Durante una rissa fra latinos alla stazione di Milano Certosa, un ragazzo equadoregno di 22 anni è morto dopo essere stato ferito con lame e bottiglie rotte. Il direttore Maurizio Belpietro mette sotto accusa la cieca gestione dell'immigrazione che per anni la sinistra ha adottato in Italia. L'episodio è il sintomo di un flusso fuori controllo che alimenta criminalità, degrado e tensioni nelle periferie. Tutto frutto dell'ipocrisia della sinistra, che tollera il caos solo per un calcolo elettorale.
Quante volte sentiamo ripetere che bisogna ascoltare i giovani? Dopo ogni episodio di violenza, il ritornello è il medesimo: non li stiamo abbastanza a sentire. C’è persino chi rinuncia a sporgere denuncia dopo avere subito un pestaggio, come i professori di Parma che ritengono «più educativo» evitare le vie legali agli studenti che li hanno presi a cinghiate sghignazzando.
E allora apriamo bene le orecchie e ascoltiamo che cosa ci dicono alcuni di questi ragazzi. Anzi, basta sentirne uno solo, che però può facilmente fungere da rappresentante di una generazione. Parliamo di Adam Sayf Viacava, classe 1999, in arte Sayf. Musicista, trombettista, rapper, è arrivato secondo al festival di Sanremo dopo Sal Da Vinci, e si è distinto per un tormentone nemmeno troppo banale, anzi ricco di sprazzi di intelligenza. Sayf parla bene, è garbato e sa essere profondo. Ha successo, e sa esprimersi con diversi linguaggi. Soprattutto, però, Sayf è rappresentativo non solo dei giovani italiani ma soprattutto dei cosiddetti «nuovi italiani», le seconde e terze generazioni, magari nate in Italia da genitori stranieri o giunte qui durante l’infanzia. Sayf in realtà è un caso un po’ particolare: è figlio di un padre italiano e una madre tunisina.
Proprio a Sanremo ha voluto abbracciarla davanti alle telecamere, con un po’ di emozione e un pizzico di italica ruffianeria. Poco importa. Quel che conta è che egli sa che cosa significhi vivere sospeso tra due culture, essere un «italiano ma anche». È lui stesso a dirlo, e questo basta a smentire tutti i fenomeni che, nei talk show televisivi, se la prendono con la destra accusandola di volere «la purezza del sangue». È inutile cercare scuse: la cultura sarà pure liquida, ma è un liquido denso, che non si assorbe e non si elimina facilmente. Ed è ovvio che chi arriva da fuori o cresce in una famiglia con usi e costumi - per dire - magrebini sia diverso da chi è italiano di antico conio. È un fatto, non un'opinione.
Sayf dimostra di esserne conscio. Lo fa parlando a Gianluca Gazzoli nel podcast Bsmt. Il conduttore gli domanda: «Le tue origini, come sono state vissute? Non mi ricordo se l’hai detto in un’intervista. Oggi essere di seconda generazione può essere una cosa figa, una cosa diversa. Magari invece in passato era un po’ più penalizzante, quando eri piccolino». Sayf per tutta risposta sorride. «Prima magari era più figo essere metà inglese. Era diverso», dice. «C’è da dire che io non ho la faccia dello stereotipo del tunisino, quindi non l’ho mai patita tanto. Grazie a Dio non ho mai subito il pregiudizio diretto, quello basato esclusivamente sul canone estetico. L’ho subito magari nel tempo perché avevo i rasta, dalle forze dell’ordine, perché magari sei preso di mira, “ha i dread e si fuma le canne”. Però non l’ho mai subito direttamente. Quindi nel senso mi sono salvato». E fin qui è il solito discorso sulle difficoltà a essere accettato. Ma poco dopo Sayf sorprende. «Da piccolo mi vergognavo di sta cosa qua tanto. Infatti anche litigavo con mia madre, ma da bambino le dicevo: ma siamo in Italia, dobbiamo parlare italiano. Non ho mai voluto imparare a leggere l’arabo, a scrivere l’arabo, perché mi vergognavo, perché non era una cosa vista bene. Perché poi nei telegiornali i terroristi erano tutti arabi... Perché non so, sei diverso, ti stai accollando di essere diverso e in quel momento avevo un po’ l’idea