Chi siano e quale sia la loro provenienza ideologica è più che chiaro a tutti, compresi i loro sponsor. Del resto, i metodi parlano per loro: attacchi dieci contro uno, calci a un agente a terra senza casco e, soprattutto, le martellate che fanno vero antifascista. Sono antagonisti dei centri sociali, caricatura del comunismo che fu, residui bellicosi di un passato sconfitto. Gente che accetta e alimenta il conflitto sociale solo se può stravincere giocando sporco, consapevole di avere le spalle politicamente coperte. Chi siano lo sanno tutti, ma indovinate a chi danno la colpa? Ai fascisti, alla destra. Sulle prime, come sempre, i coraggiosi progressisti hanno taciuto, sperando che le imprese dei loro protetti passassero sotto silenzio: dopo tutto il più delle volte finisce così.
Però a questo giro è saltato fuori un video vergognoso, la ripresa di una masnada di esaltati che infierisce su un poliziotto ferito e lo colpisce, lo colpisce, lo colpisce per fargli male. Zitti non potevano più rimanere ma, forse, nel silenzio avrebbero fatto miglior figura. Ecco, allora, Riccardo Ricciardi dei 5 stelle rapido a girare la frittata: «È schifoso vedere picchiato così un poliziotto, dieci contro uno, proprio come fanno i fascisti», dice. «È schifoso prendere questo fatto ignobile e accusare tutte le persone che, per diverse cause, sono scese in piazza in questi mesi. È schifoso sentire che la premier strumentalizzi immediatamente la violenza subita da quell’agente, per la sua battaglia politica contro la magistratura». È schifoso picchiare, sostiene. Ma non dice chi picchia, non tira in ballo i centri sociali e i rivoluzionari del sabato pomeriggio: cita il fascismo, accusa il governo.
Punta alla destra pure Debora Serracchiani del Pd: «Gli antagonisti che hanno devastato Torino sono stati condannati subito e senza ambiguità. Da tutti. Com’è accaduto in altre situazioni simili. Perché quanto è successo è gravissimo», dichiara mentendo. Poi, la giravolta: «Ma è gravissimo anche ciò che sta accadendo in queste ore. La destra sta usando quei fatti per accusare centrosinistra e magistratura di complicità con i violenti. Questo è un attacco diretto alle istituzioni della Repubblica, non una difesa dello Stato. Accusare giudici e opposizioni di essere complici dei violenti è una strategia pericolosa. È il metodo di chi, come Donald Trump, ha provato a delegittimare le istituzioni per rafforzare il proprio potere. In Italia non deve passare». Ah, ma pensa. Le accuse di complicità sono pericolose. Ma allora perché il Pd e tutta l’area progressista passano le giornate a chiedere al governo di prendere le distanze da questo e da quello, compresi i fatti degli anni di piombo? Per questo fa molto sorridere Elly Schlein che annuncia di aver parlato con la Meloni (bene) e poi si dice preoccupata dalle «strumentalizzazioni»: fatte da chi, dai suoi?
Siamo certi infatti che stavolta non vedremo servizi di La7 sulle trame rosse e i legami fra la sinistra istituzionale e i martellatori degli squat. Anzi, quelli che i legami ce li hanno - e pure belli robusti - li difendono e di nuovo parlano a vanvera di fascismo e repressione. Come Marco Grimaldi di Avs, che era in piazza con Askatasuna (pensare che sarebbe accaduto se, per dire, un leghista si fosse fatto vedere in una manifestazione di destra, pur pacifica). Grimaldi si finge inflessibile sul pestaggio dell’agente: «Quella scena ci disgusta, non doveva succedere e lo dico chiaramente a chi ha commesso quel reato: così si fa il gioco di chi vuole i decreti sicurezza e di chi descrive Torino come il centro dell’eversione italiana, mentre invece sta diventando un laboratorio di repressione come sanno bene i No Tav e come abbiamo visto con il caso Shahin».
