«È iniziato l’assedio, è iniziata la guerriglia. Sono ancora in giro i ragazzi di Vanchiglia». Venerdì Primo maggio gli antagonisti di Askatasuna hanno annunciato al microfono l’apertura delle ostilità con le forze dell’ordine. Un momento accuratamente preparato e con tutta probabilità ampiamente desiderato.
Gli antagonisti hanno deliberatamente deciso di trasformare il corteo in una marcia verso lo stabile di viale Regina Margherita da cui sono stati sgomberati mesi fa, e il risultato non poteva che essere un ruvido confronto con le forze dell’ordine.
A scontri avvenuti, i militanti hanno rivendicato con fierezza tutto quanto, tramite un articolo uscito su Infoaut, il loro sito Web di riferimento. «A fronte di un imponente dispositivo di forze dell’ordine, una breccia è stata aperta, il cancello del giardino di via Balbo è stato aperto. Tantissime le persone che inondavano le vie di un quartiere ferito, che in questi mesi ha dato prova di resistenza e di voglia non solo di curarsi le ferite ma di costruire qualcosa di più forte, di nuovo, di vero. Al grido di Askatasuna vuol dire libertà, nonostante cariche, lacrimogeni e idranti, i giovani e i meno giovani di questa città hanno espresso una necessità: tornare in uno spazio che dev’essere popolare».
Non mancano, nell’articolo autocelebrativo, i consueti toni minacciosi nei riguardi dei nemici politici. «Maurizio Marrone, probabile candidato a sindaco fascista alle prossime elezioni, ha avuto la faccia tosta di presentarsi e fare un pezzo di sfilata con le istituzioni», scrivono gli antagonisti rivolti all’assessore di Fdi che li ha fatti sgomberare.
Deliri da esaltati rossi, si dirà. Ed è vero. Il problema è che questi tronfi soggetti che hanno collezionato denunce e condanne e che ancora picchiano, devastano e minacciano godono - chissà perché - di coperture istituzionali e appoggi da parte dei partiti di sinistra. Poco prima degli scontri del Primo maggio, non a caso, abbiamo assistito all’ennesimo episodio di gentilezza del Comune guidato da Stefano Lo Russo del Pd nei riguardi di Askatasuna. I militanti si fanno ora rappresentare da una sorta di comitato di quartiere che per loro conto richiede spazi e autorizzazioni. Tramite questa associazione, Aska aveva chiesto di utilizzare il giardino del centro sociale per la tradizionale grigliata.
Fortunatamente il Comitato provinciale torinese per l’ordine e la sicurezza pubblica, riunito in prefettura, ha dato parere non favorevole allo svolgimento della grigliata. Ed è difficile dargli torto visto quello che è accaduto dopo. Ma ecco il punto. Sapete chi ha cercato di trattare a nome degli antagonisti per concedere loro di cucinare salamelle? Ovvio: il vicesindaco pd di Torino, Michela Favaro, che - come ha scritto anche il Corriere della Sera, «si era fatta portavoce della proposta avanzata dall’associazione Vanchiglia».
È piuttosto ridicolo condannare scontri e violenze dopo che sono avvenuti, quando fino al giorno prima si è tentato di coprire o spalleggiare gli antagonisti. Delle due l’una: o si sta con i violenti o contro. «Quando un vicesindaco va in prefettura, mettendo la faccia dell’istituzione che rappresenta, a chiedere di autorizzare il sedicente comitato di quartiere fondato da Aska per organizzare la tradizionale grigliata antagonista nel cortile del centro sociale sgomberato e poi quegli stessi militanti forzano il cancello assaltando le forze dell’ordine, il problema dell’appiattimento totale del Pd sui violenti di estrema sinistra diventa un problema di tutta la città », dice Marrone alla Verità. «La regolarizzazione tentata dalla giunta comunale ha un importante risvolto di business per Askatasuna, che avrebbe ancora altri immobili a disposizione, ma ha bisogno della struttura storica in zona universitaria per lucrare su eventi e ristorazione in nero. Non stupisce quindi che in questo ultimo anno lo spezzone antagonista del corteo del Primo maggio non abbia tentato l’abituale aggressione allo striscione del Pd. Il messaggio che lanciano ai dem sul loro giornale online, invece, è che se gli lasciassero più briglia sciolta potrebbero impedire a me di partecipare al corteo dei sindacati, nonostante sia assessore al lavoro in Regione Piemonte, attuando così l’“antifascismo dal basso”. Ma grazie allo sgombero del dicembre scorso non gli resta che prendersi qualche scarica di idrante dalle forze dell’ordine». Scarica che però non sembra aver calmato i bollenti spiriti dei militanti. I quali continuano a puntare sulla rioccupazione e dichiarano: «Ciò che viene sottratto con la forza bruta va restituito e, se necessario, va riconquistato».