di poter scegliere in realtà, perché mio padre è italiano, mia madre è tunisina e quindi è come dire: da che parte stai? Giù in Tunisia che magari ti chiedono: ma tu ti sentivi italiano o più tunisino?». A modo suo, Sayf chiarisce la tensione che inevitabilmente e drammaticamente queste generazioni vivono. Sei italiano o tunisino? Non è una domanda razzista, è un dubbio che si pone chi è sospeso fra due mondi. Del resto in Tunisia lui ci ha passato molto tempo: «Sempre, da quando sono nato a sei mesi ero in Tunisia, ho tutti i parenti da parte di mia madre, sono cresciuto anche un po’ giù, non so come dire». Ed ecco la parte più suggestiva del discorso. Sayf spiega che cosa faccia scattare la molla identitaria. Essere tunisino, per lui che non voleva parlare arabo, a un certo punto «è diventato un motivo di orgoglio... Anche per tutto quel peso che uno si porta dietro, di sentirsi un emarginato, di sentirsi uno di quelli sotto la soglia di povertà. [...] Allora, per riscatto, ancora di più prende valore dire “no ma invece io sono anche tunisino”». Ecco il punto. Da bambino che vuole essere italiano passa a ragazzo che si sente orgogliosamente tunisino. Perché? Per riscatto. Perché non gli piace come si trova. Per aver qualche cosa di diverso e più figo. È una scappatoia identitaria: l’Italia mi delude? Posso diventare altro, perché in fondo lo sono. Ed è così che l’assimilazione diventa impossibile. In alcuni casi, l’adesione all’altro diventa odio per l’Italia e l’Europa, diventa violenza e sopraffazione. È la realtà dell’immigrazione sul lungo periodo: ascoltate bene Sayf.
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul motivo per cui vengono creati allarmi sanitari farlocchi, grazie ad Avvenire può trovare una spiegazione più che cristallina.
Il quotidiano dei vescovi ha intervistato Aurélia Nguyen, vice ad di Cepi - Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, sulle due ultime minacce virali che hanno riempito e ancora riempiono le cronache: Hantavirus e Ebola. Il primo ha tenuto banco per una decina di giorni, ma si è capito fin da subito che non costituiva un pericolo reale. Nonostante ciò gli stessi giornalisti, commentatori e virostar che impazzavano ai tempi del Covid lo hanno pompato all’inverosimile allo scopo di sostenere che, a causa dell’abbandono dell’Oms da parte degli Usa, la situazione sanitaria sarebbe peggiorata drasticamente mettendo a rischio anche noi. Rispetto ad Hantavirus, ovviamente, Ebola rappresenta una minaccia reale, ma solo nei Paesi africani dove ormai è endemico e dove da anni causa morte e sofferenze. Anche se ci hanno provato, è difficile sostenere che l’attuale e mortifera diffusione in Congo dipenda da Donald Trump o dai sovranisti nemici della scienza. Ed è anche piuttosto complicato sostenere che il virus della foresta rappresenti un fattore di rischio in grado di scuotere l’Occidente. Eppure ancora adesso si leggono fior di titoli allarmistici. Si è parlato con ansia di due persone a Milano con febbre, che non sono risultate positive a Ebola ma che hanno fatto palpitare i media per giorni. Ora si discute di una donna sbarcata a Roma dopo essere venuta in contatto con persone infette. Giusto per chiarire: si tratta di una dottoressa di Medici senza frontiere che è stata portata allo Spallanzani scientemente, per essere curata, non di una paziente X che - magari contagiata - si è serenamente imbarcata su un aereo per arrivare qui. Anche perché risulta un po’ difficile prendere Ebola e avere il tempo e le forze per trasferirsi da un continente all’altro. È dunque sacrosanto parlare di ciò che avviene in Congo, e delle difficoltà che la Repubblica democratica sta attraversando. Ma sostenere che vi siano rischi per la popolazione europea è quantomeno molto discutibile. Nonostante ciò, la tendenza è esattamente questa: sfruttare il virus per creare allarme diretto o indiretto.
