Per Giovanni Lindo Ferretti l’opzione Benedetto non vale. Ci ha provato a ritirarsi nel suo eremo, nel suo personale monastero costruito in montagna, tra gli animali e le pietre che parlano all’anima, barbaro combattente a riposo in un mondo che si faceva sempre più estraneo: «Si avvicinano i 70, i miei settant’anni. Reminiscenze bibliche. Scampato, il mio ultimo cane è alla fine dei suoi giorni, Tre e l’Una, i miei ultimi cavalli, hanno 26 e 22 anni. Siamo tutti vecchi, io sempre più antico». Ma il mondo bussa alla porta del monastero, una bussata pressante. La vita non ci appartiene, dunque ci è dato di scegliere fra le circostanze che piovono dal Cielo. «Non sono mai i pensieri, per quanto ragionevoli e ragionati con ottime intenzioni, ad essere significativi, significativo è l’accadere, significativa l’attenzione che vi si pone».
E l’accadere nella vita di Ferretti è che a un certo punto doveva essere strappato all’eremo, tornare fra gli altri mortali. Il sentiero che lo ha riportato nel mondo è il cuore di Ora et labora (Compagnia editoriale Aliberti), la nuova edizione di un libro splendido che in origine era dedicato alla preghiera e che in questa versione aggiornata deve ritrovare anche il tempo della vita vissuta nel quotidiano: il lavoro, l’incontro con gli altri esseri umani, il ritorno di Giovanni Lindo sul palco, lì dove abbiamo imparato a conoscerlo e ad amarne l’arte. «Prego, ogni giorno non sempre come vorrei, come si deve, ma prego ne sento necessità, ne traggo beneficio, comunque», scrive. «C’è altro? Sì, lavoro per quel che mi è dato, che so, che posso, fin che potrò ora et labora quindi. Sì, come sempre nei secoli dei secoli. Amen». Questo altro è appunto la riunione dei Cccp, le mostre celebrative, i concerti di successo, di nuovo le luci calde dei riflettori che si sostituiscono a quelle fioche della candela interiore dello spirito.
Ferretti si fa strappare alla sua dimora montana non senza fatica. «Ho già detto quanto il mio cristianesimo affiori da un substrato barbarico pagano, in continuità», racconta. «È una connotazione storico geografica culturale: le cose accadono, agli uomini farne tesoro, con tutta l’attenzione necessaria. Ancora pochi anni fa mi auguravo con nota di sarcasmo gli arresti domiciliari in senso lato: il perimetro della mia valle, l’ambito della mia comunità seppur residuale. La immaginavo comunità di destino. Qui stava il vivere, fuori la costrizione. Qui la pace, fuori l’inquietudine, il disagio. Poi tutto si è rigirato. Fuori Felicitazioni! Qui Condoglianze! Non è stato facile e non lo è. Una infinita tristezza ammanta lo sguardo ma non vorrei essere che qui, in questa incerta ora. Sia fatta la Tua volontà. È il cuore pacificato di chi prega ora et labora per quel che ti è dato. Amen. Così dopo i 70 avvenne che tornai sul palco».
Sembra il racconto del Parsifal: Ferretti, puro folle ritirato nel mezzo della natura, viene raggiunto dai cavalieri della tavola rotonda, al cui richiamo non gli è dato di resistere. Un giorno arrivano da lui in montagna i vecchi compagni di viaggio. «Fine di settembre... arrivano a Cerreto: Zamboni Annarella Fatur, una foto e un’intervista più di trent’anni dopo, niente di che oltre il piacere di ritrovarsi. Sciocco stupido Ferretti: si apre una voragine. L’ignoto del noto, tutto da scoprire, un pezzo per volta e... in questo presente che capire non sai l’ultima volta non arriva mai». Nel frattempo l’esistenza ritirata continua: «A dicembre muore Scampato, piccola cerimonia domestica: i cavalli per raggiunti limiti di età non saranno più cavalcati, ne siamo intristiti». Ma il seme piantato dalla visita degli amici antichi comincia a dare frutti. Segue una mostra a Reggio Emilia, poi un concerto sempre lì, nel Teatro Valli.
«L’imprevedibile si è imposto, obtorto collo, a tutt’altro interessato non l’ho desiderato. Zamboni, con lui ho scardinato/rimodellato la mia vita. Fatur già bronzo di Riace ora Buddha di giada e pura poesia sgorga in questo sfacelo di chiappe pance in cadenze ammalianti…vota Fatur vota Fatur… Annarella Benemerita Soubrette, Esecutore testamentario, Amministratore delegato, la Bene Gesserit di questo nostro distonico presente. L’imprevedibile si è imposto, funziona per moto proprio funziona proprio bene. Certificazione esterna. Doveva essere solo un’intervista per il film Kissing Gorbachov ma il ritrovarci ci ha travolti: cellula dormiente risvegliata al presente? Che fare? Un ultimo spettacolo. Immobile dove tutto era stato movimento, un ordine dove fu vortice e ordine mai si era visto». La giostra è ripartita, la musica è ricominciata.
