È quasi emozionante assistere a questo ritorno di fiamma medievale: tutti stanno col Papa contro il (sedicente) imperatore d’Occidente. Il guelfismo si diffonde a ogni latitudine, soprattutto a sinistra, anche se ha un nemico meno nobile di Federico Barbarossa, ovvero Donald Capelloarancione.
E va senz’altro detto che Trump questa ostilità se l’è cercata in ogni modo, proferendo giudizi più che deliranti all’indirizzo di Leone XIV, accusandolo nei fatti d’essere un ingrato. Prima Donald si è attribuito il merito dell’elezione del pontefice, poi lo ha trattato da amico dei regimi, collaborazionista dei criminali. Leone sarebbe «debole» perché non approva la guerra, e ci mancherebbe altro. Ieri, in una rapida conversazione con il Corriere della Sera, ha rincarato la dose, spiegando che Leone «non capisce, e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo. Non capisce che in Iran hanno ucciso 42.000 manifestanti lo scorso mese». Viene il dubbio che a non capire, in realtà, sia Trump.
Sul punto ha totalmente ragione Antonio Spadaro, quando spiega che il Papa sta procedendo allo «smantellamento di ogni teologia politica che arruoli il sacro nella legittimazione della forza. Il Gott mit uns è sempre stato un modo per giustificare la guerra elevando il conflitto a livello metafisico. Leone smonta questo meccanismo dall’interno: svuota la grammatica morale che giustifica la guerra». Questa posizione fa infuriare il presidente americano, che trova nella Chiesa cattolica un interlocutore sempre disponibile, ma mai controllabile, proprio perché radicalmente indipendente da ogni potere politico, a differenza di molte chiese nazionali che nella politica troppo spesso trovano un fondamento che altrimenti non avrebbero.
Detto dunque tutto il male possibile riguardo alle uscite dell’inquilino della Casa Bianca, tocca però riflettere sul fatto che oltre a prendere le distanza da Trump in sé dovremmo anche stare attenti al Trump in noi. E cioè alla tentazione sempre viva e presente di fare, in senso eguale e contrario, esattamente ciò che fa Donald, usando politicamente il Papa solo quando fa comodo. Questa è una tendenza particolarmente in voga sul fronte progressista, dove solitamente si apprezzano i pontefici quando si esprimono su temi funzionali alla causa.
«Insultare e attaccare il Papa per il suo purissimo richiamo alla pace, al dialogo, alla dignità umana è un atto gravissimo che rivela fino in fondo la cultura di sopraffazione di chi non tollera le voci libere», ha detto ieri Elly Schlein, e di certo sono parole condivisibili. Dubitiamo tuttavia che avremmo sentito eguale sdegno e identica foga qualora Leone avesse detto qualcosa di affine alla sensibilità trumpiana o sovranista più in generale. Ne è prova il fatto che le istanze e le esortazioni pontificali vengono regolarmente ignorate quando riguardano la famiglia, la differenza dei sessi, il fine vita e l’aborto. Se invece il Papa parla di immigrazione, sollecita l’accoglienza e l’apertura delle frontiere, o sfiora qualche tema attinente alle istanze ecologiste, ecco che diventa un baluardo della libertà e della giustizia. In fondo, questo è un uso politico della religione del tutto analogo a quello che fa Trump, o che vorrebbe fare in questo caso, ma senza riuscirci per via dell’opposizione fiera di Leone. Diciamo allora che, per quanto detestabili siano le ripetute uscite di Trump contro il vicario di Cristo e per quanto siano sgradevoli le sue immagini prodotte con intelligenza artificiale in cui si raffigura come Cristo, appaiono decisamente ipocrite anche certe intemerate papiste dei nostri politici.
In queste ore essi richiamano con forza la separazione tra fede e politica, tra Stati e Chiesa. Se la prendono con certe radicalità protestanti oppure invocano il rispetto della dignità del pontefice chiedendo duri interventi alla destra. Peccato però che siano i primi a non praticare affatto la separazione tra fede e politica quando si tratta di invocare la carità cristiana al fine di sostenere Ong e cooperative. Al contrario, di quella separazione fanno grande vanto quando devono spingere proposte frontalmente ostili alla cultura e alla sensibilità dei cattolici, vedi ad esempio la legge sul fine vita.
Ieri il vicepresidente americano JD Vance, camminando su un filo sottile, ha detto che «in alcuni casi, sarebbe preferibile che il Vaticano si attenesse alle questioni morali e lasciasse che il presidente degli Stati Uniti si occupasse di definire le politiche pubbliche americane». Ebbene, parole come queste le abbiamo sentite molto spesso sulla bocca dei politici italiani liberal-progressisti. Gli stessi che poi brandivano Francesco come un Che Guevara perché potevano sfruttarne il verbo. Più o meno fanno lo stesso con Leone, a corrente alternata. La destra, va riconosciuto, in questo frangente ha fatto esibizione di maggior coerenza: Matteo Salvini ha giustamente ribadito che «non è intelligente attaccare il Papa»; Giorgia Meloni ha preso le parti del pontefice tanto da suscitare l’ira funesta di The Donald. Dubitiamo fortemente che i neoguelfi della sinistra italica sarebbero in grado di fare lo stesso. A loro questo Papa piace molto adesso perché scontenta Trump. Vedremo quanto lo ameranno la prossima volta che scontenterà loro.
