Il modo migliore per comprendere a fondo che cosa sia davvero il mondo della cosiddetta cultura italiana consiste nell’esaminare con attenzione le esternazioni di coloro che ne fanno parte e ne sono addirittura considerati autorevolissimi esponenti. A tale riguardo ci vengono in aiuto due nomi pesanti, due istituzioni: il sommo giurista Gustavo Zagrebelsky e il premio Nobel Giorgio Parisi. Il primo, intervistato dalla Stampa al Salone del libro di Torino, dichiara che «dall’alto la cultura non si cambia». Subito dopo, l’illustre Zagrebelsky spiega che esistono due tipi di egemonia culturale.
La prima è quella gramsciana: «L’espressione egemonia viene da Gramsci che aveva posto nei Quaderni dal carcere l’obiettivo alla classe operaia. Il suo pensiero era rivolto alla fermentazione dal basso, alla libertà degli artisti, dei filosofi e dei cittadini comuni che condividono un modo di stare insieme legato a certi valori, che più si diffondono e più diventano egemoni, cioè dominanti ma sempre basati sulla libertà». La seconda egemonia è invece quella «che parte dall’alto. Il fascismo aveva il ministero della Cultura popolare. Era la cultura promossa dall’alto, occupando i posti nell’università, cacciando i dissidenti, chiudendo i giornali. Cioè l’occupazione dei posti della cultura».
Dispiace contraddire il fine giurista, ma la realtà dimostra che le due egemonie da lui citate sono in realtà due aspetti del medesimo esercizio del potere. Da una parte si teorizza che il popolo deve fare propri certi valori armonizzandosi ad essi, dall’altra gli si impongono questi valori più o meno dolcemente occupando tutti i posti che contano. Che è esattamente ciò che per decenni ha fatto la sinistra in Italia. Quando la destra ha provato, maldestramente e solo in parte, a fare lo stesso, apriti cielo. Potremmo dunque sintetizzare il discorso di Zagrebelsky in questo modo: esistono due egemonie, una buona e una cattiva. Se comanda la sinistra, c’è quella buona. Il resto è pessimo. La verità, signori, è che la cultura si cambia solo dall’alto. Le élite dispongono, e il popolo può fare più o meno resistenza a seconda del suo stato di salute e della sua prontezza di spirito. In Italia le imposizioni progressiste hanno fatto breccia solo in parte, ma ciò non impedisce ai maestri del pensiero di considerarsi gli unici depositari della verità e di arrogarsi il diritto di dettare legge su un territorio - quello politico-culturale - che ritengono essere di loro esclusiva competenza.
Ed è qui che Giorgio Parisi - personalità nota per parlare di tutto tranne di ciò di cui è realmente esperto - ci fornisce un fulgido esempio dell’autoreferenzialità supponente della classe intellettuale dominante. Il Nobel fu tra i 67 scienziati che impedirono a Benedetto XVI di aprire l’anno accademico della Sapienza di Roma. Uno sfregio alla cultura e alla libertà di parola che è stato solo parzialmente sanato dalla visita di papa Leone XIV all’università romana dell’altro giorno. Ebbene, Parisi a distanza di quasi un ventennio coglie l’occasione di ribadire che fu giusto osteggiare Ratzinger. Se ne scaturì un putiferio, spiega, fu solo colpa del rettore del tempo. «Nella nostra lettera», argomenta Parisi, «consigliavamo al rettore di non consentire la visita se questo era possibile. La lettera finì sui giornali a gennaio senza data, pochi giorni prima della visita, ma era del novembre 2007 ed era stata mandata privatamente al rettore. Non volevamo minimamente annullare una visita già annunciata coram mundo: sarebbe stato un atto di scortesia. Era un consiglio ragionevole, se il rettore avesse accettato di programmare la visita in un’altra occasione, ma andò avanti e le cose non sono andate bene».
Chiaro no? Se il rettore avesse obbedito in silenzio non sarebbe accaduto nulla. Poi, Parisi chiarisce che a Prevost è stato permesso di entrare in ateneo, ma solo a determinate condizioni. «Benedetto XVI doveva inaugurare l’anno accademico, non compiere una visita pastorale, cosa che cambia moltissimo il contesto. La differenza è fondamentale», dice il Nobel. Già: Leone è andato in visita, ma sappiamo bene che non gli sarebbe stato concesso di tenere alcuna lezione: «La cosa più importante è il contesto differente, perché come non si invita il presidente della Repubblica ad aprire l’Anno Santo così non si invita un Papa ad aprire un anno accademico. In ogni caso sono contento di tutto quello che questo Papa sta facendo». Che gentile, Parisi. È così magnanimo da dare la benedizione al Papa. Ma solo perché - sia evidente a tutti - esprime garbatamente posizioni politiche che al nostro scienziato non dispiacciono troppo.
