Ultimamente il professor Alessandro Barbero non ha grande fortuna con gli interventi politici. Sembra infatti che non appena apra bocca su un argomento che non sia la storia subito cali su di lui la mannaia della censura. L’ultimo caso riguarda un video, diventato virale, in cui lo storico esprime il suo sostegno alla causa del No al referendum. Il filmato ha avuto enorme circolazione, ma sul profilo Facebook a lui riconducibile è apparso questo messaggio allarmato: «Il video dove Barbero esprimeva le sue opinioni sul referendum sulla giustizia è stato censurato con la scusa del fact checking. Buon divertimento nei prossimi anni, cercate un riparo sicuro».
Il Fatto Quotidiano ha dato grande risalto alla vicenda. «Il video del professore Alessandro Barbero sul perché voterà No al referendum è stato oscurato da Meta su Facebook», ha scritto Virginia Della Sala. «La sua visibilità è stata ridotta sulle pagine che lo hanno pubblicato e ricondiviso dopo un fact checking che lo ha etichettato come falso. Il motivo per cui è stato sottoposto ad analisi? Era virale». Subito si è scatenata la politica. Dolores Bevilacqua dei 5 stelle ha diffuso un comunicato indignato in cui spiega che «viviamo in una distopia tale per cui una società privata americana può decidere impunemente quali opinioni possono circolare e quali no. È censura pura: non è Mark Zuckerberg a decidere chi può parlare e quanto può essere ascoltato nel dibattito pubblico italiano». Avs parla di un «atto gravissimo: una big tech statunitense decide di silenziare un’opinione politica legittima di uno dei più autorevoli intellettuali italiani su un tema centrale per la nostra democrazia». Il partito di Bonelli e Fratoianni ha deciso di diffondere il video incriminato sulle sue pagine. Chiara Braga e la responsabile Giustizia del Partito democratico, Debora Serracchiani, hanno firmato un’interrogazione a risposta scritta rivolta alla presidente del consiglio dei ministri e al ministro delle Imprese e del made in Italy, per «chiarire una vicenda che solleva gravi interrogativi sul rispetto del pluralismo informativo e della libertà di espressione».
È sicuramente apprezzabile questo enorme movimento a favore della libertà di parola e contro la censura che impunemente e da anni viene esercitata dai social network. Colpisce tuttavia che il cosiddetto campo largo se ne accorga e si indigni soltanto ora, soprattutto dopo che quella censura è stata approvata e sostenuta dalla sinistra tutta. Ancora ricordiamo quando il ministro Roberto Speranza si vantava di avere contattato le piattaforme per eliminare le notizie false sul Covid e proteggere così la versione ufficiale del governo.
Soprattutto, però, ci sono alcune evidenze di cui tenere nota. La prima è che Barbero in quel video ha in effetti detto cose non vere. La principale è che con la riforma il governo sceglierà i giudici di nomina politica: in realtà sarà il Parlamento a decidere. Ma poco importa: ciascuno dovrebbe essere libero di dire le idiozie che ritiene, saranno poi altri eventualmente a fornire smentite. Cosa che in effetti è accaduta: il video di Barbero è stato demolito da fior di commentatori e esperti, compreso Niccolò Zanon. Dunque non c’era affatto bisogno che Meta o altri intervenissero per limitare la circolazione del filmato: ogni limitazione di questo genere, per blanda che sia, è ingiusta e odiosa. Ma perché i partiti non si chiedono da dove derivi invece di gridare alla distopia e chiedere informazioni al governo che non c’entra nulla? Il video di Barbero è stato limitato su segnalazione dei fenomenali fact checkers del quotidiano Open. E allora, di nuovo, ci si chiede: ma dove erano gli illustri indignati progressisti quando questi autoeletti difensori della verità e della giustizia agivano censurando questo o quello a loro gusto trasformandosi nel maglio del pensiero unico? Curioso che solo ora, perché c’è di mezzo il referendum, si arrivi a stracciarsi le vesti perché dei privati senza alcuna autorità hanno il potere - in accordo con le multinazionali - di esercitare la censura. Finché i fact checker se la prendono con presunti fascisti, razzisti e omofobi, va tutto bene. Ma se sfiorano Barbero in quanto testimone per il No, allora apriti cielo.
