Psicologa conferma le offese ai Trevallion e le giustifica pure: «Difendevo i giudici»
Se la questione non fosse terribilmente seria, ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate. Sarebbe questa la reazione più appropriata alla lettura dei testi che le esperte chiamate a valutare la famiglia nel bosco hanno inviato al Tribunale dei minori dell’Aquila in risposta agli articoli della Verità.
Come ricorderanno i lettori, il nostro giornale ha svelato che la dottoressa Valentina Garrapetta, giovane psicologa che ha il compito di sottoporre genitori e bambini Trevallion a una serie di test psicologici, aveva pubblicato su Facebook una serie di post irridenti e insultanti nei riguardi della famiglia che in seguito si è trovata a dover valutare. Abbiamo più volte notato - come del resto hanno fatto i consulenti di parte - che tali commenti pubblici sono decisamente incompatibili con un incarico delicato che richiede non solo imparzialità, ma anche grande cura e attenzione nei riguardi delle persone che vengono sottoposte a esame. I dubbi sorgono non soltanto riguardo alla Garrapetta, ma anche a proposito di Simona Ceccoli, la psichiatra incaricata dal tribunale di svolgere la perizia sui Trevallion. Dopo tutto è stata lei a scegliere la giovane consulente, senza premurarsi di verificare che cosa avesse scritto sui social (o forse addirittura condividendone le opinioni).
Dopo i nostri articoli, i legali dei Trevallion hanno chiesto la ricusazione della psicologa, condividendo molte delle nostre perplessità. A quel punto, Ceccoli e Garrapetta hanno inviato lettere al tribunale per difendersi. E il contenuto è a tratti surreale. La psichiatra Ceccoli evita accuratamente di approfondire la questione dei post pubblicati su Facebook e si limita a copiare e incollare il parere dell’Ordine degli psicologi dell’Abruzzo. L’Ordine, scrive la psichiatra, «si è espresso con una nota in data 23 febbraio 2026 con il chiarimento del ruolo del Ctu e dell’Ausiliario nell’ambito delle Consulenze tecniche di ufficio. Nella nota l’Ordine distingue inoltre la funzione del Ctu da quello dell’eventuale ausiliario del Ctu, che può essere incaricato di svolgere specifici approfondimenti specialistici, come esami psicodiagnostici o test psicologici. Il contributo dell’ausiliario viene precisato nella nota “è limitato a tali approfondimenti e non costituisce una valutazione autonoma né sostitutiva della consulenza tecnica di ufficio”». In pratica, la Ceccoli dice che la sua collaboratrice ha un ruolo del tutto marginale, che svolge test standardizzati e che dunque la sua opinione personale non può influire sull’andamento della perizia. Insomma, difende la sua sottoposta spiegando che non conta niente. Non smentisce l’esistenza dei post, non li commenta, non cerca nemmeno di motivarli nel tentativo di ridurne l’impatto. Dice solo che chi li ha scritti conta poco per cui non c’è alcun problema. «Tanto premesso», conclude la Ceccoli, «si ritiene di confermare pienamente la fiducia nella dottoressa Valentina Garrapetta, in qualità di ausiliaria della Ctu, la quale è psicologa e psicoterapeuta, regolarmente iscritta all’Ordine degli psicologi da quattro anni, in possesso di formazione specialistica mediante master di II livello in Psicologia giuridica e forense conseguito nell’anno 2021. Si evidenzia, quindi, che le competenze professionali della predetta risultano pienamente coerenti con l’incarico ricevuto e adeguate rispetto alla natura e alla complessità delle operazioni peritali in corso».