Eccola, l’egemonia culturale in purezza. Sono loro, gli eletti, i veri rappresentanti del Verbo in terra, a decidere chi possa parlare in una università, chi possa tenere lezioni e chi debba invece limitarsi a una visitina o addirittura tacere. Sono loro a decidere se un Papa è accettabile oppure no, se al Salone del libro può entrare un editore o un altro. Sono loro, sempre loro. Perché la cultura non si cambia dall’alto solo se non fai parte del circolino giusto.
- «Repubblica» scrive che i medici sono preoccupati. Insomma, tira aria di vaccino. Che per lo scopritore cileno del ceppo Andes, «oggi non è né utile né necessario». Incredibilmente, la pensa uguale persino la virostar Andrea Crisanti: «Non ci sono le basi per farlo».
- Gli episodi registrati nel mondo restano undici. Il ministro Orazio Schillaci predica calma.
Lo speciale contiene due articoli
L’allarme non è mai esistito, ma i titoli allarmistici continuano a sbocciare sulle prime pagine. C’è chi ha soffiato sul fuoco e ora se la prende con presunti complottisti; chi, come Repubblica, insiste a scrivere che i medici sono preoccupati. La verità la dice Juan Bertoglio, internista immunologo cileno con esperienza quarantennale che diversi decenni fa si trovò alle prese con il primo caso di virus Andes. «Il problema principale, qui, è quella che io chiamo disinfodemia. Una epidemia o pandemia di disinformazione. Una propaganda che evidentemente serve a creare un mercato».
In effetti, a beneficiare della tormenta mediatica finora sono state soltanto società come Moderna, a cui è bastato annunciare di essere al lavoro su un possibile vaccino per aumentare i profitti in Borsa. «Parlare di vaccini è come parlare di automobili», sorride Bertoglio. «Sono tanti, sono diversi. Oggi ne abbiamo di due classi: quelli naturali, con il patogeno inattivato, oppure mRna sintetici. Questi ultimi sono farmaci perché sono assolutamente artificiali. Io sono un ottimista prudente con i vaccini. Penso che abbiano fatto molto bene, qui da noi hanno salvato tante vite, 50 anni fa le malattie infettive erano al primo posto come causa di morte, adesso sono al ventesimo. Però, se parliamo di virus Andes, un vaccino non è utile né necessario. Un vaccino mRna avrebbe tutti i problemi della biotecnologia mRna senza, però, alcun vantaggio. Mentre un vaccino naturale noi ce l’abbiamo, è stato sviluppato in Cile, lo utilizziamo adesso per ottenere anticorpi negli animali per sperimentazione biologica, per fare il test diagnostico e come antidoto per la infezione acuta nei pazienti gravi».
L’idea, però, di un vaccino su larga scala di cui molto si è discusso in questi giorni, secondo Bertoglio è assurda. «Quante sono le persone a rischio?», dice. «In Argentina, nel Sud della Bolivia, in Cile ci sono 80/90 milioni di persone. E quanti casi abbiamo all’anno? 80-90 casi e 90 milioni di persone, uno per milione, tutti sparsi in un grande territorio. Come si fa a vaccinare la popolazione a rischio? Si dovrebbero vaccinare almeno 10 milioni di persone che sono sparse dappertutto, lavoratori che stanno nella foresta, gente così». Anche il focolaio sulla ormai famigerata nave da crociera Hondius, spiega l’esperto, non dovrebbe generare allarmi. «La contagiosità del virus è molto bassa nonostante la patogenicità. La virulenza del virus è molto alta, 40% di mortalità, ma ha una trasmissibilità che dopo 45 anni di studi non siamo riusciti a confermare virologicamente, infettivologicamente. Si trasmette o no tra le persone? C’è evidenza e correlazione epidemiologica ma non c’è una conferma infettivologica precisa: correlazione non significa necessariamente un nesso di causalità». Tradotto: non sappiamo nemmeno se questo virus passa da uomo a uomo, ci sono pochi casi e parlare di vaccino sostanzialmente non ha senso.
Il bello è che sembra pensarla così anche Andrea Crisanti, esponente del Pd e virostar di chiara fama. Gli chiediamo se sia vero che i medici, come sostiene Repubblica, sono preoccupati. Risposta: «Io non so preoccupato. Questo è un virus che conosciamo da tantissimo tempo. È chiaro che i contatti vanno seguiti, vanno controllati. Ma bisogna distinguere tra contatti e contagiati. Guardi, questa è una cosa che io continuo a leggere, ed è frutto di un’ignoranza totale. Un conto è una persona che è entrata in contatto con il virus, un altro conto è una persona contagiata. Contagiato è chi si è ammalato. Contatto è chi, in qualche modo, ha passato del tempo insieme alla persona malata».