«Com’è potuto succedere?», si domanda Ferretti. È solo colpa di Massimo Zamboni e della sua chitarra? «Cantando ho trascorso tutta la mia vita adulta, mi sono garantito sopravvivenza e decoro, mi sono preso cura della mia dimora e dei suoi vecchi. Dei miei giorni, di cani e cavalli. Mai stato facile mai troppo difficile. Mai pensato di fare/essere cantante. Agli inizi era il palco: urlavo, mi agitavo, esibivo strafottente il mio disagio. Sempre, alla mia destra, composto/ciondolante Zamboni, presto, alla mia sinistra, paesaggi mutevoli. Con Annarella e Fatur rigenerammo il palco in spazio teatrale primitivo, cerimoniale, carnale ed ossessivo, penetrato dalla parola e determinato da una musicalità austera e rigorosa. Una torcia accesa che bruciando illumina ed attrae, consumandosi. I concerti di Mosca e Leningrado, già rinominata San Pietroburgo, ne segnarono l’apice. Un ultimo disco, che poi nel tempo risulterà il primo di un nuovo ciclo, a decretarne la fine Epica Etica Etnica Pathos. Conturbante visionario. Pensai di essermi liberato, non ero nato per fare il cantante. Ne ero sicuro. Tornai a vivere sui monti, nella mia casa natale, comprai una cavallina a lungo cercata come viatico per un cammino a ritroso verso l’infanzia. Una necessità impellente improrogabile e mai più disattesa. Pochi anni dopo ero di nuovo sul palco. Un palco nuovo ottimi musicisti e il piacere della musica: CSI KODEMONDO... A tratti percepisco tra indistinto brusio... A ben vedere dal palco non sono più sceso. Potrei scandire la mia vita facendo il conto dei dischi registrati in studio». È vero in fondo: Ferretti dal palco non è più sceso, anche se si è allontanato ed è stato - ed è, con potenza - molto di più di un cantante. Ha scritto libri importanti, di recente ha pubblicato persino un graphic novel. E i suoi album sono stati tutto tranne che un mestiere o una faccenda di soldi, celebrità e applausi. Ha scelto una via impervia, Giovanni Lindo, e non era nemmeno scontato che i fan di un tempo volessero stare a riascoltarlo dal vivo, dopo tutto quello che molti gli hanno tirato addosso negli anni, quando la sua fede cristiana è diventata felicemente pubblica. Eppure, forse, non poteva fare altrimenti. Doveva continuare a pregare, sì, ma non lontano da tutto. Deve pregare per combattere meglio, specie in questo presente frastornato e depresso. «Quando il mondo era giovane gli uomini sembravano non temere nulla se non che il cielo cadesse», scrive Ferretti. «L’ira degli dei, la punizione divina. Il nostro mondo è vecchio, ossessionato da sé stesso, quante paure lo attanagliano? Il mondo si sgretola rotola via. Sembra che il mondo vada a puttane è locuzione volgare ma la considero boccata d’aria fresca, altro tempo, altra baldanza. Quando ero bimbo gli uomini parlavano così». Già, il mondo forse va in rovina, ma ci sono ancora le preghiere a salvarlo, preghiere di pochi forse, ma forti. E poi, con la preghiera, c’è anche il canto. «Il mondo va a puttane è un giudizio inesorabile sul presente, aggiungo quindi alle mie preghiere quotidiane parti del Dies irae con la speranza di volgerle in canto». Il canto di Ferretti che lo ha strappato al suo eremo, ma che per tanti di noi è rassicurante e benefico, curativo. Come sempre, come una preghiera.
Il caso Tortora è la storia del più clamoroso abbaglio della giustizia italiana. Insieme a Vittorio Pezzuto, autore di «Applausi e sputi», ripercorriamo l'arresto di Enzo Tortora, le bugie dei falsi pentiti e la gogna mediatica di un uomo che trasformò il proprio calvario in una battaglia di civiltà per tutti i cittadini.
Fa quasi spavento notare quanto del mondo di oggi avesse compreso e intravisto Joseph Ratzinger già nel 1958. Pubblicò quell’anno un intervento intitolato «I nuovi pagani e la Chiesa», ora ristampato nel volume antologico La fede del futuro. Il futuro della Chiesa, pubblicato da Cantagalli e impreziosito da un testo inedito. Quell’articolo del giovane teologo contiene già il cuore pulsante del pensiero ratzingeriano sulla «demondanizzazione».
