Due giorni, due colpi di scena. Ieri è toccato al caso di Alessia Pifferi, condannata per avere ucciso la figlia Diana di appena 18 mesi nel 2022.
La Procura generale della Cassazione ha chiesto ai giudici della prima sezione penale della Suprema Corte di annullare con rinvio la sentenza di secondo grado con cui la donna era stata condannata a 24 anni di reclusione. In primo grado, alla Pifferi era stato (giustamente) dato l’ergastolo. Poi, però, alla madre assassina sono state concesse le attenuanti.
A riguardo, la sostituta procuratrice generale della Cassazione, Valentina Manuali, è stata durissima. «Gli elementi sulla base dei quali la sentenza fonda il riconoscimento delle attenuanti generiche sono carenti. La bimba è morta perché privata per giorni di acqua e cibo», ha detto, rimarcando poi che «le condizioni psichiche dell’imputata non hanno minimamente inciso sulla sua capacità di intendere e volere». La corte di Cassazione, tuttavia, nel giro di poche ore ha confermato la condanna a 24 anni. E la decisione, va detto, lascia molto perplessi. Per quale motivo si dovrebbero concedere attenuanti a una donna che ha lasciato morire di stenti una bambina piccola, abbandonandola in casa e lasciandola crepare di fame tra sofferenze inaudite? Come si può mostrare clemenza verso una persona del genere? Il fatto che fosse disturbata non significa che non fosse capace di intendere e volere. E se era capace di farlo, per quale motivo si dovrebbe alleviarle la pena per un delitto tanto atroce? Mistero giudiziario. Eppure il dubbio è talmente legittimo che anche la Procura lo ha espresso con forza, ripetutamente. Ma niente da fare.
Quello della Pifferi non è l’unico notevole caso di cronaca nera di cui si è ritornati a parlare in questi giorni. C’è anche la mostruosa vicenda di Alessandro Impagnatiello, che ammazzò con decine di coltellate la compagna Giulia Tramontano incinta di 7 mesi, nel maggio del 2023. Sono uscite le motivazioni della sentenza con cui il 9 aprile la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale di Milano e ha disposto un processo di appello bis, il cui scopo sarebbe quello di rivalutare l’elemento della premeditazione che era stato escluso in appello.
«L’idea di sopprimere Giulia Tramontano potrebbe essere già emersa molti mesi prima dell’episodio aggressivo del 27 maggio 2023», sostengono i giudici della Cassazione, che hanno riesaminato la sentenza dei loro colleghi notando «carenza motivazionale nella parte in cui è stata trascurata la valutazione dell’incremento della somministrazione di veleno per topi proprio nell’ultimo mese e mezzo della gravidanza». Allo stesso modo, sarebbero state trascurate le ricerche risalenti al 7 gennaio 2023 con cui Impagnatiello aveva «assunto informazioni sul quesito “quanto veleno per topi è necessario per uccidere una persona? Veleni inodori e insapori”». Certo, per l’ex barista fattosi killer la condanna rimane la stessa: ergastolo. Tuttavia, l’elemento della premeditazione è determinante. Ed è allucinante che sia stato escluso nel secondo grado di giudizio. Impagnatiello, prima di massacrare a colpi di lama la madre di suo figlio, ha cercato di ucciderla con il topicida per liberarsi di un fardello che non voleva. Ha evidentemente premeditato l’omicidio. Il fatto che poi, scoperto e messo alle strette, abbia deciso rapidamente di ricorrere a metodi più brutali e veloci non cambia lo stato dei fatti.
