«Famiglia del bosco valutata con criteri troppo datati. Così si traumatizzano i figli»
Anna Maria Giannini è una delle più autorevoli psicologhe e criminologhe italiane. Con lei abbiamo esaminato dall'inizio la vicenda della famiglia nel bosco, per cercare di capire che cosa sia andato storto e perché i Trevallion siano ancora separati dopo mesi e mesi.
«Nella prima ordinanza, quella che dispone la sospensione temporanea della responsabilità genitoriale, si parla di alcune criticità collegate alle condizioni abitative, di assenza di vaccinazioni e visite pediatriche», spiega la professoressa. «Poi si dice che la mancata frequentazione della scuola comporterebbe l'impossibilità per questi bambini di apprendere in condizioni cooperative. Stanti alcune criticità sulle quali era importante intervenire, la misura presa a mio avviso è abnorme».
Non si dovevano togliere i bambini?
«Disporre l'allontanamento di questi tre bambini dai genitori e dall'ambiente in cui avevano vissuto non può che comportare tutto ciò che benissimo descrivono i consulenti di parte della famiglia, il collega Cantelmi e la collega Aiello. Loro hanno parlato di sradicamento, hanno usato termini forti come traumatizzazione... Del resto è ciò che indica tutta la letteratura scientifica quando ci sono grosse fratture emotive come l'allontanamento dai genitori».
Lo hanno detto in tanti.
«Questi non sono genitori maltrattanti, avevano un'interazione con questi bambini di grande affetto. I bambini vivevano in un ambiente con presenza di animali, in continuo contatto con i genitori... Proviamo solo ad immaginare che cosa significhi prendere questi tre bambini e allontanarli innanzitutto da mamma e papà, ma poi anche dal loro sistema di riferimento, dagli animali che sono importanti per loro. Esiste tutta una letteratura che spiega quanto sia importante il contatto con gli animali. Adesso sono in una situazione completamente opposta, all'interno di una casa famiglia, senza i loro genitori, con la mamma che inizialmente era presente e poi è stata allontanata".
Però ripeto: tanti suoi colleghi hanno detto cose simili. Come è possibile che un tribunale non ne tenga conto?
«Da quanto dice Cantelmi, e se lo riferisce credo proprio che sia vero, nella perizia la letteratura scientifica citata sia ferma a diversi anni fa. Né viene citata una letteratura aggiornata né si tiene conto di quanto in tanti abbiamo detto, pubblicato, espresso in trasmissioni televisive, eccetera. Si fa riferimento ad un metodo che in vede come rilevanti determinate regole fisse riguardanti ciò che un genitore dovrebbe fare".
Cioè?
«Viene posto in primo piano il fatto che il genitore dovrebbe vaccinare i bambini, portarli dal pediatra, portarli a scuola... I due genitori si sono discostati da queste regole e ciò è stato interpretato come qualcosa che mette a rischio i bambini».
Quali misure sarebbero state più utili?
«Dare un sostegno nel luogo in cui questa famiglia si trovava, comunque mantenendola unita. Non hanno peraltro tenuto conto anche di un altro aspetto: questi due genitori vengono da una dall'Australia e l'altro dal Regno Unito, e non parlano un italiano perfetto. All'inizio non c'era neanche un interprete. Ora, non è difficile trovare un interprete dall'inglese o psicologi che parlino inglese...».
In ogni caso non si è tenuto granché conto delle indicazioni degli esperti.
«Credo sia un po’ stata ignorata la comunità scientifica, perché siamo stati veramente in tanti a mettere in guardia sul rischio che questi bambini correvano, compresi nomi di rilievo».
L’allontanamento non viene deciso in base a una relazione di suoi colleghi. Ma seguendo le relazioni dei servizi sociali. Forse un assistente sociale non ha le competenze necessarie...
