Quante volte sentiamo ripetere che bisogna ascoltare i giovani?
Dopo ogni episodio di violenza, il ritornello è il medesimo: non li stiamo abbastanza a sentire. C’è persino chi rinuncia a sporgere denuncia dopo avere subito un pestaggio, come i professori di Parma che ritengono «più educativo» evitare le vie legali agli studenti che li hanno presi a cinghiate sghignazzando. E allora apriamo bene le orecchie e ascoltiamo che cosa ci dicono alcuni di questi ragazzi. Anzi, basta sentirne uno solo, che però può facilmente fungere da rappresentante di una generazione. Parliamo di Adam Sayf Viacava, classe 1999, in arte Sayf. Musicista, trombettista, rapper, è arrivato secondo al festival di Sanremo dopo Sal Da Vinci, e si è distinto per un tormentone nemmeno troppo banale, anzi ricco di sprazzi di intelligenza. Sayf parla bene, è garbato e sa essere profondo. Ha successo, e sa esprimersi con diversi linguaggi. Soprattutto, però, Sayf è rappresentativo non solo dei giovani italiani ma soprattutto dei cosiddetti «nuovi italiani», le seconde e terze generazioni, magari nate in Italia da genitori stranieri o giunte qui durante l’infanzia. Sayf in realtà è un caso un po’ particolare: è figlio di un padre italiano e una madre tunisina.
Proprio a Sanremo ha voluto abbracciarla davanti alle telecamere, con un po’ di emozione e un pizzico di italica ruffianeria. Poco importa. Quel che conta è che egli sa che cosa significhi vivere sospeso tra due culture, essere un «italiano ma anche». È lui stesso a dirlo, e questo basta a smentire tutti i fenomeni che, nei talk show televisivi, se la prendono con la destra accusandola di volere «la purezza del sangue». È inutile cercare scuse: la cultura sarà pure liquida, ma è un liquido denso, che non si assorbe e non si elimina facilmente. Ed è ovvio che chi arriva da fuori o cresce in una famiglia con usi e costumi - per dire - magrebini sia diverso da chi è italiano di antico conio. È un fatto, non un'opinione.
Sayf dimostra di esserne conscio. Lo fa parlando a Gianluca Gazzoli nel podcast Bsmt. Il conduttore gli domanda: «Le tue origini, come sono state vissute? Non mi ricordo se l’hai detto in un’intervista. Oggi essere di seconda generazione può essere una cosa figa, una cosa diversa. Magari invece in passato era un po’ più penalizzante, quando eri piccolino». Sayf per tutta risposta sorride. «Prima magari era più figo essere metà inglese. Era diverso», dice. «C’è da dire che io non ho la faccia dello stereotipo del tunisino, quindi non l’ho mai patita tanto. Grazie a Dio non ho mai subito il pregiudizio diretto, quello basato esclusivamente sul canone estetico. L’ho subito magari nel tempo perché avevo i rasta, dalle forze dell’ordine, perché magari sei preso di mira, “ha i dread e si fuma le canne”. Però non l’ho mai subito direttamente. Quindi nel senso mi sono salvato». E fin qui è il solito discorso sulle difficoltà a essere accettato. Ma poco dopo Sayf sorprende. «Da piccolo mi vergognavo di sta cosa qua tanto. Infatti anche litigavo con mia madre, ma da bambino le dicevo: ma siamo in Italia, dobbiamo parlare italiano. Non ho mai voluto imparare a leggere l’arabo, a scrivere l’arabo, perché mi vergognavo, perché non era una cosa vista bene. Perché poi nei telegiornali i terroristi erano tutti arabi... Perché non so, sei diverso, ti stai accollando di essere diverso e in quel momento avevo un po’ l’idea di poter scegliere in realtà, perché mio padre è italiano, mia madre è tunisina e quindi è come dire: da che parte stai? Giù in Tunisia che magari ti chiedono: ma tu ti sentivi italiano o più tunisino?». A modo suo, Sayf chiarisce la tensione che inevitabilmente e drammaticamente queste generazioni vivono. Sei italiano o tunisino? Non è una domanda razzista, è un dubbio che si pone chi è sospeso fra due mondi. Del resto in Tunisia lui ci ha passato molto tempo: «Sempre, da quando sono nato a sei mesi ero in Tunisia, ho tutti i parenti da parte di mia madre, sono cresciuto anche un po’ giù, non so come dire». Ed ecco la parte più suggestiva del discorso. Sayf spiega che cosa faccia scattare la molla identitaria. Essere tunisino, per lui che non voleva parlare arabo, a un certo punto «è diventato un motivo di orgoglio... Anche per tutto quel peso che uno si porta dietro, di sentirsi un emarginato, di sentirsi uno di quelli sotto la soglia di povertà. [...] Allora, per riscatto, ancora di più prende valore dire “no ma invece io sono anche tunisino”». Ecco il punto. Da bambino che vuole essere italiano passa a ragazzo che si sente orgogliosamente tunisino. Perché? Per riscatto. Perché non gli piace come si trova. Per aver qualche cosa di diverso e più figo. È una scappatoia identitaria: l’Italia mi delude? Posso diventare altro, perché in fondo lo sono. Ed è così che l’assimilazione diventa impossibile. In alcuni casi, l’adesione all’altro diventa odio per l’Italia e l’Europa, diventa violenza e sopraffazione. È la realtà dell’immigrazione sul lungo periodo: ascoltate bene Sayf.
