Sabato, a Brescia, il clima era torrido. Eppure il caldo sfiancante non ha impedito a centinaia di persone di affollare la platea per seguire i dibattiti della seconda edizione di «Alzati Europa - Il coraggio della verità», il grande evento organizzato da Paolo Inselvini, eurodeputato di Fratelli d’Italia-Ecr. Una kermesse che ha riunito politici, amministratori, intellettuali, imprenditori per discutere del futuro dell’Europa da una prospettiva conservatrice ma variegata e aperta. I temi culturali e quelli sociali e politici si sono intersecati in modo costruttivo e stimolante, segno che a destra la vitalità e le idee non mancano.
Tra gli ospiti di rilievo della manifestazione c’era il ministro per gli Affari Europei, il Pnrr e le Politiche di coesione, Tommaso Foti. Il ministro ci ha concesso una lunga intervista che sarà visibile integralmente oggi sul canale Youtube TV Verità. Qui ne riportiamo i passaggi salienti sui temi, più attuali che mai, delle politiche energetiche e green.
Ministro, il clima politico europeo è cambiato. Ma sembra che i vertici di questa Ue, su alcuni temi, fatichino a cambiare atteggiamento. Soprattutto sulle questioni green.
«È indubbio che il condizionamento ideologico della passata Commissione abbia dato un’impronta. Questo vale soprattutto per la burocrazia che è sicuramente chiusa verso l’esterno e che ritiene, a mio avviso sbagliando di grosso, che quanto è stato una volta pensato debba essere vangelo. Il tema dell’energia oggi non riguarda soltanto una questione di natura ambientale. Oggi energia significa innanzitutto indipendenza nazionale e nel caso di specie indipendenza europea. È evidente che nel momento in cui noi abbiamo dei costi dell’energia che sono tre o quattro volte superiori a quelli ad esempio degli Usa, andare sui mercati e competere diventa difficile. È vero che fino a oggi ci siamo difesi grazie alle peculiarità della manifattura italiana, ma oltre una certa soglia non si riesce ad andare. Oggi abbiamo anche dei limiti di tipo produttivo perché le aziende energivore è evidente che si trovano in una situazione di totale impossibilità di competere».
Difficile sostenere il contrario.
«Prendiamo il settore della ceramica. Qualcuno può spiegare che cosa può fare di più di quanto non abbia già fatto, visto che sul piano tecnico non vi è un’alternativa? Non si tratta di dire che c’è un’alternativa molto costosa. No, oltre al limite a cui si è arrivati non si riesce ad andare. E allora significa che si stanno applicando impostazioni ideologiche».
Ha accennato alla ceramica, però c’è un caso emblematico di come le fissazioni green abbiano prodotto disastri: l’industria dell’auto. Il caso di Volkswagen è drammatico.
«È un disastro annunciato. A differenza della ceramica che citavo prima, quello dell’automotive è un disastro che vede anche un po’ di complicità dell’industria dell’automobile. Perché inizialmente non vi è stata l’alzata di scudi che doveva esserci, nella convinzione che si potesse addirittura cambiare linea senza avere particolari scossoni. Poi, pian piano, ci si è resi conto che in realtà il passaggio all’elettrico, che tra l’altro sarà impossibile da effettuare completamente, era ingestibile. E purtroppo l’industria tedesca, ma anche l’industria italiana, soprattutto per quanto riguarda la componentistica, oggi vede nero».
Ritornando al caldo, c’è chi in questi giorni, penso al commissario Ue all’Ambiente Hoekstra, ha sostenuto la necessità di continuare con gli Ets proprio usando le temperature come leva.
«Quello degli Ets è un grande problema su cui si scontrano due impostazioni: la nostra e quella dei Paesi nordici, dove l’industria ha un peso molto diverso da quello che ha altrove. Noi continuiamo a sostenere che sia una tassa aggiuntiva che rischia fortemente di mandare in crisi tutto il settore dell’industria. Loro sostengono, invece, che si tratti semplicemente di fare diventare l’industria più green. In realtà dietro tutto questo cosa si nasconde anche un mercato delle quote, con una speculazione finanziaria che non penso abbia nulla a che vedere con l’ambiente. Ecco perché l’Italia ha insistito molto per la revisione dell’Ets. E posso dire che all’ultimo Consiglio europeo è stata accettata un’impostazione che dovrebbe prevedere, per la metà di luglio, una Commissione europea che dia una indicazione diversa, speriamo nuova, rispetto all’Ets».
Diversa come?
«Quando si dice diversa non si sa mai se è meglio o peggio».
Spesso con l’Ue «diverso» significa peggiore.
«Non a caso ho detto diversa. Spero che non sia da intendere come peggiore. Se così fosse, penso che si dovrebbe riavvolgere il filo e chiedersi se non ci sia dietro un diabolico piano che punti alla deindustrializzazione dell’Europa».