Qualcosa da dire c’è anche sul caro Barbero. Abbiamo preso senza esitazione le sue parti ogni volta che è stato colpito dalla mordacchia perché si esprimeva sul green pass o la guerra in Ucraina o altri temi. E sinceramente, lo ribadiamo, troviamo grottesco che il suo video venga anche solo parzialmente oscurato. Ricordiamo tuttavia che di recente, in occasione della fiera editoriale Più libri più liberi, lo storico è stato tra quelli che hanno chiesto la cacciata dell’editore Paesaggio al bosco dalla kermesse. Un indegno spettacolo, in cui Barbero ha rimediato una pessima figura e ha rinnegato sé stesso, dato che anni prima, in una vicenda analoga (l’espulsione di Altaforte dal Salone del libro di Torino) si era espresso contro l’oscuramento.
Ora il professore si lamenta perché un suo video è stato colpito da fact checker progressisti, ma è stato il primo a schierarsi con i custodi progressisti della morale contro Passaggio al bosco. Il che rende le sue lacrime decisamente coccodrillesche. Quanto ai sinistrorsi che si indignano per lui, hanno una lunga storia di censura e intolleranza intellettuale alle spalle. Sappiamo molto bene, del resto, come funzionano le cose nel mondo politico e culturale italiano: la mordacchia indigna solo quando colpisce gli amici. È storia vecchia, ma lo storico Barbero evidentemente la ignora.
È piacevole e rassicurante avere delle certezze. E se oggi abbiamo una certezza granitica è che - a prescindere da quanto accade nel mondo, dagli orientamenti politici delle nazioni e dalle sensibilità dei cittadini - l’Unione europea continuerà ad agire come un organismo promotore della distopia a ogni livello.
Lo conferma la nuova strategia antirazzismo Europa appena adottata dalla Commissione Ue che si propone di creare «un’Europa libera dal razzismo, in cui le persone possano prosperare, partecipare pienamente alla società e contribuire alla sua stabilità e prosperità». Come spiega il comunicato ufficiale, l’Ue farà di tutto per opporsi a quello che definisce «razzismo strutturale» (cosa di cui è già piuttosto difficile provare l’esistenza). A tale fine il quadro legislativo «per contrastare l’incitamento all’odio e i reati generati dall’odio sarà rafforzato, in particolare conferendo potere alle persone, garantendo i diritti delle vittime attraverso la legislazione vigente dell’Ue, come la direttiva sui diritti delle vittime, e prendendo in considerazione l’armonizzazione delle definizioni di reati generati dall’odio online, nel pieno rispetto della libertà di espressione. La strategia sosterrà inoltre gli organismi per la parità negli Stati membri affinché svolgano il loro lavoro essenziale, garantendo il rispetto delle norme». Al solito, dietro i toni pomposi si cela la brama autoritaria. Da anni, la presunta lotta contro l’odio e l’attenzione ai reati ad esso connessi (i cosiddetti hate crimes) è la principale scusa utilizzata per controllare, sorvegliare e censurare. Attività che la Commissione Ue sembra voler implementare. «Proteggere le persone dai crimini d’odio e dall’incitamento all’odio è al centro dell’agenda antirazzismo dell’Ue», si legge nel documento illustrativo della strategia antirazzista. «La Commissione incoraggia gli Stati membri a migliorare la raccolta di dati sui crimini d’odio e ad ampliare la formazione per le autorità giudiziarie e di polizia sui reati d’odio, compresi i pregiudizi razziali. Per rafforzare il quadro di diritto penale dell’Ue contro i reati d’odio, la Commissione ha proposto una decisione del Consiglio che aggiunge i discorsi d’odio e i crimini d’odio all’elenco dei “reati dell’Ue”. Questa decisione consentirebbe alla Commissione, in una seconda fase, di rafforzare il quadro giuridico per contrastare l’incitamento all’odio e i crimini d’odio. [...]. La Commissione sta inoltre contribuendo a migliorare le risposte agli episodi di crimini d’odio e incitamento all’odio, sostenendo le autorità degli Stati membri responsabili della salvaguardia degli spazi pubblici, compresi i luoghi di culto, in linea con la strategia di sicurezza interna dell’Ue per la protezione dell’Ue».