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul motivo per cui vengono creati allarmi sanitari farlocchi, grazie ad Avvenire può trovare una spiegazione più che cristallina.
Il quotidiano dei vescovi ha intervistato Aurélia Nguyen, vice ad di Cepi - Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, sulle due ultime minacce virali che hanno riempito e ancora riempiono le cronache: Hantavirus e Ebola. Il primo ha tenuto banco per una decina di giorni, ma si è capito fin da subito che non costituiva un pericolo reale. Nonostante ciò gli stessi giornalisti, commentatori e virostar che impazzavano ai tempi del Covid lo hanno pompato all’inverosimile allo scopo di sostenere che, a causa dell’abbandono dell’Oms da parte degli Usa, la situazione sanitaria sarebbe peggiorata drasticamente mettendo a rischio anche noi. Rispetto ad Hantavirus, ovviamente, Ebola rappresenta una minaccia reale, ma solo nei Paesi africani dove ormai è endemico e dove da anni causa morte e sofferenze. Anche se ci hanno provato, è difficile sostenere che l’attuale e mortifera diffusione in Congo dipenda da Donald Trump o dai sovranisti nemici della scienza. Ed è anche piuttosto complicato sostenere che il virus della foresta rappresenti un fattore di rischio in grado di scuotere l’Occidente. Eppure ancora adesso si leggono fior di titoli allarmistici. Si è parlato con ansia di due persone a Milano con febbre, che non sono risultate positive a Ebola ma che hanno fatto palpitare i media per giorni. Ora si discute di una donna sbarcata a Roma dopo essere venuta in contatto con persone infette. Giusto per chiarire: si tratta di una dottoressa di Medici senza frontiere che è stata portata allo Spallanzani scientemente, per essere curata, non di una paziente X che - magari contagiata - si è serenamente imbarcata su un aereo per arrivare qui. Anche perché risulta un po’ difficile prendere Ebola e avere il tempo e le forze per trasferirsi da un continente all’altro. È dunque sacrosanto parlare di ciò che avviene in Congo, e delle difficoltà che la Repubblica democratica sta attraversando. Ma sostenere che vi siano rischi per la popolazione europea è quantomeno molto discutibile. Nonostante ciò, la tendenza è esattamente questa: sfruttare il virus per creare allarme diretto o indiretto.
E qui giungiamo ad Avvenire. Che intervista Aurélia Nguyen e titola: «Ebola e Hantavirus? Sono due avvertimenti. I rischi di nuove epidemie stanno crescendo». La signora spiega con sussiego: «Viviamo oggi più minacce tra urbanizzazione, crisi climatica e guerre. Dobbiamo essere pronti».
I toni del giornale non sono certo distesi. Sentite qui: «Prima l’Hantavirus su una nave da crociera, poi Ebola in Repubblica democratica del Congo. Il primo è rimasto un focolaio, la seconda è invece stata classificata dall’Oms come Emergenza sanitaria internazionale e ha numeri che salgono ogni giorno: più di 200 sospetti decessi e più di 900 sospetti casi in Rdc. Per il direttore dell’Oms Ghebreyesus è un’epidemia “estremamente grave e difficile da gestire”. I due casi sollevano una domanda: come ci stiamo preparando, a livello globale, per nuove epidemie e pandemie? La questione è attuale perché il rischio di nuovi focolai è destinato ad aumentare nei prossimi anni». Capito? Presto o tardi potrebbe toccare a noi.
Poiché è impossibile sostenere senza farsi deridere che Ebola e ancora di più Hantavirus siano un pericolo concreto anche per noi italiani, si cerca una strada diversa. Cioè si usano le malattie esotiche come spauracchi per suggerire che tutt’attorno a noi si muovano virus letali fuori controllo di fronte ai quali siamo privi di difese perché non ascoltiamo abbastanza l’Oms o non seguiamo a sufficienza i profeti della Scienza in camice bianco.