La posizione della Garrapetta è, se possibile, ancora più straniante. Non potendo ovviamente sorvolare sul contenuto dei post, la psicologa prova a mistificare il senso delle sue pubblicazioni. «Tali ricondivisioni», scrive, «si inserivano esclusivamente in un più ampio dibattito pubblico sulla tutela delle istituzioni e sulla necessità di evitare derive di mediatizzazione di vicende coinvolgenti minori, senza alcun riferimento diretto al procedimento oggi oggetto di incarico. Premesso quanto sopra», continua, «si precisa che mai alcun commento o dichiarazione è stato specificamente riferito alla capacità genitoriale dei due coniugi, profilo che esula integralmente da ogni considerazione di carattere mediatico e che può essere oggetto esclusivamente di valutazione tecnica nell’ambito del procedimento giudiziario competente. Si ribadisce con fermezza che la scrivente non ha mai rilasciato dichiarazioni, commenti o interviste personali sul caso, né ha espresso valutazioni sulle parti o sul merito della controversia. Parimenti, sulla propria pagina professionale non è mai stato pubblicato alcun contenuto, diretto o indiretto, riferibile al procedimento in oggetto. La scrivente, pienamente consapevole della delicatezza dell’incarico conferito, ha sempre operato e continuerà ad operare nel rigoroso rispetto dei principi di imparzialità, riservatezza e neutralità propri della funzione di ausiliario del Ctu».
Beh, che non abbia espresso valutazioni sulle parti in causa, cioè sui Trevallion, è profondamente discutibile: basta leggere gli articoli che ha condiviso online. Ed è proprio qui che viene il bello. Nella lettera, la dottoressa cerca di dimostrare che quei post non fossero offensivi nei riguardi della famiglia nel bosco.
«Come è bene leggere dai post stessi», sostiene la Garrapetta, «essi sono stati pubblicati in un contesto temporale significativamente precedente alla designazione quale ausiliaria; avevano carattere esclusivamente personale; esprimevano una generica posizione di sostegno nei confronti di assistenti sociali, giudici e magistrati che, in quei giorni, risultavano esposti a critiche particolarmente aggressive sui social network. Tali espressioni non possono in alcun modo essere interpretate come indice di pregiudizio, orientamento preconcetto o perdita di neutralità professionale». Capito? Lei non voleva offendere la famiglia nel bosco pubblicando post che deridevano il loro legame con la natura o la loro preferenza per uno stile di vita tradizionale. No, lei voleva prendere le parti di giudici, assistenti sociali e avvocati. Il fatto che i primi a essere esposti a critiche online fossero proprio i Trevallion non l’ha minimamente toccata. Tanto che la dottoressa rincara la dose, ripetendo che «i contenuti ricondivisi attenevano alla difesa dell’operato delle assistenti sociali, della magistratura e degli operatori dei servizi, oggetto di forti e reiterate critiche mediatiche nel contesto del noto caso riportato dalla stampa; a un invito alla prudenza comunicativa e al silenzio pubblico, proprio al fine di evitare fenomeni di eccessiva spettacolarizzazione mediatica della vicenda; alla mera riproduzione di atti giudiziari già riportati da organi di stampa; a una riflessione critica sulla sproporzionata esposizione mediatica del caso, a fronte di altre situazioni familiari con condizioni socio-economiche anche più gravi rimaste prive di analoga attenzione». Una arrampicata sugli specchi niente male.
Sul versante della famiglia, il super consulente Tonino Cantelmi è granitico: «Ribadisco che aver espresso opinioni pubbliche su un caso impone un dovere deontologico di astensione da attività peritali sul caso stesso», dice alla Verità. E in effetti non serve chissà quale dottorato per comprendere che se un esperto insulta coloro che dovrebbe valutare forse è meglio che sia destinato ad altro incarico. E anche su chi ha scelto quell’esperto e continua a dargli fiducia nonostante tutto è lecito esprimere dubbi.
Sarà il tribunale a decidere, e ci auguriamo che lo faccia con buon senso. A giorni i bambini del bosco dovranno essere sottoposti a test. Che li faccia chi li derideva online non è accettabile.
Eminenza, ha notato un cambiamento nella Chiesa con il pontificato di Leone XIV rispetto al pontificato di Francesco?
