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La misura più educativa è rimpatriare lo straniero che non rispetta le leggi
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La scuola è già molto inclusiva, ora sia pure autorevole. E insegni che fare il male costa.

Dicono tutti la stessa cosa, ripetono a pappagallo le stesse banalità. Silvia Salis, sindaco di Genova, sostiene che per farla finita con la violenza dei maranza accoltellatori si debba ascoltare il disagio dei ragazzi e «potenziare l’educazione sessuo-affettiva». Patrizia Imperato, procuratore minorile a Napoli, afferma che si devono versare «più fondi al sociale». Walter Veltroni sul Corriere della Sera chiama in causa «il male di vivere adolescenziale» e spiega che il disagio sociale «non si risolve soltanto inasprendo le pene». Dario Ianes, psicologo dell’educazione, ribadisce che «punire non serve» e che per una scuola sicura è necessaria l’inclusione. Maurizio Ambrosini, su Avvenire, ha la soluzione a ogni problema: «Integrare». E dettaglia: «Il problema non si risolverà con la mera repressione del crimine, e nemmeno con un’impossibile (e deleteria) remigrazione. Servono interventi su almeno tre piani: politiche dell’edilizia sociale e per il risanamento delle periferie; misure per il sostegno del successo educativo e la prevenzione del disagio minorile; interventi a favore dell’aggregazione, dello sport e del tempo libero. Più giovani saranno socialmente integrati e messi in condizione di aspirare a un futuro migliore, più sicure diventeranno le nostre città».

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Colpevolizzati armi e coltelli solo quando c’è da difendersi
La villetta di Lonate Pozzolo, nel varesotto, dove il 14 gennaio, Adamo Massa, 37 anni, pregiudicato, è stato ucciso nel corso di una rapina dal poprietario di casa, Jonathan Rivolta (Ansa)
«Inutile la stretta sulle lame», dice chi ha mostrificato Jonathan Rivolta che ha ucciso il ladro rom.

È in effetti un luogo comune la tesi secondo cui a scatenare la violenza non sono le armi ma chi le maneggia. Ma a ben vedere la banalità oggi assume una tonalità meno scontata nei commenti di politici e giornalisti alle varie tragedie che ci affliggono. Se ad alzare il coltello per difendersi è Jonathan Rivolta di Lonate Pozzolo, provincia di Varese, i media insinuano subito il sospetto che sia un violento e un mezzo razzista. Si sprecano ritratti in cui si rivela che teneva un sacco da boxe sul balcone e praticava arti marziali sferrando pugni e calci fin dal primo mattino. Come a dire: era uno abituato allo scontro, non una pecorella. Dipingerlo così serve a toglierli il cappotto della vittima, e a vittimizzate un po’ il suo aggressore, Adamo Massa, delinquente abituale uscito da un campo nomadi che «di lavoro» rapinava onesti cittadini e truffava anziani fragili. Lavorava, Adamo Massa - così dice il cugino a Ore 14 di Milo Infante - quando è entrato nella villetta di Lonate per rubare e ha aggredito Rivolta. E allora il fatto che sia morto male a colpi di coltello andrebbe ritenuto uno sfortunato incidente sul lavoro: se fai il ladro, può capitare. Invece da queste parti si fa sempre esibizione di buoni sentimenti, ci si strugge per il malvivente e non per chi si è difeso, pur uccidendo.

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Monsignor Antonio Suetta risponde alle polemiche sulla campana che ogni sera suona a Sanremo per ricordare i bambini non nati. Accusato di patriarcato e violenza simbolica, ribadisce: non è una provocazione, ma un richiamo alla coscienza e al valore inviolabile della vita.