«Ho pensato: ok, siamo entrati in un periodo di azione radicale. E vedremo un periodo di attacchi, rapimenti e cose terribili compiute da lupi solitari. Forse anche qualche attentato dinamitardo. E poi ci sono le sette. In questo momento, i giovani sono davvero suscettibili a diversi modelli sociali. Vedo le sette come il fenomeno principale. Le vedo come un settore in forte crescita. Sette segrete».
Chuck Palahniuk ha pronunciato queste parole più o meno un anno fa, nel corso di una intervista concessa al Daily Telegraph per presentare il suo romanzo più recente, Shock induction. E se si scorre la cronaca italiana di questi giorni è difficile pensare che lo scrittore americano non avesse ragione. A ben vedere, le vicende dei minorenni di casa nostra che si fanno coinvolgere sulla Rete da gruppi ferocemente estremi e poi si mettono a progettare stragi e omicidi di professori o genitori sembrano uscite da un libro di Chuck.
Secondo Palahniuk ciò che avviene oggi non è del tutto inedito. «Non credo che i momenti storici siano unici», ha detto ancora al Telegraph. «Penso a un periodo simile alla fine degli anni Sessanta, quando gli ideali hippie e le forme di protesta non funzionavano più, le persone hanno iniziato a intraprendere azioni sempre più radicali, come il rapimento di Hearst, l’omicidio di Aldo Moro e gli omicidi di Sharon Tate.
Improvvisamente i ricchi hanno dovuto avere delle guardie del corpo. Ci sono stati tutti questi atti di azione radicale perché l’azione organizzata non funzionava più». In effetti, le azioni radicali sembrano essere in crescita, se non altro come reazione all’apatia generale. E, di nuovo, Chuck aveva previsto tutto in un capolavoro intitolato Fight club, di cui quest’anno ricorre il trentennale. In quel romanzo, Palahniuk aveva concentrato una diagnosi puntualissima dei mali occidentali, aveva intuito le esplosioni di violenza ottusa che ci hanno accompagnato negli ultimi tempi, e ne aveva a suo modo spiegato le cause. Nel romanzo, un numero crescente di maschi americani, alienati dallo stile di vita consumistico e abbrutiti dalla mediocrità quotidiana, trovava una nuova ragione di vita nella partecipazione a club clandestini di lotta particolarmente rude e brutale. I punti in faccia, le nocche sbucciate, le costole dolenti: erano un modo - per quanto rabbioso e parecchio sofferto - di riappropriarsi del proprio corpo inflaccidito dalla comodità, per provare nuovamente emozioni sopite sotto la coltre di aridità contemporanea.
Il bisogno di lotta univa gli uomini, il richiamo dei muscoli tesi li faceva riscoprire simili e fratelli. Poi tutto degenerava: la violenza diventava culto e poi sovversione, la macchina del Fight club si trasformava in una sorta di setta segreta al servizio del guru Tyler Durden. A cui oggi cercano di assomigliare, disperatamente e con risultati un po’ patetici, varie personalità del Web, soprattutto all’interno della cosiddetta «manosfera». Il fatto è che sulla Rete non ci sono soltanto influencer machisti e un po’ ridicoli. Ci sono anche gruppi decisamente più pericolosi come quelli a cui i minorenni violenti italiani si abbeveravano.
In Fight club il vero punto di partenza del dramma era l’alienazione individuale, la separazione dalla realtà che spingeva i singoli e cercare di ritrovare sé stessi nello scontro fisico: soffrire e sfinirsi per dimostrare di essere ancora vivi. Ora, grazie alla Rete, tutto questo è pesantemente degenerato. I ragazzini sono ancora più separati dal reale e trovano nelle sette una falsa via di uscita che in realtà è ancora più alienante.
I partecipanti al Fight club mettevano in gioco i loro corpi, le loro membra, si facevano male e sanguinavano, ritrovavano bruscamente alla realtà a colpi di cazzotti. Con il Web è tutto diverso: la violenza non è più scontro fisico, ma attacco a mano armata. Non è vera, è di nuovo mediata e irreale. Si spara come in un videogame, non si esce mai dal virtuale. Anzi, si sprofonda ancora di più dentro di esso fino a perdersi del tutto, tanto che nemmeno l’atto più brutale è percepito nella sua concretezza pesante.