«Papa Francesco è venuto dall’America Latina con il proprio stile pastorale e politico. Si basava sulla grande spiegazione della dottrina fatta dal più grande teologo nella sede di San Pietro, papa Benedetto XVI. Ma adesso abbiamo un Papa che vive nella linea del grande teologo e padre della Chiesa sant’Agostino, e si sente questo cristocentrismo nelle sue omelie, prediche e testi, nella visione della trascendenza... E questo dà il primato ai temi teologici e pastorali rispetto ai temi dell’immigrazione e ad altre cose che riguardano la dimensione sociale. C’è più la dimensione di Dio, perché noi siamo convinti che l’uomo senza Dio non può vivere e pensare, non ha nessuna speranza».
C’era bisogno di rimettere Cristo al centro della Chiesa?
«Cristo è sempre al centro del Concilio Vaticano II, della Lumen Gentium... La luce del mondo è Cristo, Cristo è l’unico mediatore fra Dio e gli uomini. Dio si è fatto uomo nella divinità di Gesù Cristo come fondamento della sua vera umanità e natura umana. Questa è la base di tutto il messaggio cristiano e non è una cosa soggettiva, un’idea privata, ma è la grande missione. E questo è il centro del papato. Il Papa non ha solo una importanza secolare, non è un oggetto delle foto, del populismo, ma è il primo testimone della verità che Cristo è l’unico salvatore. E la Chiesa non è un’organizzazione umanitaria con dimensioni sociali, caritatevoli, ma è in Cristo il sacramento della salvezza universale».
A volte, nel mondo di oggi, sembra che sia difficile persino per i sacerdoti enunciare questa verità.
«Il mondo di oggi è il risultato del grande processo della secolarizzazione, dell’immanentizzazione, a partire dall’illuminismo. Questo ha i suoi lati buoni: la nuova tecnologia, tutti i progressi nella scienza naturale, nella sociologia, nella psicologia... Ma abbiamo visto che questo progresso, questo umanesimo senza Dio, ha effetti che si sono manifestati già nella Rivoluzione francese, con migliaia e migliaia di morti innocenti causati dai rivoluzionari atei. Parlavano, i giacobini, di una decristianizzazione come programma per tutta l’Europa e in seguito abbiamo avuto questi grandi sistemi totalitari atei: nazionalsocialismo, fascismo, comunismo, con milioni e milioni di morti, feriti, famiglie distrutte. Queste sono le conseguenze dell’esistenza dell’uomo senza Dio. Se Dio è negato - lui, il nostro unico amico nel mondo, il nostro creatore e il redentore - ci si presentano altri dei».
Quali?
«Dei che in realtà sono uomini e si presentano come dittatori, come tiranni. Vogliono dirci ciò che dobbiamo pensare, come parlare, cosa mangiare... Oggi abbiamo questo totale controllo che viene dall’Europa, anche i social media sono totalmente controllati. Noi siamo cittadini liberi: lo Stato è al servizio degli cittadini, i cittadini non sono qui come servi o schiavi dello Stato. E tutta questa divinizzazione dello Stato è un segno del paganesimo. Il cristianesimo - ancora prima il giudaismo, ma soprattutto il cristianesimo - ha introdotto la dedivinizzazione del mondo: il mondo è una creazione, l’uomo è una creatura, solo Dio è Dio. E questo Dio ci fa liberi, mentre questi uomini, questi dei del mondo, ci fanno schiavi, come ha detto san Paolo. Per noi è molto importante la libertà, la gloria dell’uomo, la libertà dei figli di Dio. Ma siamo quasi sudditi di funzionari politici che vivono nella ricchezza, e questo è segno del nostro tempo, dell’umanesimo senza Dio. Prendiamo per esempio questo sistema di Epstein, questa rete di malvagi, di uomini senza i comandamenti di Dio, senza coscienza... E questo è solo un esempio, ma abbiamo tanti altri esempi di questa situazione. Gli Stati di oggi ritornano a una politica dell’imperialismo, Russia, Cina, ma anche America. Anche se l’America, grazie a Dio, adesso sta ritornando un po’ ai valori cristiani. Ma possiamo parlare anche di questo cosiddetto cambio di sesso, che in realtà è un attentato contro il corpo, perché Dio ha creato ognuno con il suo corpo e i suoi significati. La differenza fra uomo e donna è positiva, è la positività della creazione, e ogni ragazzo deve imparare ad identificarsi con la sua esistenza. Quando sei nato come un ragazzo sei un ragazzo, quando sei nato come una ragazza sei una ragazza».