Cioè un processo che, per quanto faticoso, la Chiesa ha bisogno di affrontare per rispondere con forza alle esigenze di questo tempo e per continuare al meglio la sua missione. Scandalosa, la demondanizzazione, eversiva quasi, soprattutto alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni, con una Chiesa che ha cercato di inseguire il mondo, di adattarvisi per compiacerlo. Ratzinger ne illustrò il senso nel 2021 nel corso di una intervista concessa a Tobias Wintsel: «L’espressione demondanizzazione esprime la parte negativa del processo che mi sta a cuore», disse, «e cioè distaccarsi dalle parole e dalle strettoie di una data epoca per raggiungere la libertà e la vastità della fede.
Questo pensiero in sé mi divenne sempre più chiaro nel mio anno a Bogenhausen e l’ho esposto alla fine dei miei anni a Frisinga, nell’articolo “I nuovi pagani e la Chiesa”, ottenendo un’eco inaspettata. La mia esperienza durante l’anno a Bogenhausen mi aveva mostrato come per molti la fede si fosse ridotta a consuetudine, e anche come molte delle funzioni che riguardavano la struttura e la vita della Chiesa fossero esercitate da persone che non condividevano affatto la fede della Chiesa. Così la loro testimonianza in molti casi non poteva non apparire discutibile. Fede e incredulità erano spesso mescolate in un modo singolare e questo, prima o poi, sarebbe necessariamente emerso e avrebbe provocato un crollo che alla fine avrebbe sommerso la fede. Mi sembrava che occorresse una distinzione. Ma non si poteva né si doveva pensare a una nuova Chiesa di soli santi: che questo pensiero, così ricorrente nella storia, sia un sogno errato, puntualmente contraddetto dalla realtà, mi era chiaro».
Nel suo potentissimo articolo giovanile, Ratzinger illustrava brevemente alcuni dati di realtà. E cioè che la Chiesa nata dalle prime comunità cristiana era giunta, nel Medioevo, a coincidere con il mondo, regolandone tempi e modi. «Nel Medioevo però le cose già cambiarono per il fatto che Chiesa e mondo si identificarono e cosi in fondo essere cristiano non fu più una decisione personale, quanto piuttosto un dato politico-culturale», scriveva Ratzinger. «Ci si aiutò con il pensiero che Dio alla fin fine si era scelto proprio questa parte della terra; la specifica coscienza cristiana ora divenne, al contempo, una coscienza di elezione politico-culturale. Dio aveva scelto proprio questo mondo occidentale. Oggi è rimasta l’estrinseca sovrapposizione di Chiesa e mondo; la convinzione, invece, che in questo modo - nell’involontaria appartenenza alla Chiesa - si nasconde anche una speciale grazia di Dio, un’eterna realtà di salvezza, è caduta. La Chiesa è, come il mondo, un dato della nostra specifica esistenza occidentale e dunque, come quel particolare mondo a cui apparteniamo, un dato del tutto casuale. Quasi nessuno, perciò, crede realmente che da questo dato di fatto del tutto casuale di natura culturale e politica che si chiama Chiesa possa dipendere una specie di salvezza eterna. Per l’uomo occidentale la Chiesa più o meno è, di fatto, un mero pezzo di mondo assolutamente casuale: essa, proprio per la sua sovrapposizione con il mondo (che estrinsecamente si è mantenuta), ha perso la serietà della sua pretesa».
Questo è il dramma che la Chiesa cattolica vive ancora oggi. Come uscirne? Ratzinger non auspicava chissà quali svolte settarie. Allo stesso tempo, però, non addolciva la purga: «Alla lunga», spiegava, «non può essere risparmiato alla Chiesa di smantellare pezzo per pezzo la sua apparente sovrapposizione con il mondo e tornare a essere quello che è: comunità dei credenti. Di fatto la sua energia missionaria non potrà che crescere grazie a queste perdite esteriori: solo se smette di essere qualcosa di ovvio e a buon mercato, solo se ricomincia a presentarsi per quello che è, potrà raggiungere con il suo messaggio l’orecchio dei nuovi pagani che finora potevano cullarsi nell’illusione di non essere pagani. Naturalmente il ripiegamento da tali posizioni esteriori porta con sé anche la perdita di notevoli vantaggi, che l’attuale intreccio della Chiesa con la realtà pubblica senza dubbio produce. Si tratta di un processo che, con o senza la collaborazione della Chiesa, avanza da sé, e al quale si deve dunque adattare».