Che splendida arrampicata: il problema delle martellate è che fanno il gioco del governo autoritario che reprime. Meraviglioso. «Vogliono prendersi lo scalpo di Torino per via militare, magari per giustificare una prossima Minneapolis anche in Italia», spara Grimaldi, in una escalation che culmina nella frase: «Quelle immagini non ci sarebbero mai state senza lo sgombero di Askatasuna».
Fino a prova contraria, gli unici che si mostrano per le vie in assetto militare sono i centri sociali, o quel che ne resta. Falliti politicamente, falliti umanamente, restano vivi perché picchiano e guidano gli assalti di piazza, solo così possono sopravvivere. E ci riescono perché una intera area politica li tollera o li spalleggia.
La sinistra a Torino ha protetto Askatasuna fino a un istante prima dello sgombero, pur sapendo benissimo quale fosse la storia anche criminale di quel posto. E adesso finge di non sapere, di prendere le distanze, di indignarsi. Fingono tutti di non sapere, eppure portano in palmo di mano Zerocalcare, l’eroico fumettista che lavora per le multinazionali come Netflix ma poi si balocca con la guerriglia antagonista e disegna le locandine per le manifestazioni di Aska. Come lo applaudono, Zero, quando boicotta le manifestazioni culturali (lasciando, però, che vi si vendano i suoi libri) perché lui con i fascisti non ci vuole stare. Chissà se qualcuno, adesso, rifiuterà di sedersi a fianco dell’artista che protegge i martellatori del centro sociale.
Se non altro, quelli di Askatasuna sono coerenti. Predicano la violenza sovversiva e la esercitano, non fanno mistero delle loro intenzioni e delle loro passioni. Quelli che a sinistra li coprono, sono peggio: blaterano di democrazia e diritti, salgono sul piedistallo e danno lezioni di morale, si arrogano il diritto di decidere chi sia presentabile e chi no. Ma proteggono gli antagonisti rabbiosi. E per cosa, poi? Per fingere di essere ancora ancorati alla realtà di strada, per scimmiottare la rivoluzione, per ricordarsi di quando erano giovani e menavano le mani. Hanno perso la falce dei lavoratori, gli resta il martello del branco acefalo e picchiatore.
Susanna Tamaro, che cosa hanno in comune la vicenda di Vittorio Sgarbi e quella della famiglia nel bosco che lei ha messo in parallelo sul Corriere della Sera?
«Hanno in comune la psichiatrizzazione della persona, di Sgarbi e dei bambini. Cioè il fatto che chi non rispetta dei canoni di normalità efficiente è classificato come persona bisognosa di cure, di tutori e via dicendo. È una cosa veramente vergognosa, segno di regimi totalitari. Una democrazia non può imporre la psichiatria come metro di giudizio nei riguardi delle persone. Per le persone è normale avere un momento di cedimento, di debolezza. Accanirsi chiedendo tutele psichiatriche è una crudeltà assoluta e non rientra nell’ambito della civiltà, almeno per come la conosciamo noi».
Anche ai tempi del Covid c’era chi chiedeva una normalizzazione di questo genere per i non vaccinati...
«Certo. Tutto questo sistema poliziesco nasce da lì, certamente».
Sulla famiglia del bosco che idea si è fatta?
«Mi sono chiesta se l’assistente sociale che ha avuto con la famiglia solo cinque incontri, di cui due con i carabinieri, avesse una buona padronanza della lingua inglese. Perché parliamo di una famiglia straniera che padroneggia poco la lingua italiana. Dunque se sei una persona che dialoga, devi conoscere bene la loro lingua, altrimenti si rischia di prendersi fischi per fiaschi».
In effetti sembra che non si siano compresi molto bene.
«Quanto accaduto è una cosa folle, è anche un danno di immagine internazionale importante. Parliamo di persone che vengono da un altro Paese perché amano il nostro e si stabiliscono qui, fanno una scelta di vita alternativa, hanno dei figli amatissimi, si vogliono bene - si capisce dalle facce - e poi sono costretti a un regime di sequestro e a un regime di indagine psichiatrica, che durerà 4 o 5 mesi. Davvero basta guardarli in faccia per capire che sono persone che semplicemente hanno fatto una scelta di vita diversa».