Chiaro no? Bisogna perseguire con più forza non solo i crimini di odio, ma pure l’incitamento all’odio. Tradotto: più sorveglianza, più controllo delle opinioni, più restrizioni alla libertà di pensiero. Particolare attenzione, non a caso, sarà data ai crimini di odio commessi online. «Il Digital Services Act (Dsa) impone ai servizi digitali di contrastare i contenuti illegali e salvaguardare i diritti fondamentali», leggiamo. «La Commissione continuerà a monitorare e far rispettare il Dsa e, insieme al Digital Services Board e alle parti interessate, monitorerà e sosterrà regolarmente l’attuazione del Codice di condotta volontario per contrastare l’illecito incitamento all’odio online». Niente male: bisogna essere spietati verso chi scrive cattiverie online. Alla repressione si aggiunge ovviamente la rieducazione: studenti, lavoratori e giornalisti saranno destinatari di numerose iniziative «formative» per contrastare il razzismo. Si legge nella strategia antirazzista che «nell’ambito del Piano d’azione per l’istruzione digitale, le Linee guida aggiornate per insegnanti ed educatori sulla lotta alla disinformazione e la promozione dell’alfabetizzazione digitale forniranno indicazioni pratiche su come promuovere al meglio la tolleranza e l’inclusione nel mondo online. La Commissione continuerà inoltre a promuovere la resilienza della società attraverso azioni di sostegno all’alfabetizzazione mediatica e collaborando con i firmatari del Codice di condotta sulla disinformazione per migliorarne l’attuazione e ridurre la diffusione della disinformazione virale, anche in relazione al razzismo e all’odio online». E dato che anche il «ruolo dei media è fondamentale nel plasmare la rappresentazione delle persone che potrebbero essere colpite dal razzismo», la Commissione Ue «organizzerà un ciclo di seminari dedicati alla lotta al razzismo nei media, compresi i social media, riunendo giornalisti, organizzazioni della società civile e rappresentanti delle comunità colpite dal razzismo. La Commissione lancerà inoltre una campagna di comunicazione a livello dell’Ue sull’Unione per l’uguaglianza per coinvolgere il pubblico, promuovere l’inclusione e combattere la discriminazione».
Ma non sono soltanto studenti, insegnanti e cronisti a doversi mobilitare: «Gli sforzi antirazzisti saranno ancora più radicati nella vita di tutti i giorni, in tutta la società. Sarà lanciata una campagna a livello dell’Ue sull’uguaglianza per sensibilizzare e coinvolgere i cittadini di tutta l’Ue al fine di promuovere l’inclusione. Le iniziative in corso contribuiranno a garantire la parità di accesso in settori chiave quali l’istruzione, l’occupazione, l’alloggio e l’assistenza sanitaria. Ad esempio, la Commissione sosterrà gli Stati membri nell’eliminare i pregiudizi nelle pratiche sanitarie e nel migliorare l’accesso alle opportunità di lavoro. Condurrà inoltre uno studio per valutare i rischi e le soluzioni in termini di alloggi per i gruppi più vulnerabili. La strategia contribuirà inoltre a migliorare la raccolta, l’analisi e l’uso dei dati sull’uguaglianza, in linea con i quadri legislativi nazionali, al fine di comprendere e affrontare meglio la discriminazione».