Oggi tanti ragazzi e ragazze invece si identificano con l’altro sesso. Che cosa bisogna dire a queste persone? Come si deve affrontare questo tema?
«Le persone sono vittime di un’industria che fa tanto denaro con i problemi dei ragazzi. È normale per noi, per tutti noi, quando siamo nella pubertà, cercare l’identificazione con la nostra natura. Dobbiamo dire loro di identificarsi con sé stessi, di amare sé stessi, in relazione con Dio e non con queste ideologie che distruggono l’uomo. Abbiamo tanti che hanno cambiato sesso e che hanno sofferto tanti problemi, avanzando nell’età hanno cambiato idea. Alcuni non possono più diventare madri o padri. Ma fa parte della nostra natura umana il desiderio di diventare padre o madre. Anche per noi che viviamo nel celibato: non è contro la nostra natura, il sacerdote deve essere un padre spirituale con l’autorità, con la vicinanza, con la paternità. E le suore sono anche madri in un senso spirituale. Questo è il compimento della nostra natura».
Sembra che lei veda tracce di totalitarismo anche oggi.
«Sì, è evidente, e non solo io, tanti osservatori, filosofi, giornalisti, professori di sociologia, eccetera, vedono questa tendenza a una nuova dittatura anche qui nei nostri Paesi più o meno democratici. La democrazia non rimane automaticamente, ha bisogno anche di uno spirito democratico, uno spirito di accettazione dei diritti basici, elementari, che lo Stato non può cambiare nemmeno con i mezzi moderni. I cittadini devono essere liberi nelle loro opinioni quando non attaccano un’altra persona in maniera criminale. Anche la scienza e i professori devono poter sviluppare le loro teorie, che siano false o no, e non tocca allo Stato intervenire: la scienza e i suoi rappresentanti devono discutere fra loro di questi temi. Non si può lasciare decidere un politico che non sa nulla di queste cose. C’è la tendenza in tanti Paesi d’Europa per cui alcuni politici, alcuni partiti vogliono impadronirsi della totalità della vita sociale, spirituale e intellettuale. Questo Digital Services Act, ad esempio, per me è contro la democrazia. Lo Stato non ha il diritto di controllare i contatti privati degli uomini. La polizia può entrare in una casa solo quando c’è un sospetto di un crimine e non quando uno ha detto qualcosa - intelligente o non intelligente - su un politico. I politici non possono essere una casta speciale con privilegi. Ne vediamo le conseguenze: alcuni gruppi politici e universitari hanno formato questa rete di Epstein. Ma le vediamo anche a Davos. I più ricchi hanno forse il diritto di disegnare il futuro del mondo? Questo lo devono fare i Parlamenti e la discussione libera nella società, la Chiesa, le accademie, le università. Ognuno ha il diritto di partecipare a questa discussione e non solo una cerchia ristretta di super ricchi. Non posso accettarlo».
Quando ha visto gli Epstein Files si aspettava cose così tremende?
«Prima ho parlato di complotti. Ma io non ho mai avuto tanto fiducia in questi gruppi. Io vengo da una famiglia di lavoratori. Mio padre ha lavorato 40 anni in Opel, in una fabbrica di auto. La classe media, penso, è la colonna della società. Queste classi invece si separano dal popolo e vivono nel lusso. Quando uno ha più denaro va bene, ma lo deve investire nel futuro, nella società e non vivere nel superlusso. Quando queste persone hanno tanto denaro pensano di essere al di là, al di sopra della morale. Ridicolizzano la morale cristiana e questi sono gli effetti».