Secondo Crisanti, «è evidente che i passeggeri quel virus se lo sono presi sulla nave. Che è un ecosistema estremamente fragile. Ci saranno dentro 7-8.000 persone che condividono tutta una serie di servizi, le cucine, i sistemi di scarico, le piscine... È una struttura, dal punto di vista epidemiologico, estremamente fragile. Quindi non bisogna fare parecchia attenzione». Nonostante ciò, Crisanti ripete che allarmarsi è assurdo. «Questo virus ha diverse varianti. Il virus europeo non si trasmette mai da uomo a uomo perché colpisce l’apparato urinario, punto. Quello americano più o meno è la stessa cosa. Quello sudamericano colpisce i polmoni, si moltiplica nelle fasi finali della malattia, il paziente tossisce ed emette delle goccioline in cui c’è il virus. Però, anche in quel caso, il virus è fragilissimo, non resiste nell’ambiente. Come lo dobbiamo dire?».
Incredibilmente, Crisanti è ancora più duro riguardo alle discussioni sul vaccino. «Guardi, il vaccino non è possibile da fare, cominciamo a chiarire subito questa cosa», taglia corto. «Perché un conto è realizzare una molecola, un conto è dimostrare che la molecola funziona. Ora, lei mi spiega come - con 200 casi all’anno - si riesca a fare un vaccino e quali controlli possano essere fatti? Veramente sono sconcertato quando sento queste stupidaggini, veramente». Tuttavia Moderna un vaccino lo ha annunciato. «Penso che sia più un effetto notizia che un vero e propro investimento. Io non credo che ci siano case che investano per fare un vaccino per una malattia che colpisce 200 persone all’anno e che ha una trasmessibilità umana bassissima, a meno che non si voglia fare un vaccino per curare i topi. Guardi, mi creda, sviluppare un vaccino è un’impresa costosissima e qui non ci sono proprio le basi né economiche né scientifiche né di sanità pubblica che la giustifichino». Insomma, a parlare non sono i presunti complottisti e pericolosi no vax evocati da alcuni giornali. Sono esperti molto autorevoli e pure medici prestati alla politica. I quali dall’Hantavirus non sono preoccupati nemmeno per scherzo.
Restano tre domande. Prima: perché certi media ancora alzano i toni? Seconda: perché qualcuno parla di vaccino se non ha alcun senso? Terza: secondo voi, tra le prima e la seconda c’è qualche correlazione?
Negativi tutti i test sui casi sospetti in Italia
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha comunicato che i casi segnalati di possibili contatti con l’Hantavirus sono undici, dei quali otto confermati, due probabili e uno non conclusivo; che i decessi restano i tre iniziali e che il rischio per la popolazione rimane «molto basso». In Italia, il test dell’Hantavirus è risultato negativo nelle persone sotto osservazione e che rimangono in isolamento: non c’è alcun nuovo caso.
Negative anche le 26 persone in quarantena ospedaliera in Francia, per aver viaggiato sulla nave da crociera olandese Mv Hondius o sul volo Klm dove uno dei passeggeri era stato, seppur per pochi minuti, Mirjam Schilperoord, 69 anni, deceduta poi a Johannesburg per Hantavirus come il marito Leo, di 72 anni, il paziente «zero» morto l’11 aprile per il virus dei ratti. Negativi pure il passeggero greco ricoverato ad Atene e lo statunitense che inizialmente era risultato «debolmente positivo». Tutto è sotto controllo al momento, pare, e il ministro della Salute, Orazio Schillaci, va ripetendo: «Nessun allarmismo». Nella sua circolare dell’11 maggio ha richiamato l’attenzione sulla necessità di gestire eventuali casi sospetti, probabili, confermati o contatti ad alto o basso rischio «seguendo le misure di protezione quali l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale (Dpi) basati sulle precauzioni per la trasmissione, inclusi respiratore (ad esempio, Ffp2), guanti, camice e protezione oculare, e di prevenzione e controllo idonei». Misure eccessive? Qualcuno si è soffermato su eccessi di provvedimenti e incoerenza nella loro applicazione, come ha fatto ieri Peter A. McCullough, segnalando su X proprio una situazione italiana. Il cardiologo, epidemiologo, esperto statunitense di Covid 19 e sindromi da danno vaccinale postava: «Immagini di “Biosicurezza”», sopra la foto pubblicata dal Daily Mail del prelievo al B&b di Milano del sessantenne inglese venuto a contatto con due persone contagiate dall’Hantavirus.