«Ma infatti è questo il fatto grave. Io sono fermamente convinta che negli allontanamenti dovrebbe essere reso obbligatorio il parere di uno psicologo, perché chi conosce gli effetti sulla mente dei bambini o chi conosce i rischi dell'allontanamento sono queste figure professionali. Certamente molto meno gli assistenti sociali che non è che non siano una classe preparata, ci mancherebbe, ma hanno un tipo di preparazione assolutamente differente. Ora, è chiaro che decide il giudice. Ma decidere sulla base del parere dei servizi sociali è l’altro problema che si è creato in questa vicenda. Inoltre, mentre veniva condotta la consulenza tecnica d’ufficio questi due genitori si sono mostrati collaborativi: i vaccini sono stati fatti, le visite pediatriche sono state fatte, loro si sono detti disponibili ad una situazione scolastica vicina a quella che veniva proposta…».
Però la perizia non solo non tiene conto di nulla di tutto ciò, ma ribadisce che i genitori sono rigidi.
«E questo è non solo molto problematico, ma pericoloso per i bambini perché nel frattempo abbiamo saputo che piangono e chiedono della mamma, una è andata in ospedale, la mamma l'ha potuta vedere in orari contingentati... Guardi, qui c’è un problema di fondo».
Quale?
«La valutazione della capacità genitoriale non deve avere a che fare con aspetti personologici, altrimenti toglieremo i figli a tutti. Noi possiamo dire che uno è rigido, un altro è ansioso, un altro è depresso... Ma questo lo rende inadatto ad essere un genitore? No. La capacità genitoriale è un'altra cosa. I figli vanno allontanati da chi è violento, da chi li picchia, magari da chi li manda a chiedere l’elemosina... Ecco lì deve esserci l’allontanamento, perché lì il bambino è a rischio e deve essere immediatamente messo in sicurezza. Ma non è il caso di Palmoli. Questi sono due genitori che amano i loro figli, che hanno una loro filosofia di vita che in certe circostanze può creare delle criticità e su quelle criticità vanno affiancati. Per me è già sbagliato l’uso del termine rigido, che vuol dire? Che non si piega a quello che voglio io? Che non fa come sto dicendo io? Qui mi sembra che siamo di fronte a una contrapposizione tra chi porta un modello ideale di comportamento e questi due genitori che hanno fatto precise scelte di vita. Va rispettato il modo in cui vogliono educare e far crescere i figli, ai quali non hanno mai fatto del male. Tanto che i figli chiedono continuamente di tornare a casa. La letteratura più recente invita a non guardare gli aspetti di personalità - in base ai quali leveremmo i figli a tutti - ma a valutare la sintonia, la capacità di comprendere i bisogni dei bambini, di essere vicini a loro, di valorizzarli».
Ma di questa letteratura nella perizia non vi è traccia. Dunque gli esperti scelti dal tribunale sono inadeguati?
«Io non posso dire che li trovo inadeguati, non conosco la collega, non mi permetto. Io parlo di metodologia. E credo che si sia fatto ricorso a una metodologia che esclude modelli che sono invece quelli che vengono usati oggi. Se considero le decisioni prese - cioè il fatto che questi bambini debbano rimanere lontani dai genitori - mi viene da dubitare fortemente del metodo utilizzato».
Nathan Trevallion: «Ora siamo pronti a cambiare casa. Ma siano rispettati i nostri diritti»
Dalla fine dello scorso novembre Nathan Trevallion è separato dai suoi tre figli. Prima, per decisione del Tribunale, i bambini sono stati condotti in una casa protetta a Vasto, assieme a mamma Catherine. Poi, il 6 marzo, Catherine è stata allontanata dalla struttura, con una decisione che ancora adesso lascia molte perplessità.
I due genitori, in tutto questo tempo, hanno cercato di collaborare con le autorità, si sono resi disponibili a cambiare alcuni rilevanti aspetti del loro stile di vita. Ma ancora non è bastato. La perizia disposta dal tribunale a cui si sono sottoposti li descrive come inadatti, troppo rigidi e legati alle loro convinzioni. Ora Nathan e Catherine hanno deciso di cambiare avvocato per l’ennesima volta, rivolgendosi a Simone Pillon. Il quale ha iniziato a muoversi con molta cautela.