A questo totalitarismo che ha descritto la Chiesa come deve reagire? Serve seguire una via più tradizionale, magari più conservatrice, oppure, come qualcuno ha provato a fare in questi anni, aprirsi di più al mondo, seguire le tendenze della modernità?
«Noi dobbiamo solo seguire il Vangelo e non queste contraddizioni più politiche o ideologiche, questa differenziazione, tra conservatori, liberali, socialisti, sinistra, destra... Questo è un risultato della Rivoluzione francese, quando i gruppi, le classi, si sono confrontati l’uno contro l’altro. Io penso che noi dobbiamo sviluppare la società secondo la nostra ragione umana, secondo le esigenze della realtà. Si possono avere diverse opinioni, ma non una fissazione ideologica e soprattutto dobbiamo orientarci noi, i cristiani, sulla parola di Dio. Abbiamo la parola di Dio, i grandi autori, i padri della Chiesa, la grande teologia nel Medioevo e oggi questi autori, come John Henry Newman o papa Benedetto XVI, che sono grandi intellettuali, ma anche profondamente credenti, pregano, sono in contatto, vivono con Dio. Loro possono darci orientamenti per il futuro. La Chiesa non deve lasciarsi ridurre a un’organizzazione meramente umana, ma d’altra parte non siamo un circolo riservato solo per alcuni “super cristiani”. Siamo un corpus mixtum fra santi e peccatori. Nella rete di Cristo ci sono tanti pesci di tante categorie e dobbiamo accettare gli uomini come sono, e non idealizzarli. Al contempo non dobbiamo pensare che non sappiano nulla o che siano incapaci. Dobbiamo essere realisti: un sano realismo come quello che Gesù Cristo stesso e gli apostoli hanno avuto. San Paolo è una persona realista, e ha questa apertura verso di Dio, la trascendenza, e anche la responsabilità per il mondo immanente. Il Concilio Vaticano II spiega molto chiaramente la vocazione divina dell’uomo di diventare figlio di Dio. Alla fine, dopo la morte, non attendiamo il nulla, ma la visione di Dio, la vita eterna, la felicità eterna. E anche qui, nella propria vita, ognuno ha la sua missione, il suo carisma, il suo talento che deve sviluppare per promuovere la società con la sua professione, che sia l’industria o altro. Anche la pedagogia è necessaria, per questo abbiamo bisogno di buone scuole, buone università, tutte queste istituzioni con persone competenti. E questa è la responsabilità che anche noi abbiamo come cristiani, compresi i pastori, per il futuro anche immanente della società, degli uomini, della Chiesa, ma sempre in questa apertura verso la trascendenza».
Ci sono state polemiche, anche nelle ultime settimane, perché qualche vescovo si è espresso sui temi del referendum. A volte la sensazione è che qualcuno ai vertici della Chiesa faccia un po' troppa politica, lo pensa anche lei?
«Io non conosco esattamente il contesto ma generalmente vorrei dire che i vescovi, come dice il Concilio Vaticano II, hanno la prima responsabilità per la pastorale, per l’evangelizzazione, per i sacramenti. Anche il Papa è un’autorità morale per il mondo, ma i vescovi non si mettono direttamente in politica. Il Concilio Vaticano II, nel Gaudium et Spes, parla di una relativa autonomia delle realtà terrene. Per esempio l’economia: noi possiamo portare la dottrina sociale della Chiesa ma non possiamo agire direttamente, non siamo specialisti di economia. Vale anche per la politica, e tutta la scienza: ho studiato teologia, anche se sono stato professore non posso parlare come un medico nel suo campo. Ho studiato le cose, posso capire qualcosa ma non sono competente, non ho una specializzazione. Per questo la Chiesa è coinvolta con i cristiani che sono presenti nella politica ma i presbiteri devono essere un po’ distaccati, lasciare spazio ai laici, ai credenti fedeli laici. Devono dare la propria opinione quando si tratta dell’aborto, quindi non di politica ma di morale, e la politica la deve rispettare. Ma sul rapporto di un’azienda italiana con un’azienda francese, il vescovo, il parroco non ha nulla da dire».