Per altro legittima e non così inaudita.
«Vorrei ricordare che tutti i big della Silicon Valley mandano ad esempio i loro figli alle scuole steineriane, esattamente come la famiglia nel bosco segue un metodo steineriano. C’è una frattura in tutto questo. Mi pare che si voglia avere dei bambini malati, nevrotici, dipendenti, che li si voglia parte di quel proletariato mentale, come lo chiamo io, che è stato costruito ad arte da tutti i media che invadono la testa dei bambini e dei ragazzi. Proletariato mentale che sarà molto utile nel futuro».
Che cosa intende esattamente con proletariato mentale?
«L’assenza di pensiero critico, l’assenza di una vita interiore propria, l’essere omologati in tutto e per tutto, su tutto, l’avere un controllo sociale continuo. Il proletariato mentale è una grande massa di persone che non sa opporsi, non sa capire cos’è giusto ed è manovrabile molto facilmente. È una cosa molto pericolosa».
Che cosa andrebbe cambiato secondo lei nel sistema di gestione dei minori?
«Mi occupo da tantissimi anni di bambini perché ho una fondazione e sono in contatto con situazioni di fragilità. Voglio citare il caso di cui sono venuta a conoscenza 15 anni fa. Il caso di una bambina affidata dalla nascita a una coppia di miei amici. Questa bambina passa quattro anni con la coppia, assieme ai fratelli. Poi un bel giorno queste persone vengono convocate in tribunale. Quando arrivano, l’assistente sociale prende la bambina in braccio e la porta in un’altra stanza, poi esce e dice: la bambina non è più vostra perché è stata adottata. Di fronte allo sgomento di questa coppia l’assistente sociale ha risposto: non dovevate affezionarvi. In caso come questo vediamo un sistema mostruoso, in cui l’assistente sociale ha un potere assoluto, un potere su cui nessuno indaga mai. Strappare una bambina dopo quattro anni a una famiglia per darla a un’altra è follia totale, vuol dire non rispettare la persona. Significa che il bambino è un oggetto da spostare secondo i cavilli della legge. Questa è la situazione italiana dell’assistenza ai bambini».
Come hanno reagito quei genitori suoi amici?
«Hanno creato un’associazione che si batte da anni contro queste storture. Si chiama 21 luglio, che è il giorno appunto in cui la bambina è stata portata via. Ma ho seguito molti altri casi in questi anni di bambini, in situazioni di fragilità, anche magari figli di coppie straniere, che vengono sequestrati e messi nelle case famiglia con una facilità da paura. Da paura».
Dietro queste strutture c’è anche un bel business.
«Esatto, io dico che le case famiglia sono fumo negli occhi. Verrebbe da dire: meno male, c’è una casa famiglia, quindi c’è casa più famiglia. Ma la verità è che non c’è né casa né famiglia, cioè c’è un tetto sulla testa, va bene, ma sono situazioni in cui si accumulano bambini e ragazzi che hanno un passato problematico. Il tutto spesso gestito dalle cooperative, con bambini che potrebbero tranquillamente rimanere a casa, in situazioni magari di maggiore assistenza. I bambini dovrebbero essere tolti ai genitori in situazioni gravissime, non altrimenti. Per paradosso, poi, abbiamo bambini che in situazioni gravissime ci sono realmente e che però rimangono anni in queste situazioni, perché i tribunali sono lenti e poi c’è l’assistenza sociale, poi c’è la psicologa forense... È un sistema tossico, altamente tossico, per i bambini e le famiglie. Ed è un business perché i numeri ormai sono spaventosi».
Marina Terragni, garante per l’infanzia, ha pubblicato un documento in cui sostiene proprio che i bambini vanno tolti solo in casi estremi. Subito l’associazione dei magistrati minorili ha risposto piccata.