Eppure il rimedio all’alienazione assassina, per Palahniuk almeno, è sempre lo stesso: ritornare al reale. Uscire dallo «spazio sicuro» che la società del (presunto) benessere ha costruito attorno ai singoli e rimettersi in gioco, anche rischiando grosso. Questo è il centro della questione: avere il coraggio di uscire dalla bolla protettiva. Prima riconoscere l’esistenza di limiti e poi tentare di superarli, ma per un fine sensato. L’ultimo romanzo di Palahniuk ruota tutto attorno a questo concetto. Racconta di un gruppo segreto che monitora i giovani, ne misura le performance scolastiche e poi cerca di reclutarli offrendo loro parecchio denaro in cambio della sottomissione per la vita.
La grande scelta è dunque fra la schiavitù rassicurante e la totale incertezza della libertà. «È un destino che i giovani si trovano ad affrontare molto presto nella vita», ha detto Chuck a riguardo. «Accetto il lavoro alle poste perché offre vantaggi, stabilità e perché posso farlo, oppure seguo la mia passione? E ci sono persone che riescono a fare entrambe le cose, come Bukowski, che consegna la posta e scrive. Ma ci sono molte persone che scelgono un lavoro stabile e cercano di coltivare la propria passione nel tempo libero.
Verso la fine della loro vita, però, mettono da parte tutta la loro passione e si rendono conto, molto tardi, che hanno perso l’occasione di formarsi e sviluppare il proprio talento. E una volta che quell’occasione si è chiusa, dovranno fare i conti con il fatto di aver scelto la stabilità e la sicurezza invece di quella cosa che li entusiasmava da giovani. E penso che sia una scelta terrificante». Intendiamoci: non si tratta del banale invito a «seguire i propri sogni». Il punto è: siate disposti a giocarvi tutto. Perché l’alternativa è un’apatia che genera mostri.
Lo abbiamo scritto più volte e ne siamo ancora particolarmente convinti. Il sistema Bibbiano esisteva eccome, a prescindere dalle sentenze e dalle condanne in tribunale. Esisteva un sistema culturalmente sbagliato, fondato su presupposti ideologici che hanno generato allontanamenti ingiusti di minori dalle loro famiglie. E infatti, guarda un po’, tutti quei minorenni sono in effetti stati restituiti ai loro genitori. Poi certo, lo sappiamo bene: la sentenza di primo grado del processo Angeli e demoni formulata mesi fa dal tribunale di Reggio Emilia non è stata delle più severe, tutt’altro.
La Corte d’Assise presieduta da Sara Iusto era chiamata a decidere la sorte di 14 imputati per cui erano state chieste condanne per complessivi 73 anni di carcere. I reati in ballo erano pesantissimi: frode processuale, depistaggio, abuso d’ufficio, maltrattamento su minori, lesioni gravissime, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione, peculato d’uso. Ma la montagna ha partorito un topolino: solo due le condanne notevoli: Federica Anghinolfi, figura centrale dell’inchiesta che un tempo era al vertice dei servizi sociali della Val d’Enza ha preso due anni, anche se la pm ne aveva chiesti complessivamente quindici. Per il suo braccio destro Francesco Monopoli è arrivata una condanna a un anno e otto mesi di reclusione (anche se ne erano stati richiesti 12): pena sospesa per entrambi. Flaviana Murru, assistente sociale, è stata invece condannata a 8 mesi. Un esito che ha galvanizzato tutti coloro che dall’inizio hanno cercato di smontare l’inchiesta in nome del garantismo. Peccato che quel garantismo lo applicassero soltanto agli imputati e non alle famiglie smembrate dal tribunale dei minori.