Pillon ribadisce la sua volontà (e quella di Nathan e Catherine) di offrire massima collaborazione. Ma, ribadisce, nel rispetto delle scelte di vita dei suoi assistiti. Spiega alla Verità che i «genitori si attengono scrupolosamente alle indicazioni ricevute, ma non possono non notare come i loro figli chiedano in ogni occasione quando potranno tornare a casa. Per questi bambini», continua l’avvocato, «l’esperienza della casa famiglia è molto più travolgente di quanto lo sarebbe per altri bambini. Questi bimbi sono abituati a vivere all’aperto, circondati dai loro animali, all’aria aperta. Vivere chiusi dentro per loro è ancora più traumatico, in più senza mamma e papà con cui erano abituati a stare tutto il giorno, anche se avevano contatti anche con altri bambini e altre persone».
Anche Nathan non può non soffrire notevolmente per quanto accaduto. «Sono profondamente addolorato e infelice nel vedere i bambini in quella situazione», dice alla Verità. «Sto vivendo questo periodo giorno per giorno. È il momento più difficile della mia vita. Non abbiamo i nostri figli a casa. Da quando ci sono stati portati via, la mia vita è diventata un susseguirsi di ansia, stress, paura e la nostra pace è svanita. Faremo il necessario, io e Catherine, per collaborare con le istituzioni ma chiediamo anche che siano rispettati i nostri diritti di genitori».
Qualcuno nelle settimane passate ha scritto e detto che c’erano tensioni fra te e tua moglie, è vero?
«No, non è vero. Grazie a questa esperienza siamo diventati più forti e uniti. Il nostro amore è così profondo che non ci separeremo mai. Le notizie riportate dai giornali, secondo cui litigavamo e vivevamo in case separate, sono completamente false. Non ci siamo mai separati e ci sosteniamo a vicenda in questo momento difficilissimo. Entrambi siamo molto preoccupati per i nostri figli e li pensiamo giorno e notte».
Che cosa vi sta dando la forza per affrontare questo momento così difficile?
«I bambini. L’amore che proviamo per loro ci ha dato tutta la forza di cui avevamo bisogno. L’amore per la nostra vita insieme, il modo in cui viviamo, la nostra casa, i nostri animali, i nostri amici, la famiglia, i vicini e l’ambiente che ci circonda ci ha aiutato enormemente. Andarcene sarebbe un ulteriore stress in una situazione già insopportabile. Aver dovuto affrontare la paura più grande che un genitore possa mai provare, ovvero perdere i propri figli, ci ha resi solo più determinati, più forti e più uniti».
Quando e come riuscite a comunicare con i bambini in questo periodo? E soprattutto: come stanno i vostri figli nella casa protetta?
«Li vedo sei giorni alla settimana per un’ora e mezza ogni mattina e il mercoledì pranzo con loro. Mia moglie fa due videochiamate a settimana di mezz’ora ciascuna e un incontro a settimana. È un primo passo poterci finalmente riunire tutti insieme come famiglia ogni settimana, ma ai bambini manca la loro casa, la loro mamma e il loro papà, i loro animali, Lee, Gallipoli, Uriel, la loro gallina preferita che amano disegnare, e i loro gatti che coccolavano tanto. Sentono anche la mancanza dei nostri amici. A volte sono tristi, arrabbiati, ansiosi e continuano a chiedere quando potranno tornare a casa».
A proposito di tornare a casa. Da parecchio tempo si parla di una nuova abitazione messa a disposizione dal Comune di Palmoli in cui voi dovreste trasferirvi. Allora le chiedo: avete finalmente deciso di cambiare casa e di andare ad abitare lì? E che altri cambiamenti siete disposti a fare sulla base di quanto vi viene richiesto dalle autorità?