Ultimamente abbiamo visto qualche segnale di cambiamento. Si è parlato addirittura della formazione di una «maggioranza Giorgia». Che in effetti ha ottenuto in materia di immigrazione un cambio di approccio importante.
«Qui bisogna dire una cosa. Sull’immigrazione c’è sicuramente una trasversalità diversa. Faccio un esempio: la Danimarca, che ha sicuramente un governo non di centrodestra, si è messa quasi capofila accanto a Georgia Meloni per la totale inversione del racconto sull’immigrazione. E siamo riusciti finalmente a far passare il principio per cui l’immigrazione clandestina va combattuta anziché alimentata. Sull’industria, invece, vi è una differenza di impostazioni. Se da noi l’industria pesa significativamente e in altri luoghi pesa molto meno, è chiaro che si avverte molto meno in quei luoghi l’impatto di certe misure rispetto a quel che accade da noi».
Quindi anche la «maggioranza Giorgia» ha comunque più difficoltà sulle questioni industriali e sul green.
«Sì, ha più difficoltà. Spero tuttavia che vi sia una convergenza dei grandi Paesi europei, dei grandi della manifattura europea a partire dalla Germania. Qui poi si inserisce un altro argomento».
Quale?
«La Spagna ha un mix di nucleare ed energie rinnovabili che le consente di avere un prezzo dell’energia molto più basso del nostro. Noi paghiamo la scelta idiota di essere usciti dal nucleare. Negli anni Ottanta eravamo leader del nucleare in Europa e ce ne siamo usciti proprio nel momento in cui avevamo indicato a tutti l’alternativa a un mercato molto condizionante sotto il profilo politico. Su questo tema dobbiamo fare ragionare l’Europa. Se il secondo Paese manifatturiero del continente va in crisi non è che gli altri ne possono godere. Semmai ne gode qualche Paese che in questo momento ha una grossissima sovrapproduzione perché non è in grado di avere una domanda interna che assorba. Ogni riferimento alla Cina...».
Ginevra Cerrina Feroni è giurista, docente di Diritto costituzionale Italiano e Comparato all’Università di Firenze, ed è vicepresidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali. Ha appena pubblicato un saggio estremamente interessante intitolato Il pensiero conforme. Per una critica costituzionale del politicamente corretto (Rubbettino), che non potrebbe essere più attuale.
Leggendolo, non si può non pensare alle polemiche deliranti ma feroci che attraversano da qualche tempo i circoli ristretti della cultura italica.
Professoressa, non possiamo non cominciare dall’attualità. Da settimane assistiamo a dibattiti surreali, a censure. E il caso più delirante è forse quello che riguarda il famigerato patentino antifascista richiesto agli editori per partecipare alla manifestazione Più libri più liberi.
«Sono continue manifestazioni di ciò che ho studiato e affrontato nel mio libro. Il politicamente corretto è una forma di limitazione, di conformazione dell’agire di un individuo a dei parametri, dei paradigmi che si assumono meritevoli, accettabili per la cultura dominante. Il tema del patentino - che a me ricorda per la verità il Green pass di pandemica memoria - è esattamente questo: è una valutazione ex ante sulla accettabilità della presenza di alcuni editori a un consesso nel quale si dovrebbe rappresentare nella sua massima estensione il pluralismo delle idee, la libertà del dibattito, il confronto anche duro. Questa è la cultura».
Questo confronto pare però che non sia possibile.
«Non ammesso, non è consentito. Si chiede una dichiarazione preventiva di appartenenza al salotto buono delle idee che sono ritenute accettabili e da un punto di vista costituzionale lo trovo abbastanza criticabile. Esiste già un articolo della Costituzione, il 54, che obbliga tutti i cittadini a rispettare la Costituzione e i valori su cui la Costituzione è fondata. E sicuramente la nostra Carta non è fascista. C’è già una disposizione transitoria che vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista. Dunque un patentino, un Green pass di questo tipo è pleonastico. È evidente ci sia dietro un’altra ratio, una finalità diversa».
C’è un altro punto. La definizione di fascismo utilizzata da certi ambienti progressisti è del tutto arbitraria. I cui confini di questa definizione vengono stabiliti da coloro che ordinano il dibattito: sono loro che possono allargare o restringere questa definizione a seconda del loro gusto.