Le grandi organizzazioni sovranazionali, l’Unione europea e l’Onu, sembrano spingere molto per la normalizzazione dell’aborto.
«Queste organizzazioni hanno l’idea assolutamente erronea che ci siano troppi uomini e vogliono regolare anche le nascite. Ma non hanno alcun diritto di decidere quale vita è degna di sopravvivere e quale no. Questa non è politica, è un’azione assolutamente immorale di decidere sulla vita degli altri. Non capisco dove sia la differenza con i sistemi totalitari che dicevano “questi nemici del comunismo sono superflui e devono andare nel campo di concentramento”. Dove è la differenza? Usano questa falsa affermazione per cui l’embrione non è un uomo: come si può dire questo? Chi è nato dalla madre è un uomo, la madre non fa nascere una cosa. Il figlio è un uomo e non una cosa che diventa poi un uomo. Questo è impossibile filosoficamente, medicalmente, biologicamente, è una idiozia quella che dicono. Tanti sono comunisti o marxisti, seguono questa antropologia secondo cui lo Stato decide sulla dignità dell’uomo, ma noi diciamo che la dignità dell’uomo è coesistente con la sua esistenza e nessuno ha il diritto di decidere sulla vita degli altri uomini. L’embrione o un bambino, un piccolo bambino di uno o due anni dipende totalmente dai suoi genitori ma non vuol dire che loro hanno tutti i diritti su questo bambino. Anzi hanno l’obbligo di essere presenti con amore, di aiutare, educare, nutrire i loro figli perché il rapporto tra genitori e figli è un rapporto di amore fondamentale».
Però questa ideologia sembra funzionare e infatti andiamo verso una denatalità sempre più profonda.
«Per questo abbiamo tanti problemi nei nostri Paesi europei per la denatalità, non c’è un futuro. Dio ha creato l’uomo nel susseguirsi delle generazioni. Questa e l’esistenza umana nella storia, nel tempo, nello spazio. È un suicidio collettivo quello che stiamo facendo, uccidiamo i nostri bambini e rimangono alla fine gli anziani. E cosa facciamo con loro? Anche loro devono fare l’eutanasia? Diciamo agli anziani: tu non sei più utile, devi sparire da questo mondo. Vedere l’uomo solo della prospettiva della utilità è assolutamente inumano. Quando l’uomo perde Dio diventa inumano, non c’è un umanesimo senza Dio. Alla fine arrivano il post-umanesimo il trans-umanesimo e l’anti-umanesimo».
In effetti sentivamo proprio il bisogno di tornare a dibattere pubblicamente di deriva autoritaria, di pericoli per la democrazia e di fascismo di ritorno. A quanto pare, però, l’opposizione manca di argomenti più seri e, dunque, le tocca aggrapparsi ai grandi classici del piagnisteo progressista. I salotti che contano sono già in fibrillazione, lo studio di Lilli Gruber da qualche giorno è percorso da brividi freddi e timori feroci: la dittatura incombe. Ad alimentare l’ansia ci ha pensato l’altra sera Massimo Giannini, il quale ha sobriamente commentato il progetto di legge elettorale appena presentato dal centrodestra.
L’editorialista di Repubblica ha citato Giuseppe Conte spiegando che la nuova norma sarebbe peggiore della legge truffa e della legge Acerbo del 1923 che concesse la maggioranza alla lista di Benito Mussolini. «Stiamo virando dalle democrazie rappresentative alle autocrazie elettive», ha affermato in diretta un preoccupatissimo Giannini. A suo dire, esiste un piano di Giorgia Meloni che coincide con quello di Donald Trump in cui la riforma della giustizia, il premierato e, appunto, la legge elettorale si incastrano quali tasselli di un mosaico eversivo. Il centrodestra sarebbe, dunque, alla «ricerca di pieni poteri» e usa la legge elettorale come «scorciatoia per raggiungerli il prima possibile». Tale norma, infatti, «consente alla maggioranza di prendere tutto, dove tutto significa non solo il Parlamento, ma anche le nomine e le elezioni di tutti gli organi di garanzia, la Corte costituzionale, il Csm e la presidenza della Repubblica».
