sinistra, e anche piuttosto radicale come Meltemi. Quel libro tuttavia potrebbe essere a buon diritto considerato un manifesto conservatore proprio perché insiste sull’importanza dei confini intesi come limiti, oltre che come barriere fisiche. Ai ragazzi è stato presentato un passaggio tutto sommato blando, cioè poco scorretto rispetto al pensiero dominante, in cui l’autore insiste sulla scomparsa delle divisioni tra adolescenza e età adulta. Si tratta comunque di un tema fondamentale, la cosiddetta «adultescenza»: proprio perché mancano i confini e sono venuti meno i cosiddetti riti di passaggio, ci troviamo di fronte generazioni di adulti che in realtà non sono cresciuti, non sono davvero maturi. Si spiega così l’ossessione per il trauma che viviamo di questi tempi, la fragilità diffusa che trasforma gli individui in vittime o aspiranti tali.
«Il problema con ciò che io chiamo cultura terapeutica», ha spiegato Furedi a chi scrive tempo fa, «è che parte da un assunto: gli individui non sono in grado di gestire le tensioni, la critica e il conflitto. Quindi se ti critico, se ti sfido, sto attaccando la tua persona invece di avere una normale discussione tra individui. Dunque non posso utilizzare parole che ti offendano. Perché se ti offendo questo potrebbe diventare traumatizzante per te».
Furedi ha infilato il dito in una piaga purulenta della contemporaneità: siamo tutti dei pazienti potenziali. «E questo è soprattutto vero per quanto riguarda i giovani, i quali vanno a scuola e sembra che non vengano mai criticati. È molto raro», continua il sociologo, «che gli insegnanti dicano che i giovani non si sono comportati bene o sono stati un po’ pigri. Anche in Italia riscontro tracce di questa cultura, un po’ angloamericana, secondo cui tutte le pressioni della vita non appaiono come problemi da risolvere ma addirittura come malattie che ci rendono tutti quanti pazienti, potenziali vittime di burnout. Quante volte oggi sentiamo dire “sono in burnout, ho bisogno di un intervento medico”… Abbiamo perfino assimilato il linguaggio medicalizzato». Le conseguenze sono evidenti: «Siamo sempre meno tolleranti rispetto alla sfida, al conflitto, anche alla discussione», dice Furedi. «Una semplice discussione, un semplice confronto. Comprendere questo credo che sia molto importante, perché ne va dei valori della democrazia. Il confronto ci fa bene perché, ci rende partecipi, fa sì che tutti possiamo dire la nostra. Ma se ci offendiamo per ogni cosa non andiamo più da nessuno parte. Nella storia tutte le buone idee hanno sicuramente offeso qualcuno, in modo o nell’altro».
Tra le cose che non tolleriamo più e che non siamo in grado di gestire c’è appunto il limite di cui Furedi parla ne I confini contano. «In quel libro non parlo soltanto dei confini fisici tra le nazioni, tra i Paesi, ma anche dei confini, dei limiti che in qualche modo sono emersi nel corso della civilizzazione», ci ha detto il sociologo. «Esistono confini tra bambini e adulti, c’è una distinzione chiara tra uomo e donna, tra la sfera privata e la sfera pubblica, tra l’essere umano e l’animale. Oggi però pretendiamo che non vi siano due sessi, che non esistano più uomo e donna ma una serie di generi, dunque guardare al sesso biologico non è sufficiente. Più in generale, non accettiamo più i limiti. Nemmeno quelli fra bambini e adulti: rendiamo adulti i nostri bambini e viceversa. Vi sono degli adulti che ancora fanno finta di essere degli adolescenti mentre sono già degli esseri umani parecchio cresciuti. Non abbiamo quasi più distinzione tra animali e esseri umani. Qualcuno arriva a dire addirittura che sarebbe possibile per gli animali dare il proprio consenso ad avere un rapporto sessuale con un essere umano. È un fenomeno che stiamo vivendo in maniera crescente, in modo esasperato».
Questi, con tutta evidenza, sono i temi centrali del presente e del futuro prossimo, e che facciano capolino alla maturità è un importantissimo segno di cambiamento. Poi certo, se fosse stato scelto un passaggio di Furedi sui confini intesi come frontiere e la necessità di rispettarli l’impatto sarebbe stato ancora più dirompente, ma è anche vero che l’effetto sarebbe probabilmente finito sommerso dalla polemica (già ieri c’era chi blaterava del «sociologo di Orbán»). Dunque accogliamo con grande soddisfazione la positività novità e aggiungiamo una speranza: che testi come quello di Furedi non siano commentati solo all’esame ma anche nelle classi.





