Come era prevedibile, la grandissima parte dei media italiani ieri ha riportato con grande entusiasmo alcune frasi che il pontefice ha dedicato alla remigrazione, rispondendo fugacemente a una domanda sul tema che gli è stata posta mentre usciva da Castel Gandolfo. «Non mi sembra una risposta cristiana», ha detto Prevost.
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?
Giuseppe Iannaccone, autorevole storico della letteratura, è presidente del Centro per il libro e la lettura, cioè una delle istituzioni che finanziano con denaro pubblico la manifestazione Più libri più liberi, organizzata in collaborazione con l’Associazione italiana editori (Aie), i cui gestori hanno pensato di imporre una sorta di green pass antifascista nel tentativo di escludere editori di destra.
Una decisione duramente contestata da Giorgia Meloni e pure da qualche intellettuale libero come Massimo Cacciari («Se Adelphi firma il patentino non pubblicherò più con loro», ha detto il filosofo a Otto e mezzo) o l’editore di Settecolori Manuel Grillo. Ci sono però numerosi autori progressisti che la mordacchia antifa la apprezzano e anzi sostengono che il vero problema siano le uscite della Meloni. Altri, come Gianni Oliva ieri sulla Stampa, scrivono che la censura è sbagliata perché fa pubblicità agli editori destrorsi, non per altro. Insomma, il dibattito culturale è più tetro che mai.
Solo dal Centro per il libro, Più libri più liberi percepisce tra i 170.000 e i 180.000 euro. A cui si aggiungono i fondi della Regione Lazio, di Roma Capitale, della Camera di commercio... Viene da chiedersi se, a fronte di certe esibizioni di intolleranza, non sia il caso di sospendere l’erogazione di questi soldi.
Professor Iannaccone, che pensa di questa storia del cosiddetto patentino antifascista?
«Sono rimasto sorpreso. Ero convinto che si facesse tesoro delle polemiche strumentali della scorsa edizione e, senza ambiguità e concessioni a frange limitate ma chiassose del mondo letterario italiano, si seguisse alla lettera l’intento della fiera contenuto già nel suo nome. Il libro è libertà: sottoporlo al vaglio - della morale o dell’ideologia - significa contraddirne la funzione. L’idea stessa di una patente è più ridicola che pericolosa, più ipocrita che violenta. Mi sembra un espediente propagandistico che non ha nulla a che vedere con il senso democratico di un festival dell’editoria: che ha nella pluralità, perfino nel conflitto delle idee, la sua ragione più nobile».
Voi come contribuite a Più libri più liberi?
«Il ministero della Cultura, tramite il Centro per il libro e la lettura, sostiene iniziative come Più libri e più liberi, al pari di altri appuntamenti che hanno lo scopo di promuovere la lettura. Questo, in particolare, ci sta a cuore, perché la valorizzazione della piccola e media editoria rappresenta un mezzo decisivo per incentivare la bibliodiversità come occasione di ricchezza e pluralità di linguaggi e punti di vista. Se questo principio viene meno, verrebbe meno anche la ragione del nostro sostegno».
Quindi valutate la possibilità di togliere fondi o chiudere la collaborazione se andranno avanti su questa strada?
«La nostra collaborazione con l’Aie, Associazione italiana editori, è consolidata da anni. Lavoriamo in sintonia perché ci animano obiettivi comuni. Siamo convinti che i suoi vertici possano tornare sui loro passi: non è nell’interesse di nessuno frapporre ostacoli a questo dialogo, tanto meno ciò potrà accadere a causa di una scelta improvvida, così palesemente settaria, anacronistica e contraria ai dettami di quella Costituzione a cui ci si appella spesso, come in questo caso, in modo strumentale».
Ma vi hanno consultato prima di proporre questo patentino, o come si voglia chiamarlo?
«Anche questo ci ha sorpreso. Abbiamo una interlocuzione molto positiva con la presidente Annamaria Malato, da sempre attenta a dare spazio a culture e opinioni diverse. Sono convinto che qualche curatore dell’edizione di quest’anno abbia ritenuto utile appellarsi a un antifascismo di maniera per compattare una certa area politica. Temo che sia stato un boomerang se, come vedo, anche ampi settori del pensiero liberale, riformista e di sinistra rifiutano questa deriva censoria. Ecco, la reazione del mondo intellettuale libero italiano è per noi una buona notizia. Il conformismo e il dogmatismo possono essere combattuti, anche da punti di vista trasversali. Non è una battaglia di parte, insomma. E questo è un bene per la difesa del pensiero libero».
Non è però la prima volta che a Più libri più liberi si vedono boicottaggi e tentativi di censura. Non le sembra che si dovrebbe cambiare orientamento?
«Sono stati fatti errori, in passato, è vero, che però sembravano fossero stati corretti. C’è un problema a monte: quando si dà spazio, perfino nella presentazione ufficiale dell’evento, a personaggi squalificati in cerca di visibilità si rivela - per quanto in buona fede - un certo sentimento di subalternità psicologica nei confronti di ambienti inclini al ricatto e alla discriminazione. Ritirare questa improvvida idea della patente antifascista non servirà solo a ripristinare delle forme di civile convivenza delle idee ma anche e soprattutto a ribadire il valore della cultura come luogo di discussione senza preconcetti».
La sinistra italiana, è un fatto, non è mai uscita dalla logica del green pass. Anzi, si potrebbe dire che l’introduzione di lasciapassare sia la sua ambizione ultima, il compimento dei sogni progressisti di controllo sociale e rieducazione permanente. Non a caso Elly Schlein ha apprezzato l’idea che per partecipare alla fiera Più libri più liberi di Roma venga introdotto un patentino antifascista.