Sarà combattuta, pensate un po’, persino la discriminazione causata dall’intelligenza artificiale: «L’applicazione della direttiva sull’uguaglianza razziale sarà valutata nella quarta relazione che sarà pubblicata nel 2026. La relazione si concentrerà in particolare sull’applicazione e sull’applicazione degli strumenti di Ia laddove possano causare discriminazioni basate su algoritmi».
Per tutti questi nobili scopi verrà ovviamente spesa una montagna di soldi. Leggiamo, tra le altre cose, che «la Commissione si impegna a sostenere le organizzazioni della società civile, l’attivismo di base e la sensibilizzazione contro il razzismo, soprattutto perché i loro finanziamenti sono sempre più ridotti. Ciò avviene principalmente attraverso il programma Cerv. [...] Nell’ambito del nuovo programma AgoraEe, la Commissione ha proposto un bilancio di 3,6 miliardi di euro per la componente Democrazia, Cittadinanza, Uguaglianza, Diritti e Valori (Cerv+), più che raddoppiando il bilancio del programma Cerv». Davvero meraviglioso.
Intendiamoci: non c’è nulla di male nell’intenzione di contrastare discriminazioni e violenze. Il punto è che l’Ue dimostra di avere una strana idea delle discriminazioni. Meglio: sembra ritenete che esistano forme di razzismo che vanno eliminate e altre di cui ci si può allegramente disinteressare. «La strategia antirazzismo dell’Ue 2026-2030», leggiamo nel documento, «mira a combattere tutte le forme di razzismo, compresi il razzismo antinero, l’antiziganismo, l’antisemitismo, il razzismo antiasiatico e l’odio antimusulmano. A tal fine, la Commissione sosterrà gli Stati membri nell’attuazione delle loro politiche, misure e piani nazionali e adotterà misure laddove le leggi antidiscriminazione non siano rispettate». Notate qualcosa? Praticamente vengono elencate tutte le forme di odio tranne quella nei riguardi dei cristiani europei. Anzi, viene da dire che il documento della Commissione Ue dipinga indirettamente gli europei autoctoni come razzisti e odiatori. Se le vittime di odio sono musulmane, africane e asiatiche, beh, significa che qualcuno le odia e quel qualcuno non può che essere bianco europeo. Si potrebbe anche rilevare che la lotta all’antisemitismo e la lotta all’islamofobia si escludano l’una con l’altra, ma non vale la pena di perdere tempo con la logica. È evidente che siamo di fronte a un delirio ideologico senza speranza. E potremmo persino riderne se non fosse che questo orrore ci costerà un mucchio di soldi e limiterà ulteriormente la libera espressione.
Da giorni illustri commentatori e politici progressisti vanno ripetendo che per combattere la violenza diffusa bisogna non tanto varare nuove misure repressive o spargere più agenti del territorio, ma occuparsi del disagio giovanile e ascoltare i ragazzi. È una teoria interessante, motivo per cui speriamo con tutto il cuore che tutte queste personalità autorevoli tengano fede ai loro propositi e ascoltino la voce di un ragazzo. Parliamo di Kiro Attia Ayman, giovanissimo cugino di Youssef Abanoub, studente ucciso a coltellate in una scuola di La Spezia la scorsa settimana da un compagno, Zouhair Atif, 19 anni, marocchino. Va ascoltato con attenzione Kiro, perché parla con gentilezza e intelligenza, senza cadere in mezzo luogo comune. E dice cose diverse dalle banalità che circolano sui media e che vengono quotidianamente ribadite dall’intellettuale unico progressista.