«Sì, ce l’abbiamo fatta. Abbiamo deciso di andare a stare nella nuova casa, così quando i bambini usciranno saremo pronti ad accoglierli. Dovremo alzarci presto per governare gli animali, che purtroppo non possono venire con noi, ma ne vale la pena, pur di riavere i nostri figli a casa il prima possibile. Con Catherine abbiamo anche deciso di seguire un percorso di sostegno alla genitorialità, così da poter aiutare ancor meglio i bambini già da ora».
Giampaolo Pansa fu il primo a comprenderlo, almeno tra le grandi firme del giornalismo italiano. Quando a Genova un gruppetto di rivoluzionari comunisti lasciò un morto sul terreno, il formidabile cronista lo affermò senza mezzi termini: ad avere aperto il fuoco erano stati dei «tupamaros» italiani. Non criminalità comune, come scriveva soprattutto l’Unità a cui poi si accordavano i giornali borghesi. No, a uccidere erano terroristi. Rossi.
Non furono in molti a credergli. Anzi i più - a partire da Giorgio Bocca che poi fece pubblica autocritica - ripetevano che i guerriglieri dovevano essere banditi affamati di soldi, o provocatori fascisti, o fascisti al soldo dei servizi segreti. Comunque fascisti. Perché la regola, negli anni di piombo come oggi, allora è sempre, è la medesima: la violenza è soltanto nera, i rossi sono incapaci di fare male. E anche quando lo fanno, è a fin di bene dunque perdonato.
Pansa stigmatizzò questo atteggiamento in un libro straordinario, Carte false, uscito nel 1986. Era vicedirettore di Repubblica, e viene il sospetto che adesso una voce come la sua su quelle pagine, ormai militarizzate, non la si potrebbe udire. Lo ripeté poi in un altro volume intitolato L’utopia armata. «Quelli che sparavano», scrisse, «non venivano da una terra di nessuno né ci erano sconosciuti. Li avevamo incontrati nelle università occupate, nei cortei contro la repressione, negli “scazzi” durante le assemblee. Erano giovani leninisti o cattolici radicali o anarchici disperati, o niente di tutto questo e tutto questo assieme. Passati attraverso le allucinazioni ideologiche dell’era contestativa e convinti davvero che «lo Stato si abbatte e non si cambia», alla fine della grande festa si erano ritrovati vittime della frustrazione per quel Sessantotto passato invano, profughi di una politica senza pazienza e senza modestia, impegnati in una corsa cieca lungo la scorciatoia pericolosa del “mai più senza fucile”».
Gli armati erano tutti - lo avrebbe scritto molto dopo Rossana Rossanda - nell’album di famiglia. Ma la sinistra, soprattutto quella borghese o addirittura aristocratica, in superficie fingeva che la parentela non esistesse. Ma sotto sotto si eccitava, copriva, appoggiava, talvolta collaborava attivamente. «Fu l’epoca del camuffamento», scrisse Pansa. «Per non confessare che il terrorismo veniva dalle file della sinistra, si cominciò a parlare di «sedicenti» Brigate rosse, di fascisti travestiti, di provocatori organizzati dal padrone, di agenti dei servizi segreti addetti alla strategia della tensione, di mercenari al seguito di qualche complotto straniero. Più tardi si ricorse a un camuffamento meno lontano dalla verità: i terroristi, in fondo, sono soltanto dei compagni che sbagliano. Quel “compagni” suggeriva molte cose e avrebbe dovuto condurre le sinistre a un esame accurato dei rispettivi album di famiglia, primo passo verso un giudizio politico netto su chi si era dato alla macchia. Ma l’immagine aveva anche un suono quasi affettuoso, vi si sentiva la voce di chi è disposto a comprendere e poi a giustificare e infine a perdonare, una voce che diceva: tu spari, però sei uno dei nostri, io non condivido ma sono pronto a capire. Così il compagno che sbaglia non rappresentò soltanto un’altra figura di comodo: fu l’alibi per rimandare sempre la condanna politica e morale dei gruppi clandestini».