McCullough scriveva: «Mostrano un uso iperbolico e incoerente delle tute anticontaminazione. L’uomo sulla barella non ha l’Hantavirus, è stato un contatto casuale […] l’Hantavirus non si trasmette tramite contatto casuale P2P (da persona a persona, ndr)». Il medico, commentando la presenza a meno di un metro di una persona con il solo giubbotto di sicurezza giallo, chiedeva: «Perché le immagini dei lavoratori sembrano sempre mostrare qualcuno vicino alla scena senza Dpi?».
Già, come avevano suscitato proteste le immagini pubblicate da Abc durante le operazioni di sbarco a Tenerife degli ultimi passeggeri della Mv Hondius. In un video si vedeva uno psichiatra, incaricato di fornire supporto psicologico, mentre scendeva da uno degli autobus dell’Unità di emergenza militare con in mano il camice che avrebbe dovuto proteggerlo e senza mascherina. Apriti cielo, era iniziato il processo all’untore. Dimenticando quanta approssimazione ci sia nello stabilire misure di contenimento.
Kevin D. Roberts: «Ue, Onu e Oms dovrebbero sparire. La Brexit è la strada giusta per voi»
Kevin D. Roberts è il presidente della Heritage Foundation, una delle organizzazioni politico-culturali più influenti degli Stati Uniti, e della Heritage Action for America. Molto vicino al vicepresidente J. D. Vance, è voce ascoltata sia da lui sia da Donald Trump. Ci ha concesso una intervista in occasione del suo arrivo in Italia per la presentazione del libro Riprendere Washington per salvare l’America, pubblicato da Giubilei Regnani.
Ci può spiegare che fase sta vivendo Donald Trump? A molti anche in Italia sembra che abbia un po’ cambiato atteggiamento rispetto all’inizio, soprattutto riguardo alla politica estera e alle guerre.
«Penso sia stato molto coerente con la propria filosofia; far rivivere la più antica tradizione della politica estera conservatrice. Quella che negli Stati Uniti viene comunemente definita una politica estera moderata e prudente. Trump incarna il rifiuto dei due poli della politica estera: da una parte l’interventismo di George W. Bush, e dall’altra l’isolazionismo, che sostanzialmente negli Stati Uniti non esiste. È una costruzione inventata soprattutto dai media di sinistra contro quanti di noi sostengono una politica estera prudente. La parte della domanda che lascia intendere che le attività di Trump in Venezuela e in Iran rappresentino una violazione di questa linea prudente, secondo me non regge».
No? E perché?
«Non ci siamo impegnati né in cambi di regime né in operazioni di nation-building né in Venezuela né in Iran. Anzi, il presidente stesso ha dichiarato esplicitamente che non intende farlo. Istituzioni come Heritage, e in generale tutte le istituzioni conservatrici che contano negli Stati Uniti, fanno parte di questa corrente di politica estera prudente. Nel secondo mandato vediamo due cose. La prima è la continuazione di una linea molto coerente di Trump: usare l’esercito solo nei casi in cui questo porti benefici agli americani. La seconda è che sta dimostrando che tutte le persone che hanno definito lui, Vance, Heritage e anche me degli isolazionisti stavano mentendo».
Che ci dice dello scontro che Trump ha avuto con papa Leone XIV?
«Voglio bene a entrambi. Prego per entrambi. Da americano, sono molto grato al presidente Trump per aver ridato agli americani fiducia nel futuro del nostro Paese. E da americano e da cattolico romano convinto, sono anche molto orgoglioso del fatto che abbiamo il nostro primo Papa americano. Non definirei questa situazione come uno scontro. Penso che quanto accaduto sia stato spiacevole. E credo che la soluzione sia che entrambi passino più tempo insieme».
Cioè?
«Essendo due americani della stessa generazione, finiranno per instaurare una grande amicizia quando ne avranno l’occasione. Sono grato al vicepresidente e al segretario di Stato per aver gettato le basi di questo rapporto. Devo fare una notazione su alcuni media americani: gran parte di questa narrazione è un tentativo di creare una frattura non solo tra Trump e il Santo Padre, ma anche tra noi cattolici praticanti e conservatori politici che sosteniamo Trump. Ed è un tentativo destinato a fallire».
Parliamo dei rapporti tra Trump e Giorgia Meloni. Pensa che possa tornare quello di prima dopo ciò che è accaduto nelle ultime settimane?