Ed eccolo qui il vero problema. La sinistra accusa Meloni di voler mettere le mani sul Colle e questo è semplicemente inaccettabile per un sola, cristallina ragione: il Quirinale è prerogativa progressista, non sia mai che vi salga qualcuno su cui il Partito democratico non abbia fatto calare la sua entusiastica benedizione. Per questo motivo i dem dichiarano ai quattro venti che il testo di legge è «inaccettabile» e «irricevibile». Elly Schlein ripete che «può essere molto distorsivo della rappresentanza e con premi alti e senza limiti. Quindi, da questo punto di vista», ribadisce il segretario del Pd, «rischiano di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il presidente della Repubblica».
Ovviamente, queste grida scomposte e allarmate sono strumentali e piuttosto pretestuose. Posto che, come notava qualcuno, questa legge potrebbe persino giovare alla Schlein, garantendole, in mancanza di altri leader credibili, di inchiodarsi alla guida del suo partito, non è affatto detto che una nuova norma avvantaggi la destra. Anzi, la storia recente insegna che le leggi elettorali pensate da una maggioranza per assicurarsi maggiore stabilità non hanno mai funzionato granché, rivelandosi più spesso un boomerang.
In ogni caso, è bene rinfrescarsi un poco la memoria a proposito di alchimie elettorali, premi di maggioranza e pieni poteri, anche solo per svelare l’ipocrisia democratica sul tema. Quelli che ora berciano di deriva autoritaria e si struggono per il premio di maggioranza abbondante, in passato hanno profittato eccome dei premi offerti dalle leggi elettorali vigenti. Nel 2006, per dire, si andò a votare con il famigerato Porcellum di cui va riconosciuta la paternità a Roberto Calderoli. Quella norma prevedeva un premio di maggioranza su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato. Il partito più votato risultò essere Forza Italia, ma vinse l’Unione di Romano Prodi con un margine risicatissimo, grazie ai famigerati voti esteri. Alla Camera, il centrosinistra prese il 49,81% dei voti contro il 49,74% del centrodestra. Grazie al premio, la sinistra prese 67 seggi in più e tanti saluti. Romano Prodi divenne presidente del Consiglio e, a stretto giro, la sinistra elesse Giorgio Napolitano al Quirinale. Nessuno si fece scrupoli, non ci furono pianti sulla deriva autoritaria e la legge elettorale pensata a destra alla fine fu un bel regalo per la sinistra. Altro giro e altro regalo nel 2013, di nuovo con il Porcellum. Il partito più votato alla Camera risultò essere il Movimento 5 stelle, che si era sempre opposto al Porcellum giudicandolo addirittura immorale. Il centrosinistra prese il 29,54% dei voti, il centrodestra il 29,18%, i grillini arrivarono al 25,5%. Grazie al premio previsto dalla legge, la sinistra ottenne 220 seggi in più e, dunque, la maggioranza alla Camera e, dato che Pier Luigi Bersani non fu in grado di trovare un accordo con i pentastellati, nacque il governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. Il Pd, insomma, si prese senza restarci troppo male la presidenza del Consiglio e di lì a un paio di anni circa si avviò serenamente a scegliere Sergio Mattarella quale presidente della Repubblica.
In buona sostanza, quando c’è stato da prendere il potere, il Partito democratico non si è mai fatto troppi scrupoli, e non si è dato gran pena per il rispetto delle decisioni degli elettori, la concentrazione dei poteri. Come al solito, la deriva autoritaria non è deriva e non è autoritaria se favorisce il Pd.