Quando Silvio Berlusconi si definiva l’unto del Signore strappava qualche sorriso, perché era evidente a tutti che l’affermazione conteneva una buona dose di (auto)ironia. Donald Trump che tramite intelligenza artificiale si presenta come Gesù Cristo, al contrario, non fa ridere per niente, e anzi fa venire voglia di chiamare la neurodeliri.
E non perché noi abbiamo perso il senso dell’umorismo, ma perché a un certo punto, ci sia consentito dirlo con sfumatura nazional-populista, anche basta. Non ci sono mai piaciuti i discorsi pregiudizialmente ostili a The Donald, e anzi per l’uomo abbiamo nutrito inizialmente una certa simpatia. Dopo tutto aveva cominciato piuttosto bene, picconando il woke e presentandosi come il presidente della pace. Certo, non ha risolto il conflitto ucraino in 24 ore come promesso, ma che quella fosse una esagerazione da comizio lo sapeva perfino lui: l’importante era offrire segnali distensivi sulla Russia. Abbiamo tollerato certe sue uscite di pessimo gusto come i video propagandistici su Gaza trasformata in una sorta di nuova Dubai perché poco dopo si era prodigato per ottenere una sottospecie di tregua al massacro (un rallentamento dei bombardamenti era meglio che niente). Abbiamo perfino compreso la ratio dei dazi, per quanto rischiassero di mettere in difficoltà l’economia europea, perché in fondo il gioco sporco della Germania sulle esportazioni era noto e negli anni aveva danneggiato pure noi. E comunque le politiche green europee erano decisamente peggio delle gabelle americane. Abbiamo portato pazienza sull’attacco al Venezuela. Maduro non piaceva a nessuno, e in quel caso l’uso della forza era circoscritto, la strategia era piuttosto chiara e gli obiettivi sono stati velocemente raggiunti. Poi però è arrivato l’attacco all’Iran. E avrà pure qualche ragione, come sostengono certi strenui difensori di Washington, ma ogni tanto bisognerebbe anche ricordarsi che gli alleati vanno trattati con rispetto. Un rispetto per lo meno uguale a quello che gli Usa riservano a Israele. Invece Trump si è imbarcato in una impresa che i suoi più lungimiranti collaboratori gli avevano presentato come complessa e preferibilmente evitabile. Lo ha fatto a nostro danno, senza offrire nulla in cambio e senza un orizzonte chiaro. Sarà anche vero che lo scopo è colpire la Cina, ma se a farne le spese devono essere gli europei, beh allora anche no, grazie. E saranno brutti e cattivi gli ayatollah, come no. Però, di nuovo, occorre avere un po’ di rispetto. Dichiarare che «un’intera civiltà morirà stanotte» non è retorica bellica, è una aberrazione che dovrebbe suscitare vergogna, se non altro perché rende l’Occidente (o presunto tale) esattamente uguale ai nemici che dice di voler combattere in nome della libertà. In ogni caso, non si è trattato solo dell’Iran, ma pure del Libano. È stata lasciata mano libera a Benjamin Netanyahu, dalla cui brama di annientamento sinceramente non vorremmo essere né contagiati né sfiorati. Il Trump che si voleva presidente della pace è morto, sepolto sotto le bombe israeliane e sotto le stupidaggini proferite da certi consiglieri in fase di eccitazione militare. Adesso tocca al Papa. Il quale, con tutta evidenza, fa infuriare Donald perché non è controllabile e a differenza dei rappresentanti delle Chiese di Stato può agire senza condizionamenti politici. Trump, in escalation mistica, prima si finge Spirito santo sostenendo di averlo fatto eleggere. Poi si tramuta in Martin Lutero e lo copre di insulti perché osa parlare di pace. Infine si paragona a Cristo e si fabbrica da solo sui social ritratti da venerare. Non sappiamo se qualche svalvolato pastore evangelico o qualche bellicoso protestante-sionista abbia convinto il presidente di essere un nuovo Messia. Di certo nelle sue azioni si legge una buona dose di esaltazione apocalittica, emerge l’antico vizio dei puritani che si credevano i soli illuminati da Dio, investiti dalla missione sacra di redimere il mondo. Ma poco importa: Trump dovrebbe sapere che chi si crede il Messia ritornato, di solito, non fa una bella fine, e il più delle volte porta alla rovina un bel po’ di innocenti. Si, lo ammettiamo: Donald ci è stato simpatico, tempo fa. Ma adesso (non da oggi) ci suscita un solo commento: anche basta.
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