Insomma, partita come piccolo gregge, la Chiesa è arrivata in Occidente a identificarsi con il mondo. Ma «oggi questa sovrapposizione è solo un’apparenza che copre la vera natura della Chiesa e del mondo e in parte impedisce alla Chiesa la sua necessaria attività missionaria. Così presto o tardi, con o senza il consenso della Chiesa, si realizzerà, dopo il cambiamento di struttura interno, anche un cambiamento esterno in direzione del pusillus grex. La Chiesa deve fare i conti con questo dato di fatto in modo tale da procedere in modo più circospetto nella prassi sacramentale e nell’annuncio, da distinguere tra annuncio missionario e annuncio ai credenti; il singolo cristiano dovrà tendere in modo più deciso a una fraternità di cristiani e nello stesso tempo aspirare a dimostrare la sua vicinanza al prossimo non credente attorno a lui in un modo veramente umano e così profondamente cristiano».
In buona sostanza l’Occidente moderno è pagano, non più cristiano. Per questo la Chiesa dovrebbe demondanizzarsi proprio per risultare più efficace nel mondo. Non chiudersi, ma rafforzarsi, tornare a presentarsi come via di salvezza e non come una fornitrice di morale come tante. «Per il cristiano di oggi», notava Ratzinger, «è diventato inimmaginabile che il cristianesimo, più precisamente che la Chiesa cattolica possa essere l’unica via di salvezza; in questo modo l’assolutezza della Chiesa, e anche la serietà della sua pretesa missionaria, anzi tutte le sue esigenze sono diventate intrinsecamente discutibili».
Questo percorso iniziato nel 1958 è proseguito per tutta la vita di Ratzinger. Nel 1969 il futuro papa scriveva che «gli uomini di oggi percepiscono la forma della fede come un peso; ma allo stesso tempo sono animati dall’esigenza di essere credenti. [...] Proprio oggi, per quanto paradossale possa suonare, c’è una nostalgia della fede: è evidente che il mondo della pianificazione e della ricerca, del calcolo esatto e della sperimentazione da solo non basta. In fondo ci si vuole liberare da esso tanto quanto dalla vecchia fede, il cui contrasto con il sapere moderno la fa diventare un peso opprimente». «L’uomo che si vuole limitare alla conoscenza sperimentale in senso stretto», proseguiva Ratzinger, «cade nella crisi della realtà, di conseguenza perde la verità. C’è in lui il grido che chiede la fede e che l’attuale momento storico non riesce a sopprimere, ma anzi rende più drammatico. C’è il grido che domanda liberazione dal carcere del positivismo, e c’è naturalmente anche il grido di liberazione da una forma di fede che la rende un peso, invece di essere la forma della libertà».
Ed eccoci al nocciolo di tutte le questioni. Come fa la fede a tornare libera? Non temendo di annunciare la Verità. Non adattandosi al mondo, ma ribadendo ciò che lo trascende e resta sempre vero. In questo modo ci si libera dai condizionamenti terreni, dalle piccinerie di ogni giorno. Certo è una via impervia, perché può richiedere sacrifici (chi si presenta come annunciatore della verità non ha vita facile), ma è l’unica che abbia senso praticare. Annunciare la verità non significa, però, credersi eletti o illuminati. Anzi, vuole dire soprattutto riconoscere il bisogno di salvezza che si ha. La fede è questo: affidarsi fiduciosi a chi salva. E dunque atto fondamentale è la preghiera. «In termini generali la preghiera è l’atto religioso fondamentale», dice Ratzinger nel suo testo inedito del 2021. «È in qualche modo il tentativo di entrare concretamente in contatto con Dio. La peculiarità della preghiera cristiana sta nel fatto che si prega insieme a Gesù Cristo e al contempo si prega Lui. Gesù è in egual misura uomo e Dio e può così essere il ponte, il pontifex, che rende possibile superare l’abisso infinito tra Dio e uomo. In questo senso Cristo è, generalmente parlando, la possibilità ontologica della preghiera. Ma egli è poi anche la guida pratica alla preghiera». La preghiera è gesto fondamentale di «demondanizzazione»: rende la fede libera e viva, la disintigue dai rituali stanchi.
«La preghiera cristiana, in quanto pregare insieme a Gesù Cristo, è sempre ancorata nell’Eucaristia, conduce a essa e all’interno di essa. L’Eucaristia è la preghiera compiuta con tutto l’essere. Essa è la sintesi di critica al culto e di vero culto. In essa Gesù ha fatto suo il no al puro parlare e il no ai sacrifici animali e ha messo al loro posto il grande si della sua vita e della sua morte. Così l’Eucaristia rappresenta la definitiva critica al culto e al contempo il culto nel senso più ampio del termine. Lo hanno bene evidenziato i Padri, da un lato caratterizzando il paganesimo come consuetudo, come consuetudine, dall’altro caratterizzando il cristianesimo come un pregare». In un mondo divenuto pagano, non resta che la preghiera come via di salvezza. Consapevoli che nulla rende più liberi della verità.