Viene davvero da chiedersi come operi in certi casi la giustizia italiana, da quale bussola sia guidata. Abbiamo sotto gli occhi due dei più spaventosi casi di cronaca degli ultimi decenni, ed entrambi coinvolgono dei bambini: una piccolissima e uno in procinto di venire al mondo. Si è molto insistito sul carattere di femminicida di Impagnatiello, perché con tutta evidenza il tema stuzzicava editorialisti e politici. Ma sul fatto che abbia eliminato un nascituro si tende a sorvolare. Anzi, forse proprio quel nascituro è stato all’origine dei peggiori progetti criminali. Con tutta evidenza, Impagnatiello è un narcisista patologico e manipolatore, non voleva farsi carico di una famiglia, preferiva vivere la sua vita spensierata fatta di conquiste nei locali e divertimento. In modo analogo, Alessia Pifferi non voleva fare la madre: cercava un uomo che la sollevasse dalle difficoltà dell’esistenza, di quel povero fagottino abbandonato in casa non sapeva che farsene. Dunque ha lasciato sola la figlia con un biberon e si è volatilizzata, donandole una morte terribile e spietata.
Non si tratta di infierire su persone malate o di fare i moralisti fuori tempo massimo. Qui si tratta di capire quali siano i limiti che separano il garantismo dall’ingenuità, la ragionevole sospensione dell’emotività dall’ingiustizia. Leggeremo tutte le motivazioni di questo mondo, per carità. Ma come ci possano essere delicatezza e indulgenza per questi due assassini resta francamente incomprensibile.
Sta crollando tutto e non è nemmeno colpa dei fascisti. Il bello è che a sinistra stanno facendo tutto da soli: il woke sconfessato da tutti non ha smesso di avvelenare i pozzi del pensiero dominante, infetta e crea zombie intellettuali che si azzannano fra loro. La cultura progressista deflagra, è sbriciolata dall’onda d’urto prodotta dai suoi cortocircuiti interni.
Erri De Luca, venerato maestro rosso-rossissimo è stato bandito da un festival e macellato pubblicamente dai suoi ex compagni, ex amici ed ex leccapiedi per un paio di frasi sul sionismo che per altro continua a ripetere da settimane, e che ripeteva anche negli anni passati senza destare scandalo. I suoi colleghi e presunti ammiratori, oltre a un pugno di Vip e Vippetti, si sono scannati per un paio di settimane al massimo, inscenando psicodrammi e scrivendo post accorati sui social. Poi lo scandalo è svaporato come un peto in una calda giornata di giugno. Di quella diatriba e di Gaza non frega più nulla a nessuno, perché ora si deve parlare della meravigliosa vicenda di Michele Mari.
Altro giro, altro venerato maestro. Lo beccano a proferire, sul torpedone che conduce a un evento i finalisti del Premio Strega (per cui è gran favorito), qualche parola poco elegante su Michela Murgia, facendo inviperire la scrittrice Teresa Ciabatti. Si spalanca il cielo e piove grandine per 24 ore quando Repubblica sputtana lui e i suoi colleghi (tra cui si suppone qualche delatore) nelle pagine culturali. Poi inizia lo spettacolo circense: le grandi firme del Corriere della Sera e della stessa Repubblica (Aldo Cazzullo, Michele Serra, Corrado Augias) lo difendono, invocano il diritto alla privacy e sdoganano - così Massimo Recalcati - la normalità della maldicenza, che diviene accettabile perché diffusa. Altre firme, sui social, suggeriscono che vi sia un complotto per fare perdere lo Strega a Mari, altre ancora - senza fare nomi, per carità - suggeriscono che Teresa Ciabatti abbia fatto esplodere il casino per biechi fini personali. Nel frattempo, tutte le annose discussioni sul linguaggio politicamente corretto, il sessismo, il patriarcato da combattere con l'educazione sessuo-affettiva finiscono nello sciacquone e si tira l’acqua.
Tanto i progressisti rompono le balle sulla rieducazione nelle scuole per i figli degli altri che non hanno commesso nulla di male, tanto sono garantisti e tolleranti quando è uno dei loro a sbarellare e a pronunciare qualche bestialità. Quando quest’ultima eventualità si verifica, l’atteggiamento degli intellettuali di sinistra dimostra che le insistenze sul controllo del linguaggio e le invettive contro chi usa toni ruvidi sono tutte idiozie, falsità da ripetere in pubblico e negare in privato.