«Il potere fa fare cose abominevoli, quello che ho visto fino ad ora è stato terribile. Giudici e assistenti sociali hanno un potere immenso e non hanno nessuna responsabilità civile o penale. Lavorano, cambiano la vita delle persone, ma non si può mettere in discussione il loro operato, questa è una cosa su cui possiamo riflettere».
Torniamo sulla famiglia del bosco. Dicono: i bambini non sanno leggere.
«Sono piccoli e la madrelingua è un’altra, no? Dunque, voglio sapere: quanti bambini nella scuola italiana, dopo la prima elementare, non sanno leggere? Ognuno ha i suoi tempi. Poi sono bambini bilingui, dunque è un altro problema, imparano con il tempo necessario, insomma non è che essere efficienti in prima elementare sia l’unico segno possibile di salute. E poi dovrebbe dar da pensare molto il fatto che ci sono sempre più scuole parentali. Anche il paese in cui io vivo, un piccolo paese di campagna, ha la sua scuola parentale, perché i genitori più accorti, quelli che si rendono conto della situazione, fanno dei sacrifici per pagare la scuola parentale e non mettere i figli in una scuola che li omologherà».
Anche perché potremmo discutere se viva meglio un bambino che passa la giornata tra la scuola calcio e il tablet o i bambini che vivono a contatto con gli animali, no?
«Appunto. Tra gli animali si trova sanità mentale. Anche io vivo in una casa in mezzo al bosco, ed è un bosco sempre più fitto per fortuna. I bambini che vivono davanti al tablet sono bambini che hanno un danno cerebrale, punto. I bambini che vivono con le caprette sono bambini che vivono in armonia col mondo. Non fanno il bagno ogni settimana? Pazienza. Fino a poco tempo fa il bagno settimanale era la norma nel nostro paese. Si prendono delle cose assurde come ragione per togliere la responsabilità genitoriale, ma ci rendiamo conto? Ma ci rendiamo conto della follia di questa cosa? Se questi bambini avranno dei danni permanenti la responsabilità ricade su quelli che hanno organizzato tutto ciò».
È orrendo persino a scriversi, ma dobbiamo prendere atto che questi sono i fatti: i magistrati italiani vogliono continuare a togliere i figli alle famiglie. E lo vogliono fare, con tutta evidenza, nel modo in cui si fa ora, con il bel corredo di scene raccapriccianti in cui fanciulli urlanti vengono strappati ai genitori della forza pubblica. Questo evinciamo dalla lunga intervista che ieri Claudio Cottatellucci, presidente dell’Associazione magistrati per i minori e per la famiglia (Aimmf), ha concesso ad Avvenire.
«Il caso di Palmoli segnala un dato culturale preoccupante», dice il magistrato. «C’è una tendenza diffusa, di cui alcuni media si sono fatti portavoce, che vorrebbe limitare le possibilità di intervento di protezione dei minori a pochi casi estremi. Ma questo abbassa il livello di tutela sia da parte del sistema giudiziario sia da parte del welfare, ed espone bambini e ragazzi a gravi rischi. Per questo noi magistrati minorili diciamo no. Si tratta di una china pericolosa».
Potremmo chiuderla qui, perché la frase è semplicemente allucinante. Per il magistrato è inaccettabile che i bambini si tolgano ai genitori solo in casi estremi. Tale prospettiva è per lui talmente inaccettabile che ha voluto rilasciare robuste dichiarazioni per rispondere a un corposo documento presentato giovedì dal Garante per l’infanzia Marina Terragni. Il report si intitola Prelevamento dei minori. Facciamo il punto e giunge a una conclusione più che condivisibile: «L’allontanamento di un minore dalla famiglia deve tornare a essere una misura eccezionale, da adottare solo in situazioni di grave pericolo».