Ora a quanti hanno urlato che il caso Bibbiano è stato soltanto una montatura della destra risponde Valentina Salvi, sostituto procuratore di Reggio Emilia che ha presentato appello contro la sentenza di primo grado. Il suo ricorso è un cumulo di oltre 2.400 pagine e di altre 5.000 e passa di allegati, per impugnare 39 capi di imputazione che riguardano le posizioni di dieci imputati. Oltre ai tre già citati professionisti condannati (Federica Anghinolfi, Francesco Monopoli e Flaviana Murru), le Procura ha ripreso in mano le storie delle madri affidatarie Fadia Bassmaji e Daniela Bedogni, delle assistenti sociali Annalisa Scalabrini e Sara Gibertini, della psicoterapeuta Nadia Bolognini e delle psicologhe Imelda Bonaretti e Federica Alfieri. Come riporta l’agenzia Dire, poi, «la Procura di Reggio chiede tra l’altro che venga riconosciuta l’aggravante della valenza pubblica degli atti nel reato di falso (cosa che non è avvenuta nel primo processo)». Non solo. Il sostituto procuratore contesta una «visione atomistica» delle singole condotte delittuose, cioè sembra sostenere che non sia stato compreso fino in fondo il meccanismo che operava a Bibbiano e dintorni. Secondo Salvi, i giudici di primo grado hanno commesso errori «sconcertanti». Il tribunale, a suo dire, è stato guidato «da una spasmodica e quasi ossessiva ricerca di ragioni assolutorie, con esiti spesso paradossali e del tutto disancorati dalla realtà e dalle fonti probatorie in atti». Il sostituto procuratore afferma che «in numerosi passaggi il tribunale, a fronte di un quadro probatorio chiarissimo in termini di responsabilità penale degli imputati, pur di pervenire (a qualunque costo, si direbbe) ad alcune irragionevoli assoluzioni, si avventura in terreni scivolosi e in ricostruzioni del tutto fantasiose dei fatti, tanto da risultare addirittura sorprendenti poiché finisce per rendere conclusioni del tutto soggettive e completamente disancorate rispetto ai dati emersi durante l’istruttoria dibattimentale». Le parole di Salvi sono durissime. Dice di avere provato sconforto di fronte alla sentenza di primo grado, e sostiene che le assoluzioni si siano basate su «circostanze mai avvenute». Poi la procuratrice continua a picchiare duro, commentando allibita i passaggi della sentenza in cui il tribunale «quasi in termini di veggenza, sembra addirittura addentrarsi nell’analisi degli stati d’animo degli imputati, arrivando in alcuni casi addirittura ad immaginare cosa questi ultimi stessero pensando al momento della commissione dei fatti (superando anche le pretese difensive in quanto si tratta di circostanze mai menzionate dagli imputati), fornendo interpretazioni del tutto irrealistiche delle loro volontà, in realtà interamente immaginate, con la finalità di escludere l’elemento soggettivo del reato».
Chiaro: per quanto ruvide, queste frasi provengono dalla penna di un sostituto procuratore, cioè dell’accusa che ha deciso di appellare una sentenza chiaramente non gradita. Resta però un punto fermo: su Bibbiano c’è ancora molto da dire, e da elaborare. Ci sono fatti allucinanti che hanno condotto a condanne lievi, ma che non possono lasciare indifferenti, che non si possono liquidare in fretta. Sostenere che a Bibbiano non sia mai successo nulla di grave è profondamente sbagliato. Primo perché i fatti dimostrano il contrario. E secondo perché quella vicenda è purtroppo emblematica delle storture della giustizia minorile, le stesse che emergono nel caso della famiglia nel bosco. Continuare a fingere che non esistano è ipocrita, ed è una ulteriore violenza nei riguardi delle prime vittime di tutto ciò: bambini e bambine
Basta con le ciance su ascolto e comprensione: i social vanno vietati fino ai 16 anni
Come prevedibile e previsto, tornano tutti a battere sugli stessi tasti. Si torna a parlare della necessità di ascoltare il disagio giovanile, dell’importanza di non caricare gli adolescenti di eccessive pressioni, si insiste sull’importanza dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. E, ovviamente, i media vanno a nozze con l’immaginario neonazista, gettando in un unico calderone i gruppi online dei ragazzini incel (i cosiddetti celibi involontari animati da feroce astio nei riguardi delle donne), l’alt-right americana, Anders Breivik e i movimenti identitari europei. Mischione molto utile allo scopo politico di puntare il dito contro le destre, molto meno a comprendere davvero che cosa stia accadendo e sia accaduto a parecchi adolescenti occidentali.
L’armamentario ideologico di cui dispongono ha ben poco a che fare con il radicalismo destrorso: il nazismo, per costoro, è qualcosa di prepolitico, è una sorta di codice utilizzato per indirizzare l’odio. Ma nella libreria digitale ci sono testi anarco insurrezionalisti e tutto ciò che possa contribuire a sostenere «atti casuali di violenza insensata». Paradossalmente sono molto più centrati e solidi i riferimenti al satanismo, perché la volontà esplicita è quella di sovvertire ogni ordine attraverso la brutalità imprevedibile e fine a sé stessa.
L’obiettivo, insomma, non è l’instaurazione di chissà quale regime totalitario: è la distruzione totale, il nichilismo profondo privo di qualsivoglia pars construens.