Ad Avvenire, la signora Nguyen prima elenca tutti i rischi che possono essere causati dalla globalizzazione. Poi, con involontaria ironia, spiega che «viviamo in un tempo in cui un’epidemia potrebbe verificarsi accidentalmente, per esempio per un errore umano in un laboratorio ad alto contenimento. E purtroppo c’è anche un rischio di uso deliberato di virus. Con le tecnologie di oggi e con l’intelligenza artificiale, potrebbero esserci virus modificati per essere più trasmissibili o più letali. In Cepi stiamo lavorando moltissimo proprio per portarci più avanti possibile rispetto a tutti i possibili rischi». Ma pensa: esistono virus che possono fuggire dai laboratori... Il nome Covid dice qualcosa? Non risulta però che la stampa italiana abbia voluto approfondire granché il tema...
Quello che conta, per i nostri media, è alimentare la tensione. Ma il meccanismo si svela appunto facilmente se solo ci si prende la briga di capire che cosa sia davvero Cepi. Trattasi, nei fatti, di una lobby dei vaccini fondata su impulso principale del World Economic Forum, finanziata da varie nazioni, dalla Commissione Ue e dal solito Bill Gates. Guarda caso, Cepi è stato il primo finanziatore di Moderna (con 900.000 dollari nel gennaio 2020) per lo sviluppo del farmaco Covid, e continua a collaborare attivamente con la casa farmaceutica per lo sviluppo di vaccini. Ecco perché ci tiene a parlare del rischio pandemico: perché deve spingere per ottenere finanziamenti pubblici a favore di Big Pharma. E per farlo sfrutta minacce immaginarie come Hantavirus (su cui Moderna ha guadagnato bei soldi soltanto annunciando di essere al lavoro su un vaccino che è lontanissimo dall’essere prodotto) e più concrete ma lontane come Ebola. La prossima volta che leggerete un articolo allarmistico o inquietante su una malattia esotica, saprete perché viene pubblicato.
A furia di procedere per opposti estremismi e luoghi comuni figli di una ideologia ottusa rischiamo di perderci dettagli fondamentali per comprendere alcuni dei pericoli a cui stiamo andando incontro.
La sensazione è che per capire fino in fondo che cosa sia il nuovo terrorismo di cui negli ultimi giorni abbiamo avuto strazianti manifestazioni sia necessario per tutti un cambio di paradigma, che non può prescindere dalla presa di coscienza di alcune evidenze e dall’abbandono di vecchi stilemi.
A Modena un trentunenne di origini marocchine si lancia sulla folla con l’auto, emulando di fatto gli attentatori dell’Isis di una decina di anni fa. A Reggio Emilia salta fuori l’ennesimo adolescente aspirante jihadista che mostra - come lo stragista di Modena - segni di precarietà psichica e un livello notevole di risentimento. Entrambi a quanto pare erano piuttosto isolati, entrambi navigavano sul Web dove è probabile che abbiano trovato qualche forma di innesco per la violenza pronta a deflagrare.
Da un lato costoro corrispondono al profilo del terrorista islamico europeo-occidentale che l’ultimo decennio ci ha abituato a vedere. Spostati, persone disadattate e problematiche, male integrate a ogni livello, che a un certo punto danno libero sfogo alle loro intenzioni di morte. Dall’altro lato, però, questi individui sono in parte diversi. Sono molto più indipendenti dei loro predecessori, cioè spesso si autoradicalizzano, hanno meno bisogno di una propaganda pressante e invasiva, hanno poca o nessuna frequentazione della religione che hanno semmai annusato in famiglia.
Ed è qui che si nota una somiglianza con altri casi che non si può ignorare. Parliamo del quindicenne che nel febbraio 2025 fu individuato a Bolzano. Fu arrestato con l’accusa di «partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo, fabbricazione e utilizzo di ordigni esplosivi, porto abusivo di armi, danneggiamento aggravato e detenzione e diffusione di materiale pedopornografico». Era «noto agli agenti della sezione antiterrorismo di Bolzano, che in passato avevano perquisito l’abitazione, dove il minore viveva con la famiglia, sequestrando due pc, uno smartphone e un’ascia, oltre a diverso materiale che ha confermato la sua appartenenza a un gruppo satanista e neonazista suprematista». Costui frequentava gruppi online e «conservava sul proprio dispositivo immagini e video di aggressioni, omicidi e sparatorie scolastiche, contenuti pedopornografici, oltre che filmati delle frange più radicali dell’Islam, come video sullo Stato islamico, attentati, decapitazioni, e sostanze esplosive auto-prodotte». La frequentazione di simili ambienti digitali è stata ipotizzata anche per un altro minore, il tredicenne che qualche mese fa a Bergamo ha accoltellato la sua professoressa.