«Non hai capito che non vogliono fare un cazzo? Siamo noi che dobbiamo fare... siamo noi... non sono loro... l’ultima delle idee loro è darci una manganellata hai capito?».
È il 22 giugno del 2020 e Giorgio Rossetto, capo carismatico del centro sociale Askatasuna, parla con un altro militante. Stanno discutendo della lotta No Tav e della mobilitazione che si prepara per l’estate. In particolare, in quei giorni i ragionamenti degli antagonisti si concentrano sulla occupazione del presidio dei Mulini, un’area a ridosso del nuovo cantiere Tav. L’obiettivo è chiarissimo: vogliono farsi sgomberare, e se possibile provocare una reazione dura da parte delle forze dell’ordine. Cercano lo scontro, anzi vogliono suscitato, in modo da passare per vittime e scatenare una reazione a livello nazionale contro gli sbirri fascisti.
I militanti sanno benissimo che la polizia non ha alcuna intenzione di usare la forza, lo ripetono più volte. Sono loro a dover spingere sull’acceleratore della violenza. Un metodo noto da tempo agli osservatori più attenti, ma che la gran parte dei media e della politica finge di non conoscere. Ora però non si può più fare finta di niente: i giochini sporchi di Askatasuna che emergono dalla carte (e che Sara Sonnessa di TorinoCronaca ha rivelato per prima) ora sono scoperti e non possono più essere trascurati. Anche perché il centro sociale continua a provocare scompiglio, come si è visto durante le manifestazioni dello scorso inverno e ancora l’altro ieri, quando gli antagonisti hanno deliberatamente cercato di rientrare nello stabile occupato da cui sono stati di recente sgomberati, arrivando all’ennesimo confronto duro con gli agenti.
Nelle conversazioni del 2020 si delinea perfettamente quale sia la strategia delle provocazione del centro sociale. Parlando della occupazione dell’area Mulini e dello sgombero che potrebbe avvenire, gli antagonisti spiegano che si deve assolutamente arrivare alle botte perché è una occasione «troppo ghiotta», che potrebbe consentire addirittura «di far saltare anche il governo». L’obiettivo è appunto quello di far capitare qualche disastro e di far finire la notizia «sui giornali», in modo da costringere i politici a intervenire. «Di Battista inizia a fare un cancan. Di Maio è obbligato a stargli dietro, son tutti obbligati, Renzi dall’altra parte», dicono i militanti. Insomma, bisogna cogliere «le occasioni che la storia ci presenta. [...] Basta... basta... basta un niente. [...] Se poi manchi il momento... poi il momento va a farsi fottere». Sembra che gli antagonisti puntino sul Movimento 5 stelle, cercando di spaccarlo sul tema Tav: «Si romperanno su sti argomenti qua», dicono. «Di Battista e gli altri vorranno andare per la loro strada, mica vogliono fare l’alleanza con il Pd come vuole fare Grillo e Di Maio. [...] Su questo argomento qui salta il governo perché se nasce qualcosa No Tav o Non No Tav di nuovo salta il governo perché poi tutti saranno obbligati a fare i No Tav, anche i più fetenti, quelli che proprio dicono quelli che adesso lavorano sotto banco, sai quelli che dicono alla De Micheli facciamo cosi, facciamo cosà».