«Anche Giorgia Meloni ha giurato sulla Costituzione e la Costituzione è antifascista», ha detto Schlein. «Nel garantire la libertà di manifestazione del pensiero non considera il fascismo un’opinione, ma lo mette al bando. Viviamo in un Paese che ha una Costituzione scritta da chi ha fatto la Resistenza per liberarci dal regime fascista e dall’occupazione nazista». È il solito falso storico: non solo nella Costituzione non si parla mai di antifascismo, ma di sicuro non è previsto che i cittadini, per potere esercitare i propri diritti, debbano firmare dichiarazioni in cui si impegnano a rinunciare a questa o quella posizione politica. Se una casa editrice non viene chiusa perché in qualche modo tenta di ricostituire il partito fascista, ha diritto di lavorare esattamente come le altre, e non deve in alcun modo subire ostracismi e discriminazioni.
C’è poi un’altra questione decisamente rilevante, che riguarda la definizione stessa di fascismo. Va precisato che in questo caso non si sta discutendo di concedere o meno ai fascisti il diritto di parola. Non si tratta nemmeno di ricordare, come ha fatto il ministro Nordio, che grandi strutture dello Stato liberale sono state edificate su fondamenta fasciste. Qui, a dirla tutta, il fascismo non c’entra proprio un accidente. Il fatto è questo: non esiste un partito o un movimento fascista sovrapponibile a quello storicamente esistito (e di cui la Costituzione proibisce la ricostruzione), e di sicuro non esiste un regime fascista. Dunque che cosa sia in effetti il fascismo oggi è assolutamente opinabile. Ciò che fanno i progressisti è fissare i limiti del campo semantico: sono loro a stabilire che cosa sia fascista e che cosa no. Sarebbe facile dimostrarlo concretamente. Se una delle case editrici definite fasciste dovesse in effetti firmare una dichiarazione di antifascismo, pensate che i gendarmi rossi della cultura la lascerebbero in pace e le consentirebbero di presentarsi in fiera senza problemi? Certo che no. Comincerebbero a spulciarne il catalogo per dimostrare che mente, che è fascista ma non vuole dichiararlo. La mossa successiva sarebbe dunque l’introduzione di regole sulla pubblicazione dei libri, di bandi ad hoc per questo o quell’altro autore e via perseguitando.
Funziona sempre così: i progressisti segnano i confini e pretendono che si esibisca un passaporto per poterli oltrepassare. È, appunto, la stessa logica del green pass: il potere decide chi sia sano e chi malato, stabilisce una definizione di malattia del tutto artificiale, fondata su criteri arbitrari, e in base a quella procede a dividere la popolazione tra sommersi e salvati. È una logica totalitaria, che in teoria contraddice potentemente lo spirito e la lettera della «Costituzione più bella del mondo».
Si potrebbe anche sostenere, per paradosso, che siamo di fronte a una sorta di perversione del concetto - tanto odiato dalla sinistra - di remigrazione. Spieghiamo. Il progetto della remigrazione prevede, in una fase decisamente avanzata, che gli stranieri non assimilati vengano rimpatriati. Come noto, i progressisti sostengono che si tratti di un piano nazistoide e razzista, ferocemente esclusivo. Provate dunque a immaginare che cosa direbbero se agli stranieri venisse richiesto di firmare una sorta di dichiarazione di assimilazione al fine di ottenere un patentino di italianità: di sicuro si strapperebbero i capelli gridando che stanno tornando le leggi razziali. Peccato che, tramite il patentino antifascista, loro facciano la stessa cosa: pretendono assimilazione culturale, e vogliono escludere chi non la accetta. La differenza è che la remigrazione è notevolmente più rispettosa. Non prevede patentini e non pretende di valutare le posizioni politiche. E quando parla di assimilazione lo fa a proposito di un patrimonio culturale, sociale e storico millenario, a cui aderire è facile oltre che piacevole. La remigrazione non pretende uniformità di pensiero, ma lavora per preservare le differenze e le culture. Esattamente ciò che i progressisti vogliono cancellare in nome dell’uniformità, salvo poi fare la morale agli altri accusandoli di essere disumani.
Comunque sia, ci sono notevoli elementi per sostenere che il patentino antifascista sia - quello sì, a differenza della remigrazione - profondamente razzista e discriminatorio. Come il green pass, appunto. Toccherebbe allora che qualcuno ci spiegasse per quale motivo venga sostenuta da denaro pubblico una manifestazione culturale (o sedicente tale) che mostri spinte razziste. Ricordiamo che Più libri più liberi, rassegna organizzata dalla Associazione italiana editori, prende fondi pubblici dal ministero della Cultura tramite il Centro per il libro e la lettura, dalla Regione Lazio, da Roma Capitale e dalla Camera di Commercio di Roma. Se fosse introdotto il patentino antifascista, sarebbe il caso di interrompere immediatamente tutte queste erogazioni, perché non è accettabile che una manifestazione foraggiata dai contribuenti promuova esplicite e immotivate discriminazioni. Ci auguriamo che qualcuno, almeno al ministero della Cultura, prenda su questo immediati provvedimenti. A dirla tutta, sarebbe il caso che il governo - dato che il presidente del Consiglio ha affrontato con tanto coraggio l’argomento - aprisse una seria riflessione pure sulle varie «dichiarazioni di antifascismo» che numerosi Comuni richiedono a chi voglia organizzare incontri pubblici, presentazioni di libri e conferenze. Non solo a Roma: in mezza Italia esistono i green pass della cultura, e sarebbe ora di toglierli di mezzo.