Nulla di totalmente inedito. Esistono esperti che da tempo studiano i gruppi satanisti online, tra cui l’Ordine dei nove angoli. Uno dei fondatori di questa setta, David Myatt, è noto per aver supportato nei primi anni Duemila i gruppi radicali musulmani in stile Al Qaeda. Ciò dimostra che esistono singolari corrispondenze, sovrapposizioni e inquietanti intrecci fra queste entità oscure e feroci che si annidano nei meandri della Rete.
A questo punto dobbiamo evitare il primo e grossolano errore, ovvero il relativismo. È sbagliato sostenere che tutti i casi si equivalgano, che vi sia un generico estremismo che prescinde dalle idee, dalle fedi e dalla politica. Esiste al contrario uno specifico islamico, che riguarda persone cresciute in famiglie musulmane e con un background migratorio. La mancata integrazione ha una influenza notevole, contribuendo a creare figure di disadattati rancorosi. Ma queste stesse figure partecipano di un malessere che tocca anche altri, giovani europei e occidentali, i quali con modalità differenti possono arrivare a compiere atti egualmente spaventosi. Per intendersi: se il radicalizzato islamico prenderà l’auto per lanciarsi sulla folla, l’adolescente disturbato americano magari prenderà il fucile per fare strage a scuola, o il coltello per uccidere una professoressa. La serie «Adolescence», con tutti i limiti del prodotto commerciale e qualche asperità politicamente corretta, ha fornito un quadro piuttosto credibile del processo di radicalizzazione. In alcuni casi, come notava Olivier Roy, tale radicalizzazione viene islamizzata, in altri prende vie diverse.
Sempre presente, però, è il Web. È piuttosto evidente, lo dicono i dati, che esista un profondo disagio soprattutto fra le nuove generazioni che spesso sfocia nell’isolamento sociale. Come scrive in Hikikomori d’Italia la pedagogista Chiara Vergani, «il gruppo di ricerca Musa (Mutamenti sociali, valutazione e metodi) dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Cnr-Irpps) ha pubblicato nel 2025 uno studio sulla rivista Scientific Reports, analizzando il ritiro sociale tra gli adolescenti italiani. Basandosi su indagini condotte nel 2019 e nel 2022 su studenti delle scuole secondarie di secondo grado, lo studio ha identificato tre profili di adolescenti: farfalle sociali, amico centrici e lupi solitari. È emerso che la percentuale di lupi solitari che non incontrano più i loro amici al di fuori della scuola è quasi raddoppiata, passando dal 5,6 per cento nel 2019 al 9,7 per cento nel 2022. Lo studio sottolinea l’importanza dell’iperconnessione e della sovraesposizione ai social media come fattori che contribuiscono all’isolamento sociale e al deterioramento del benessere psicologico degli adolescenti. Nel 2024, l’Istituto superiore di sanità ha condotto una ricerca focalizzata sulla fascia d’età 11-17 anni, indagando le dipendenze comportamentali e il ritiro sociale tra gli studenti italiani. Utilizzando un questionario specifico per l’hikikomori, lo studio ha rilevato che oltre 60.000 studenti mostrano tendenze al ritiro sociale. Tuttavia lo studio si concentra solo sugli studenti ancora frequentanti, escludendo coloro che hanno abbandonato la scuola, il che potrebbe indurre a sottostimare la reale portata del fenomeno». Sono numeri impressionanti. Tra queste persone che si isolano, alcune possono entrare in contatto con materiale radicale o con gruppi online molto violenti. Non tutti ovviamente diventano terroristi, per fortuna. Alcuni maschi però finiscono per entrare in comunità digitali in cui si celebrano lo stupro e l’odio per la donna. Altri possono trasformarsi in bulli, o trovare una legittimazione ai comportamenti da maranza. Altri ancora trovano una rapida soluzione ai loro problemi di identità in siti e profili che pubblicizzano il cambio di sesso. Sono sfumature diverse di uno stesso problema. Ed è chiaro che, trattandosi di questioni delicatissime, ogni sfumatura fa tutta la differenza del mondo. Ma è abbastanza evidente che esista un malessere diffuso, amplificato dalla reclusione negli anni di pandemia, che provoca distacco dalla realtà e che può assumere forme molto pericolose. La violenza diventa per troppi un via di uscita: più o meno potente, rivolta verso gli altri o verso di sé. Indagare le cause del malessere non significa togliere un grammo di responsabilità ad altri fattori ambientali: la propaganda satanica, islamica etc. Ma tocca prendere atto che in questa modernità esplosa qualcosa non funziona. Fallisce la società liquida, fallisce l’integrazione forzata, fallisce rovinosamente il sistema progressista a ogni livello. Il disagio mentale non è una scusa o una giustificazione: è parte di un dramma che non si risolve blaterando di razzismo o di mancanza di psicologi.