«Ha ragione. Aggiungo qualche particolare. Esistono già normative, che per altro sono antiche, penso alla legge Scelba, che puniscono l’apologia del fascismo. Poi c’è la legge Mancino che invece innesta l’elemento della propaganda ad esempio volta a evidenziare la superiorità di una razza rispetto ad un’altra. La Corte di Cassazione a sezioni unite nel 2024, a proposito del saluto romano, ha correttamente perimetrato il tema dell’apologia del fascismo. E ha detto chiaramente che ogni azione volta propagandare l’ideologia fascista deve essere accompagnata da atti concreti, cioè ci deve essere il pericolo reale che quell’attività possa dare vita a una forma di riorganizzazione che possa portare a delle azioni concrete. Gli americani direbbero che ci deve essere il “clear and present danger”, cioè ci deve essere un chiaro e presente pericolo perché altrimenti si puniscono astrattamente le idee e si va a toccare la libertà del pensiero».
È un pilastro liberale: si puniscono eventualmente le azioni e non i pensieri. Invece queste forme di Green pass culturale puntano proprio a sanzionare i pensieri: il potere stabilisce arbitrariamente chi sia il sano e chi invece il malato da curare. Potremmo dire che il politicamente corretto è una forma di medicalizzazione del pensiero.
«Penso di sì. A proposito del Green pass, uno strumento che io personalmente ho criticato da cultrice del diritto costituzionale, vorrei ricordare che era un abilitatore di diritti. Noi abbiamo dei diritti, ce li riconosce la Costituzione, quello strumento in realtà abilitava chi poteva fare determinate cose e chi no, chi era un cittadino a tutti gli effetti e chi non lo era. E qui si sta facendo la stessa cosa, c’è una sorta di polarizzazione della società, ci sono i buoni, i corretti e ci sono coloro che non hanno più diritto di stare dentro il consorzio civile. Durante il Covid si trattava di essere espulsi dal consorzio umano, perché alcune persone sono state completamente escluse financo dal lavoro, che è tra l’altro l’asse portante su cui si regge l’intera architettura costituzionale. Il politicamente corretto fa così, divide. Divide le persone che possono avere diritto di parola da quelle che devono essere escluse, ghettizzate, isolate o addirittura boicottate, offese e denigrate».
Questo è però un meccanismo totalmente e tipicamente totalitario.
«Certo. Totalitario nella misura in cui, come in tutti i regimi totalitari, si è escluso il dissenso. Ciò che dovrebbe fare un regime democratico è tutelare il pensiero dissenziente rispetto all’opinione della maggioranza. Nella tutela del dissenso, di qualunque dissenso si tratti, rispetto alla politica e alla cultura dominante, lì si vede l’indice di democrazia di un sistema. Tutti i regimi autoritari totalitari hanno operato in nello stesso modo, attivando ad esempio operazioni di pulizia del linguaggio».
Che guarda caso è ciò che fa il politicamente corretto.
«È la nuova semantica, l’igiene verbale. Alcune parole vengono escluse dal vocabolario, non si possono più pronunciare. In questa attività tipica di manipolazione del linguaggio c’è tutto Orwell. C’è la neolingua, si individuano nuove parole, si cassano le parole della vecchia lingua perché quando non ci sono più le parole non si riescono più a esprimere nemmeno i pensieri. Questo l’ha fatto qualsiasi regime totalitario, è indice del fatto che un sistema non è più democratico».
Come siamo arrivati a questo punto? Qual è la storia di questa malattia del pensiero?
«Il politicamente corretto prevedeva inizialmente misure dirette a evitare offese o svantaggi per membri di particolari gruppi sociali. Potremmo anche dire che nasce con ottime intenzioni ma poi si è trasformato in uno strumento volto a imbrigliare nell’accusa odiosa di intolleranza e di odio qualsiasi parere contrario a ciò che viene imposto come cultura. L’origine storica non è univoca. Per come lo intendiamo noi oggi, dobbiamo farne risalire le origini agli Stati Uniti degli anni Sessanta. Ma nel contesto del marxismo-leninismo essere politicamente corretti significava essere conformi ideologicamente alla linea del partito. Qualsiasi deviazione, diciamo così, dalla ortodossia del partito era intesa come un tradimento della causa proletaria, era una vera e propria eresia».
Beh, non è che oggi sia il quadro sia tanto diverso...
«In effetti non è cambiato molto».
Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Associazione italiana editori, risponde rapidamente e sorridendo: «E certo!». Lo abbiamo colto alla sprovvista con la nostra telefonata, e gli abbiamo domandato a bruciapelo: «Ma quindi nonostante tutte le polemiche il patentino antifascista per accedere alla fiera Più libri più liberi è ancora in vigore?». La risposta è appunto quella: «E certo». Cipolletta ci dice anche che sull’argomento non vuole intervenire. E rispettiamo la sua volontà, anche perché gli riconosciamo di aver avuto in passato posizioni molto apprezzabili. Mesi fa, quando esplose il delirio perché alla fiera editoriale romana era presente la casa editrice di destra Passaggio al bosco, il presidente tenne il punto, e rifiutò di procedere a epurazioni.