Mentre ancora sul Web si scannano per Mari, ecco che piomba sulla scena una nuova tragedia. Protagonista è Ray Banhoff, fotografo molto noto e amato negli ambienti alternativi-chic milanesi e non solo. Firma di Rolling Stone e dell’Espresso, talvolta ospite di prestigiose trasmissioni tv. Improvvisamente il tribunale inquisitorio dei social de sinistra scopre che il nostro eroe, dieci anni fa, ha pubblicato un libro che raccoglie alcune delle 3.000 foto scattate di nascosto a Milano, molte delle quali ritraggono ragazze e donne colte nella loro intimità. Tutto noto, tutto alla luce del sole: Banhoff aveva una sezione del suo sito dedicata a questo progetto, nel 2015 al Corriere disse candido: «Tutto è nato per gioco: scattavo di nascosto. Poi condividevo le foto con gli amici su Whatsapp... non immaginavo di farci un libro». In un’intervista più recente ha rincarato la dose: «Scattavo senza farmi vedere. Diventavo invisibile, leggevo Don Winslow, James Ellroy per imparare come si fa un pedinamento. Burroughs lo chiama l’Hombre invisible, cioè diventavo lo strumento. La gente non mi vedeva più. Io sono alto 1.86, andavo con l’iPhone in mano e scattavo qua (nel video indica il viso) o sotto la gonna e non mi vedevano. Nelle foto c’era questa esplosione di sensualità e c’era un occhio che catturava donne giovani, magre, grasse». Banhoff fotografava culi e mutandine, rubava scatti e li condivideva, poi ne ha tratto un progetto artistico di un certo successo. Ora però è diventato il nemico pubblico numero uno.
Cathy La Torre, avvocato arcobaleno sempre in lotta per le minoranze, invita le donne a denunciare in massa il fotografo, ora ridotto al più tristo ruolo di guardone. I giornali pubblicano articoli indignati sullo sfruttamento del corpo delle donne. Banhoff ha cercato di difendersi, ha rimosso dal suo sito alcune delle foto più piccanti nella speranza di sedare gli animi, ma non è bastato.
L’inquisizione lavora alacremente, e nessuno sembra notare il fatto che fino a un paio di giorni fa Banhoff era considerato un talentuoso intellettuale meritevole di grande considerazione. Nessuno si era mai posto il problema delle chiappe che fotografava per strada: dopo tutto, era un artista, uno del gruppo che conta, mica si poteva trattarlo da sporcaccione. In pratica, il fotografo ha fatto esattamente ciò che facevano i dipendenti Atm finiti nel tritacarne per avere condiviso e commentato in chat immagini di passeggere e passeggeri dei mezzi pubblici milanesi. Solo che questi poveretti non possono stendere una patina artistica sul loro operato, dunque sono divenuti immediatamente il simbolo del patriarcato imperante e meritevole di demolizione. A Banhoff è andata bene per dieci anni, poi la furia cancellatoria si è rivolta contro di lui. Lo macinerà per qualche giorno, magari emergerà qualche collega pronto a difenderlo, poi tutto sarà dimenticato. Certo, probabilmente il bravo Ray in futuro farà più fatica a lavorare. E probabilmente Michele Mari non vincerà l’ambito Strega. Ma altri li sostituiranno alla gogna. Altri sinceri progressisti divenuti all’improvviso perfidi reazionari, ex puri meritevoli di epurazione, ex amici da mandare al patibolo in nome del rispetto delle minoranze e della democrazia, ex buoni che non sopravvivono al cambiamento degli standard di modalità o che semplicemente sono divenuti sacrificabili. Così finisce la cultura di sinistra: con un insulto a una femminista e migliaia di foto di culi scattate a tradimento.
A confronto, i dipendenti Atm sono tipi da Pulitzer. O per lo meno da Premio Strega.
Una moratoria internazionale sull’utero in affitto. La chiede da fin troppo tempo Reem Alsalem, la relatrice speciale Onu contro la violenza sulle donne, autrice di un report dettagliatissimo e sconvolgente sulla realtà tremenda della cosiddetta maternità surrogata.
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.