Anche Kiro ha origini straniere. Sul suo profilo Facebook compare una bandiera egiziana al fianco di quella italiana. Dunque conosce bene i dilemmi identitari e i problemi delle cosiddette seconde e terze generazioni. Giovedì, parlando a Ore 14 Sera di Milo Infante, su Raidue, è stato chiarissimo a riguardo. Già il suo esordio è stato sorprendente. La telecamera lo inquadrava e dietro di lui si vedevano una croce e un’immagine della Madonna, segno evidente della religione cristiana copta, che a quanto pare ha avuto un ruolo rilevante nella formazione del ragazzo. «Nonostante questo momento difficile per noi e per tutti quanti», ha iniziato Kiro, «mi sono sentito in dovere di ringraziare tutte le forze dell’ordine, tutti gli uomini e le donne che indossano una divisa, che in questa settimana sono stati di un grandissimo supporto. I loro occhi parlavano chiaro, dicevano “Kiro ce la fai, vai avanti, siamo tutti con te”». Caspita: un giovane che ringrazia le forze dell’ordine per il loro lavoro, gesto decisamente inedito da cui pure qualche politico dovrebbe prendere esempio. Ma attenti che il meglio deve ancora venire. Milo Infante ha posto a Kiro una domanda diretta e cristallina: «Chi oggi porta un coltello in tasca, chi è un pericolo per la sicurezza?». Kiro ha risposto con saggezza: «In base alla mia esperienza purtroppo», ha detto, «ci sono tantissimi giovani che girano sempre con dei coltelli in tasca con la scusa di doversi difendere. Ma se si mettessero tutti d’accordo e dicessero “il coltello non ce lo portiamo così non ci dobbiamo difendere da nessuno”, probabilmente questo fenomeno diminuirebbe». Subito dopo, Kiro ha fatto affermazioni spiazzanti, almeno per l’intellettuale italico medio.
«Il problema», ha spiegato, «non è solo quello del coltello, ci sono altri problemi. I problemi possono riguardare la cultura dei ragazzi e soprattutto il modo in cui sono stati educati in casa. Purtroppo c’è questa cultura del coltello che in alcuni Paesi è normale. Per loro è normale utilizzarli, un po’ come per noi magari è normale uscire con il telefono. Per loro uscire con un coltello o qualsiasi arma che possa offendere qualsiasi altra persona è un gesto di normalità». A quel punto, Infante lo ha incalzato: «Ma quando dici “loro” a chi ti riferisci, ai cosiddetti maranza?». Risposta di Kiro: «Hai detto benissimo Milo, proprio i maranza, le baby gang, proprio loro, che da quando sono aumentati è aumentato anche questo fenomeno qui dei coltelli».
Ma pensa, il giovane di origini egiziane spiega che ci sono altri ragazzi stranieri che hanno una cultura del coltello. Stranieri di precisa provenienza, e con abitudini note. «Sicuramente ci sono tantissimi fattori che hanno influenzato questo tipo di violenza, dalla morte di mio cugino oppure a tanti altri episodi che sentiamo ogni giorno», ha proseguito Kiro. «Se io non filtro l’immigrazione e mi porto persone che sono criminali già nel loro Paese di origine, diventano criminali anche qui. Le leggi che ci sono andavano bene fino a qualche anno fa, perché fino a qualche anno fa in una rissa si finiva con due pugni, tre punti in testa e finiva lì. Nel 2026 si portano i coltelli ed è un problema. Nel 2030 probabilmente la gente andrà in giro con le armi, se già non lo fanno». Davvero incredibile. Kiro non parla di disagio, non ripete frasi strappacuore su integrazione e ascolto. Lui l’integrazione la vive, e non gli piacciono né l’immigrazione di massa né i maranza che girano armati. E più parla, più chiede rigore e sicurezza. «Se io esco con un grammo di droga e la polizia mi ferma, mi fa un foglio di possesso e finita lì la storia», insiste Kiro. «Ma penso che servano misure molto restrittive: mi fermano con un grammo di droga? Allora mi sospendono la patente, mi ritirano il passaporto, devono limitare la mia libertà». Sono parole di un «nuovo italiano» che non invita alla guerra ma al disarmo, epperò chiede rigore e rispetto delle regole. Non piange sull’integrazione mancata, è integrato con serietà e garbo. Volete più ascolto? Cominciate ascoltando lui.