La verità è che questi ragazzi non hanno bisogno di essere ascoltati. Anzi, probabilmente - come generazione - lo sono stati fin troppo. Alla loro espressione di sé è stato concesso ogni spazio possibile, cosa che ha contribuito a far esplodere il loro narcisismo. Avrebbero, piuttosto, bisogno di ascoltare e, soprattutto, bisogno di ricevere limiti e regole da parte degli adulti. È mancato - ma è storia vecchia - il padre simbolico, cioè quello che pone divieti e stabilisce i confini. Le tirate, pure in buona fede, sull’educazione affettiva, la decostruzione della mascolinità tossica e il buonismo a varie gradazioni hanno probabilmente alimentato la ferocia e il risentimento di questi adolescenti, invece che convertirli a una presunta buona condotta. Di nuovo, era facile prevederlo: smantellare la mascolinità non produce un nuovo ordine basato su valori femminili di dolcezza e accoglienza. Al contrario, produce il ritorno del rimosso sotto più terribile forma. Ecco dunque le caricature del maschile che vanno dalla volgarità cialtronesca della cosiddetta manosfera alla spietatezza dei gruppi che inneggiano allo stupro come arma politica. È, questa, la cattiveria viscida dei deboli, non l’oppressione dei forti.
E allora non serve invocare ancora più tenerezza, ancora più comprensione. Serve favorire con ogni mezzo un’uscita dall’inferno artificiale della Rete e un ritorno prepotente alla realtà, da mettere in atto prima di subito, con tutti gli strumenti a disposizione. Serve dunque una legge simile a quelle già applicate in altre nazioni per interdire l’uso delle piattaforme ai minori di 14 o addirittura 16 anni. Esistono proposte in discussione proprio in questi giorni, una delle quali avanzata dalla Lega, che andrebbero seriamente considerate. Prevedono verifiche serie sull’età, superamento dell’autocertificazione, barriere non facilissime da superare.
Chiaro: non è piacevole vietare, perché si andrebbe a colpire anche i minori che non fanno nulla di male online. Ma il beneficio è superiore, in questo caso, a ogni possibile danno. Poi lo sappiamo tutti: le norme da sole non bastano affatto. I più abili possono trovare modi per aggirarle, e a tale riguardo sarebbe fondamentale insistere sulla responsabilità delle aziende digitali, affinché controllino e agiscano per impedire che si aggirino le restrizioni.
Non si può in ogni caso prescindere, tuttavia, da una forte presenza dei genitori, delle famiglie. È emblematica, a tale proposito, l’intervista concessa a Repubblica dalla madre del diciassettenne pescarese arrestato per terrorismo: «Colpa anche mia, dovevo controllarlo sui social, ho sbagliato a fidarmi troppo», dice. Insiste a difendere il suo ragazzo, spiega che aveva paura di essere arrestato, che non avrebbe fatto male a nessuno e addirittura che aveva finto di essere uno del gruppo estremista per timore di ritorsioni. In realtà, stando all’inchiesta, pare che non solo il diciassettenne fosse animatore di gruppi, ma pure che abbia cercato di manipolare un altro minore più giovane. Eppure eccolo lì che, scoperto, cerca la consolazione della mamma, l’abbraccio protettivo. E la mamma, straziata, glielo offre. Sembra davvero di rivedere quel che accade ai genitori della serie televisiva Adolescence, i quali - scoperto il crimine orribile del figlio - si guardano fra loro disperati in cerca di reciproca assoluzione, e si dicono: «Pensavamo che nella sua stanza fosse al sicuro». Era vero l’esatto contrario. Se le famiglie non controllano e si assentano, e se le norme di contrasto sono blande, ecco che può accadere l’impensabile. Nel caso di questo ragazzo le forze dell’ordine sono intervenute prima che accadesse qualcosa di terribile, ma chissà che potrebbe accadere in futuro: le lezioni che vengono specialmente dagli Stati Uniti non sono incoraggianti.
Se c’è educazione da fare, oggi, deve riguardare soprattutto gli adulti. Sono loro che devono essere istruiti sui meccanismi della manipolazione digitale, loro che debbono essere aiutati a comprendere le nuove necessità educative e protettive, qualora non riescano o non vogliano farlo da soli. E poi, a corredo, sono necessarie le leggi. Anche i divieti, sì. Non saranno risolutivi ma sono un inizio, un segnale. Serve un approccio realmente maschile, paterno, per combattere questa mascolinità debole e deviata che assume forme diverse ma in fondo affini, che si tratti delle bravate dei maranza, dell’esibizione di falsa ricchezza di alcuni influencer o delle psicosi mortifere dell’accelerazionismo satanico. Altro che ascolto: di queste stupidaggini ne abbiamo ascoltate pure troppe. Adesso è tempo di metterle a freno, e sul serio.