E qui giungiamo ad Avvenire. Che intervista Aurélia Nguyen e titola: «Ebola e Hantavirus? Sono due avvertimenti. I rischi di nuove epidemie stanno crescendo». La signora spiega con sussiego: «Viviamo oggi più minacce tra urbanizzazione, crisi climatica e guerre. Dobbiamo essere pronti».
I toni del giornale non sono certo distesi. Sentite qui: «Prima l’Hantavirus su una nave da crociera, poi Ebola in Repubblica democratica del Congo. Il primo è rimasto un focolaio, la seconda è invece stata classificata dall’Oms come Emergenza sanitaria internazionale e ha numeri che salgono ogni giorno: più di 200 sospetti decessi e più di 900 sospetti casi in Rdc. Per il direttore dell’Oms Ghebreyesus è un’epidemia “estremamente grave e difficile da gestire”. I due casi sollevano una domanda: come ci stiamo preparando, a livello globale, per nuove epidemie e pandemie? La questione è attuale perché il rischio di nuovi focolai è destinato ad aumentare nei prossimi anni». Capito? Presto o tardi potrebbe toccare a noi.
Poiché è impossibile sostenere senza farsi deridere che Ebola e ancora di più Hantavirus siano un pericolo concreto anche per noi italiani, si cerca una strada diversa. Cioè si usano le malattie esotiche come spauracchi per suggerire che tutt’attorno a noi si muovano virus letali fuori controllo di fronte ai quali siamo privi di difese perché non ascoltiamo abbastanza l’Oms o non seguiamo a sufficienza i profeti della Scienza in camice bianco.
Ad Avvenire, la signora Nguyen prima elenca tutti i rischi che possono essere causati dalla globalizzazione. Poi, con involontaria ironia, spiega che «viviamo in un tempo in cui un’epidemia potrebbe verificarsi accidentalmente, per esempio per un errore umano in un laboratorio ad alto contenimento. E purtroppo c’è anche un rischio di uso deliberato di virus. Con le tecnologie di oggi e con l’intelligenza artificiale, potrebbero esserci virus modificati per essere più trasmissibili o più letali. In Cepi stiamo lavorando moltissimo proprio per portarci più avanti possibile rispetto a tutti i possibili rischi». Ma pensa: esistono virus che possono fuggire dai laboratori... Il nome Covid dice qualcosa? Non risulta però che la stampa italiana abbia voluto approfondire granché il tema...
Quello che conta, per i nostri media, è alimentare la tensione. Ma il meccanismo si svela appunto facilmente se solo ci si prende la briga di capire che cosa sia davvero Cepi. Trattasi, nei fatti, di una lobby dei vaccini fondata su impulso principale del World Economic Forum, finanziata da varie nazioni, dalla Commissione Ue e dal solito Bill Gates. Guarda caso, Cepi è stato il primo finanziatore di Moderna (con 900.000 dollari nel gennaio 2020) per lo sviluppo del farmaco Covid, e continua a collaborare attivamente con la casa farmaceutica per lo sviluppo di vaccini. Ecco perché ci tiene a parlare del rischio pandemico: perché deve spingere per ottenere finanziamenti pubblici a favore di Big Pharma. E per farlo sfrutta minacce immaginarie come Hantavirus (su cui Moderna ha guadagnato bei soldi soltanto annunciando di essere al lavoro su un vaccino che è lontanissimo dall’essere prodotto) e più concrete ma lontane come Ebola. La prossima volta che leggerete un articolo allarmistico o inquietante su una malattia esotica, saprete perché viene pubblicato.