«Immagino di sì. Penso ci sia un enorme rispetto reciproco tra i due leader. Ci sono dinamiche di politica interna in gioco, e ciascuno dei due deve tenere conto degli equilibri della propria coalizione. Credo sia importante leggere le apparenti divergenze di opinione tra loro attraverso questa lente».
Ci sono delle difficoltà impreviste che il presidente Trump non si aspettava in Iran, secondo lei?
«Sono grato del fatto che il presidente Trump abbia avviato il conflitto con l’Iran, che da 47 anni rappresenta una minaccia per gli americani, per i popoli pacifici dell’Occidente e per il mondo intero. Esistono anche conseguenze politiche ed economiche derivanti da queste azioni. Negli Stati Uniti siamo in gran parte protetti da molte di queste conseguenze economiche grazie alla nostra capacità di produrre autonomamente petrolio e gas. Questo però non vale per alcuni dei nostri amici e alleati più stretti nel mondo, Italia compresa. Per questo ciò che abbiamo incoraggiato il presidente a fare è portare il conflitto a una conclusione rapida. Pensiamo che Trump potrebbe dichiarare vittoria già adesso, e sarebbe comunque un successo. In questo modo, tornando a concentrarsi sulla politica interna e sui temi che stanno più a cuore agli americani».
La remigrazione è un tema di discussione piuttosto forte anche qui in Italia. Può essere una soluzione per la crisi migratoria in Europa?
«Sì, penso che lo sia nella maggior parte, dei Paesi europei. Dobbiamo riformulare il dibattito, insistendo sul fatto che le persone hanno il diritto di restare nei propri Paesi d’origine. Troppo spesso questo peso viene scaricato sui Paesi destinatari dei flussi migratori, i Paesi europei e gli Stati Uniti, e il volume e la velocità di queste migrazioni minacciano proprio quel sistema che rende possibile una politica generosa verso gli immigrati. Perciò bisogna trovare un equilibrio. E l’unico modo per farlo è adottare un approccio su due livelli. Il primo è chiudere il rubinetto, proprio come abbiamo fatto negli Stati Uniti. Poi bisogna fare il secondo passo, che è il cuore della vostra domanda: rimpatriare le persone che sono entrate illegalmente. Devo dirvi una cosa che probabilmente già sapete: in Europa le cose sono più complicate. Io incoraggerei semplicemente gli europei a prendere esempio dalle politiche del presidente Trump, anche se il suo stile comunicativo non è il vostro preferito, e a capire che le misure che sta adottando possono essere replicate anche in Europa».
A proposito degli obiettivi del presidente Trump, una delle cose più interessanti che si intravedevano all’inizio del secondo mandato era il tentativo di cambiare l’Unione europea o addirittura di sgretolarla. È ancora un obiettivo, se davvero lo è mai stato?
«Penso che esistano solo due entità che rivaleggiano con l’Unione europea nella violazione della sovranità e dell’autogoverno dei popoli: le Nazioni unite e l’Organizzazione mondiale della sanità. E il mondo sarebbe un posto migliore se tutte e tre sparissero. Lasciamo che siano gli europei a scegliere cosa fare a riguardo. Nelle intenzioni originarie dell’Ue, credo ci fosse l’idea che i Paesi membri ne avrebbero dovuto trarre benefici. Ma ciò che è accaduto è che si è trasformata in un’organizzazione sovranazionale che calpesta l’autogoverno dei singoli Stati, e mina attivamente le elezioni democratiche. Più a lungo i singoli Stati europei tollereranno queste assurdità, più gli americani considereranno l’Unione europea motivo di scherno. Per questo vi incoraggiamo almeno a riformare profondamente questo sistema. Noi pensiamo che sia possibile. Ma siamo anche molto orgogliosi di essere tra le principali istituzioni americane che celebrano la Brexit. E riteniamo che quella sarebbe la strada giusta per ogni Paese membro dell’Ue».
Ogni volta che si va alle elezioni è come se ci fossero dei poteri invisibili che si mettono di traverso per non permettere ai conservatori di vincere. Secondo questi poteri lei esistono e se sì quali sono?
«Certo che esistono. Basta chiedere al vincitore delle elezioni in Romania, oppure al primo ministro Orbán. Quel potere invisibile continua a esistere. C’è però anche una buona notizia: non bisogna mai sottovalutare la forza di un’idea il cui momento è arrivato. Basta chiedere ai britannici il giorno dopo il voto sulla Brexit: oggi Nigel Farage ha ottime possibilità di diventare il prossimo primo ministro del Regno Unito. Se lo aveste detto ai suoi colleghi del Parlamento europeo nel 2015, vi avrebbero dato dei pazzi. E invece stiamo vincendo».