Di questo camuffamento si accorsero osservatori destrorsi, ma anche qualcuno a sinistra. Tra questi un giovanissimo Giovanni Fasanella, al tempo militante comunista con un breve trascorso nei gruppi extraparlamentari, poi divenuto firma di Panorama e maestro del giornalismo che indaga le trame oscure della Repubblica. Lui e altri comunisti torinesi, prima ancora della Rossanda, seppero intuire e poi riconoscere che l’album di famiglia esisteva eccome, ed era pieno di figurine.
Fasanella, che da cronista dell’Unità fu minacciato dalle Br, anni dopo conobbe e intervistò a lungo uno dei fondatori delle Brigate rosse, Alberto Franceschini. Da quegli scambi nacque un libro che ora torna in nuova edizione per Fuoriscena e che meriterebbe d’essere obbligatoriamente diffuso nelle scuole. Non solo perché parla dello stagno putrido di ideologia in cui il brigatismo attecchì e poi si riprodusse. Ma soprattutto perché offre un quadro vivido e sconvolgente di una epoca che oggi sembra lontana e che invece ci è più intima di quanto pensiamo.
Fasanella rievoca ad esempio la vicenda terribile di Maurizio Puddu, esponente torinese della Dc che fu ferito dalle Br. Prima fu esibito dai suoi alla stregua di un eroe, poi quando smise di essere un utile simbolo lo mollarono. E intanto lui continuava a girare in fabbriche e incontri pubblici in cui l’estrema sinistra lo fischiava e minacciava. Puddu si ritirò dalla politica e torno in università, adulto e invalido. Mentre saliva faticosamente le scale della facoltà gli studenti attivisti lo insultavano, gli facevano capire che non era il benvenuto.
Anche alla luce di questi episodi non stupiscono le parole - fatali, terribili, di pietra - pronunciate da Alberto Franceschini nel libro-intervista: «Le Brigate rosse non sono nate dal nulla. Non sono un prodotto da laboratorio, magari di qualche Servizio segreto, ma il frutto di una cultura e di una tradizione politica della sinistra italiana. Quindi, hanno radici nella storia di questo Paese. Questo voglio dirlo senza ambiguità e senza reticenze. Perché l’errore più grande, le cui conseguenze paghiamo ancora oggi, è stato quello di aver rimosso il problema, evitando di fare i conti ognuno con le proprie responsabilità. Insomma, se oggi c’è ancora qualcuno che spara, è anche perché c’è stata una rimozione. [...] È un errore innanzitutto della sinistra. Pur sapendo chi eravamo e da dove venivamo, per anni a sinistra ci hanno definito “sedicenti rossi” o “fascisti camuffati”. E hanno cercato di spiegare tutto in chiave dietrologica: era più facile dare la colpa alla Cia, a un «complotto anticomunista», che ammettere una responsabilità propria».
Certo, ci fu anche il terrorismo nero, e ci furono le trame occulte degli apparati statali. Ma il terrorismo rosso, quel terrorismo rosso, aveva una origine diversa. Era la forma estrema di una patologia mortale: la pretesa di superiorità morale e antropologica, la convinzione di dover redimere il mondo a ogni costo, spazzando via i nemici mortali che impedivano la realizzazione del paradiso in terra. È la stessa patologia che, in forme diverse e meno tragiche, si manifesta oggi. I compagni che sbagliano esistono ancora in ogni corteo di conclamati violenti - dal centro sociale Askatasuna in giù - a cui viene concessa agibilità politica. Si ode ancora il ritornello secondo cui «il male è di destra», e in nome di questa convinzione ancora si censura, ancora si discrimina. Il disprezzo e l’intolleranza arrogante a sinistra ci sono ancora, anche senza pistole.