E proprio perché l’ultima volta non è stato possibile censurare, ecco che a questo giro i responsabili della fiera si sono inventati il patentino. Secondo il vertice dell’Aie si tratta del modulo di adesione alla manifestazione, che è stato inviato a tutte le case editrici interessate. Il problema è che di quel modulo, rispetto alle passate edizioni, sono state cambiate alcune parti, e viene fatta esplicita richiesta di «riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione italiana». Facile: o ti dichiari antifa o resti fuori. Quel passaggio è rimasto identico nonostante numerose voci - a partire da quella della presidente del Consiglio - ne abbiano fatto notare nelle scorse settimane il piglio liberticida e il gusto per la mordacchia.
Cipolletta non vuole commentare, ripete che sul tema, dopo la pioggia di critiche, è stata aperta una riflessione. Anche altri operatori dell’Aie confermano: stiamo riflettendo. E sarà pure. Ma viene da chiedersi: quanto dura questa riflessione? Quanto si devono arrovellare gli editori? Il sospetto è che sperassero nemmeno troppo segretamente che dalla faccenda non si parlasse più. In effetti, dopo qualche giorno di furibonda polemica, altre grane hanno preso il sopravvento, a partire dal polverone sollevato dalle parole di Michele Mari sul torpedone del Premio Strega. Ieri però a riaccendere il fuoco ci ha pensato Marco Travaglio sul Fatto quotidiano. Nell’editoriale di prima pagina ha raccontato che Paper First, la casa editrice legata al giornale, ha ricevuto il famigerato modulo di adesione. Cioè il patentino antifascista.
Travaglio, con gesto che riscuote tutto il nostro apprezzamento, ha fatto sapere che non firmerà. Nel modulo, scrive il direttore del Fatto, si richiede non solo la dichiarazione di antifascismo, ma si impone agli editori di «impegnarsi a rispettare tutte le disposizioni di legge e i regolamenti... inclusi quelli in materia di diritto d’autore, pubblica sicurezza, prevenzione incendi, igiene e sicurezza sul lavoro...». Non è solo un patentino antifascista, dunque, ma pure un patentino antincendio. Travaglio, dunque, non firma per «sacro rispetto del senso del ridicolo». E aggiunge: «Siccome nessuna norma impone a privati cittadini, come gli editori, di essere democratici e antifascisti (e meno male, sennò chi lo è per scelta spontanea verrebbe accomunato a chi finge di esserlo per farla franca), l’obbligo di firma per presentare libri non ha senso. A meno che non miri a discriminare chi non si riconosce nella democrazia e nella Costituzione, cosa del tutto legittima per chi non ricopre né cerca cariche pubbliche». Conclusione feroce: «Era il fascismo che pretendeva dichiarazioni e giuramenti per discriminare gli antifascisti. Una democrazia che usi lo stesso trattamento a chi non vi si riconosce non è più tale: è, appunto, una nuova forma di fascismo».
Più che una nuova forma di fascismo a noi sembra di vedere una vecchia forma di comunismo, ma in fondo si tratta di sottigliezze. Il punto, semmai, è capire come sia possibile che non siano ancora stati presi provvedimenti. Giorgia Meloni è intervenuta due settimane fa circa sulla questione. Da allora alcuni editori coraggiosi, per primo Manuel Grillo di Settecolori, hanno dichiarato pubblicamente che non avrebbero firmato il modulo considerandolo assurdo e discriminatorio. Fior di intellettuali si sono espressi con vigore contro il patentino. Massimo Cacciari ha fatto sapere che non avrebbe più pubblicato per Adelphi se l’editore avesse approvato il modulo. Luciano Canfora ha demolito le tentazioni censorie degli organizzatori della fiera. Giuseppe Iannaccone, vertice del Centro per il libro e la lettura che finanzia con svariate decine di migliaia di euro la fiera ha detto al nostro giornale che se il patentino rimanesse forse si dovrebbe valutare un miglior impiego di quei fondi.
Eppure nulla si è davvero mosso. Giova ricordare che Più libri più liberi, rassegna organizzata dalla Associazione italiana editori, prende fondi pubblici dal ministero della Cultura tramite il suddetto Centro per il libro e la lettura, ma percepisce denaro anche dalla Regione Lazio, da Roma Capitale e dalla Camera di Commercio di Roma. Domandiamo: il Comune di Roma approva il patentino? La Camera di commercio lo gradisce? Soprattutto: il ministero non dovrebbe esprimersi con chiarezza e determinazione? Forse qualche parola del ministro della Cultura sarebbe opportuna, e spingerebbe gli editori a ragionare più rapidamente. La riflessione l’hanno aperta, come no. Ma sarebbe anche ora di chiuderla, e alla svelta. Quel patentino è un insulto alla libertà e all’intelligenza, e che venga pagato con il nostro denaro è una ingiustizia a cui va posto rimedio prima di subito.