Passate poche ore appena, l’associazione dei magistrati minorili ha deciso di mostrarsi fermamente contraria. Non vuole nemmeno provare a discutere l’argomento. Certo, Cottatellucci vuole mostrarsi dialogante: «Non si può che essere d’accordo con lei», dice. Ma poi aggiunge: «Abbiamo già detto, e concordiamo sul fatto che l’allontanamento deve rappresentare l’extrema ratio, e va deciso solo dopo aver cercato un’alleanza possibile con i genitori. Ma direi che questo rientra già nelle buone prassi adottate dai tribunali per i minorenni e dai servizi sociali. Il problema, come detto, è stabilire la soglia della cosiddetta extrema ratio». Dietro le belle parole, in sostanza, il rifiuto è granitico: «Se viene limitata la nostra possibilità di intervento, i minori saranno meno tutelati», spiega il magistrato. «Diciamolo più chiaramente. Si sta introducendo un modo di pensare per cui tutto quello che riguarda la famiglia deve rimanere nell’ambito della famiglia senza alcuna possibilità di intervento da parte di chi è chiamato proprio a tutelare i membri più deboli della famiglia stessa». Secondo il magistrato, coloro che difendono la «famiglia nel bosco» rischiano addirittura di favorire il ritorno del padre padrone: «Il potere insindacabile dei genitori sui figli rischia di riportarci alla logica della vecchia patria potestà. Ma oggi noi parliamo di responsabilità genitoriale proprio per sottolineare che i minori sono portatori di diritti che i genitori non possono limitare».
Quanto ai Trevallion non c’è nemmeno da discutere. I figli andavano tolti e basta. «I genitori possono scegliere lo stile di vita che preferiscono», dice Cottatellucci. «Ma se questo stile di vita lede uno o più diritti dei figli siamo di fronte a un abuso. Qui c’è stata da parte del tribunale per i minorenni un’ingerenza finalizzata alla protezione. Ai figli veniva imposta una vita di segregazione tale per cui questi ragazzi sarebbero arrivati all’età dell’adolescenza senza contatti significativi con i coetanei. E questo si configura come grave negazione di un diritto». Che poi le evidenze mostrino una realtà diversa, al nostro non sembra importare.
Per i magistrati, insomma, l’importante è che nessuno tocchi il loro potere e le loro prerogative. Come spiega Avvenire, oggi «in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, nelle diverse sedi di Corte d’appello verrà letto un comunicato in cui sono sintetizzate le ragioni di una preoccupazione diffusa e condivisa. A parere dei giudici minorili, il caso della famiglia nel bosco rischia di diventare il paradigma di un revisionismo culturale che vorrebbe cancellare mezzo secolo di riflessioni giuridiche e di ricerche scientifiche nell’ambito della pedagogia e della psicologia».
È tutto davvero molto curioso. Sconcerta la rigidità dei magistrati e sconcerta ancora di più che Avvenire, quotidiano cattolico, si schieri così violentemente contro le famiglie. Viene quasi il sospetto che vi sia un interesse dei vescovi a lasciare il sistema minorile così com’è.
Stupita è anche Marina Terragni. «Mi ha sorpreso che il giornale della Cei sembri tenere alle famiglie meno di quanto ci tenga io, questa è una novità, una grande novità. Io sono sempre stata una donna tendenzialmente di sinistra, ho vissuto anche le fasi di forte critica della famiglia. E mi sembra strano trovarmi oggi in una posizione molto diversa, persino contraria, rispetto a quel giornale da cui mi aspettavo un’attenzione maggiore ai nuclei famigliari». Terragni si dice stupita anche dalle dichiarazioni di Cottatellucci e dalla rigidità della risposta dei magistrati al documento del Garante. «Non capisco perché non si voglia abbattere il numero di minori allontanati», spiega. «Se calasse ci sarebbero infinitamente meno traumi e questo è il superiore interesse del minore, che magari viene già da una situazione traumatizzante e gliene si infligge un’altra».
L’interesse dei minori, purtroppo, in questo meccanismo atroce di allontanamenti è lungi da essere il principale interesse. Anzi, sembra venire per ultimo. E il fatto che i magistrati alzino barricate non appena qualcuno propone di aprire una discussione sul tema significa che c’è decisamente qualcosa che non va.