Al di là dei discutibili ragionamenti politici, però, il nodo centrale è l’uso strumentale della violenza. Nelle conversazioni, gli attivisti sono consci che potranno ottenere un effetto solo se verranno sgomberati a forza. «Quella roba li funziona se ti tolgono di li in una certa maniera», si dicono. E ancora: «Adesso detto detto tra di noi, che li sgomberino... a noi ci torna solo in tasca un po’ di mobilitazione in valle». Sempre il 22 giugno del 2020 è un altro nome grosso di Askatasuna, Umberto Raviola, a spiegare che se gli agenti «attaccano il presidio mentre noi siamo li, meglio di così non ci può andare». Un altro militante, Andrea Bonadonna, pare dello stesso avviso. Spiega che se la polizia decide che «quel villaggetto lo dobbiamo sgomberare. E allora lì! Allora lì! Lì è un’altra cosa, lì si ragiona su altri livelli, cioè nel senso che lì diventa una roba di dominio nazionale perché bisogna che rimbalzino dappertutto le immagini di questa ennesima prepotenza». Il 23 e 24 giugno, gli antagonisti continuano a discutere dell’argomento. Qualcuno ragiona su come provocare attriti con le forze dell’ordine. «Se facciamo vedere anche che andiamo anche verso il cantiere... eh... eh... è sempre buono, anche perché questi vogliono evitare assolutamente la confrontazione... il benché minimo confrontazione eh...».
Ovviamente, il piano di provocazione deve rimanere una «strategia occulta», altrimenti la polizia se ne accorgerà. Dopo tutto, dice un attivista, «la polizia non ha voglia di fare niente tanto meno di picchiare dei vecchietti nei boschi». Il 27 giugno 2020 altri due militanti si parlano in maniera ancora più esplicita. Uno spiega a una compagna che, indipendentemente dalle modalità con cui verranno sgomberati i Mulini - «in maniera soft o in maniera dura» - l’atteggiamento antagonista dovrà essere identico: «La tua resistenza dovrà essere solo soft... noi ce la giochiamo soft... dobbiamo solo riprendere... nel momento in cui gli sbirri entrano... la loro funzione non è di fare resistenza... da lì filmi... chi è sugli alberi... c’è la manifestazione sui tetti... ci sarà chi filma... magari qualche celerino che quando scalcia un po’, si dimena un po’, una manganellata nello stomaco la dà. [...] Funzionano così ste robe e tu hai la gente sui tetti che riprende un... compagno portato via braccia e gambe con uno che gli dà una manganellata sullo stomaco [...]. Ti trovi cinquemila, diecimila persone in due settimane».
Lo stesso militante, in un momento di grande sincerità, spiega alla compagna come stiano davvero le cose: «Tu non lo puoi dire ma lo vogliamo dire quale sarebbe lo scenario migliore? Che entrano e spezzano delle gambe e che spezzano delle gambe magari anche a dei vecchi». Ecco il punto. Basta filmare tutto, filmare sempre e fare arrivare le immagini ai media. Magari spingere, provocando, per un intervento ruvido degli agenti, così da farli passare per macellai. La violenza è ricercata, si spera nello scontro e in un po’ di sangue. Bisogna, dice a un certo punto un militante, fare capire «a quelli del movimento che non c’è da fare tanti giri, basta passare 5 metri sotto di loro non intervengono, loro non intervengono, quindi che cazzo... tu devi solo fare... fai 100, 200 metri... 50 metri che ti vedono, non vengono, anzi se incontrano 50 persone nel sentiero se ne vanno loro, arretrano di brutto, solo l’idea di spingere per terra gli viene... perché poi rischiano il licenziamento oramai c’è anche sto terrore qui da parte dei poliziotti, perché basta una foto una ripresa ti sospendono dal lavoro e poi rischi il licenziamento».
Capito? Gli antagonisti sanno benissimo che la polizia ormai ha timore di intervenire, e bisogna sfruttare la situazione. Il quadro è cristallino: occorre provocare prima e dopo le manifestazioni, fare crescere la tensione, apparire più agguerriti per evitare che gli agenti si presentino in modo «soft» come già accaduto in occasione di altre manifestazioni in piazza Castello a Torino. Una volta sul posto, vicino al cantiere Tav, si deve operare per esasperare gli animi. E in ogni caso basta riprendere un piccolo atto più duro della polizia e far arrivare tutto ai media o sui social, così che sembri siano avvenute gravi violenze e anche la politica sia costretta a intervenire. Questa - spiegata in maniera molto netta - è la strategia della provocazione del centro sociale. Ricordatelo, la prossima volta che sentirete parlare di violenze di piazza e scontri.
Gianluigi Paragone smaschera il paradosso del fronte del No: un giorno difende l'autonomia dei giudici come fosse sacra e il giorno dopo, sul caso di Nicole Minetti, si arrabbia perché il Ministero non ha dato ordini ai magistrati o non ha inseguito i colpevoli in Uruguay.





