2018-08-24
Caso Diciotti, ascolta l'intervista esclusiva al capitano della nave: «Nessuna epidemia, situazione sotto controllo»
Parla Massimo Kothmeir, il comandante della nave attraccata da giorni al porto di Catania con a bordo 150 migranti.
Parla Massimo Kothmeir, il comandante della nave attraccata da giorni al porto di Catania con a bordo 150 migranti.
Lo scorso 13 maggio Giorgia Meloni ha annunciato in Senato che entro l’estate verranno avviati i decreti attuativi, basati sull’approvazione di una legge delega in fase di esame parlamentare, e completato il quadro giuridico necessario alla ripresa della produzione di energia nucleare in Italia, probabilmente entro il 2026 come auspicato/previsto dal ministro per l’Energia. Finalmente l’Italia sta accelerando il ritorno al nucleare.
Il mio «finalmente» è dovuto sia alla necessità di ridurre i costi dell’energia in Italia -superiori dal 10 al 30% a quelli in altre nazioni europee -che sono causa di gap competitivo per il sistema industriale residente, sia alla necessità di ridurre la dipendenza dall’importazione di gas e petrolio fossili che genera vulnerabilità geoeconomiche/geopolitiche. Tale accelerazione non porterà risultati immediati di riduzione delle bollette, ma promette una forte competitività ed autonomia energetica entro il 2050 che sarà avvertibile già nel decennio 2030-40. Avendo come oggetto delle mie attività di ricerca la scenaristica sia previsiva sia strategica, ho chiesto al gruppo di ricerca che coordino di attivare un’analisi sul governo di tale profezia affinché diventi possibile estrarre valori finanziari, politici e tecnologici dal futuro per usarli nel presente. Il metodo si chiama analisi della retroazione dal futuro (feedforward).
Il punto più delicato è il consenso interno, a due livelli. Primo, la paura di incidenti nucleari è annullata dalla nuova tecnologia dei piccoli reattori modulari a sicurezza intrinseca (Smr) se questa viene ben spiegata dai produttori. I sondaggi già mostrano un notevole consenso per il nuovo mininucleare, ma è importante consolidarlo via comunicazione/divulgazione scientifica appropriata. Secondo, è già osservabile una reazione ostile al nucleare, pur di minoranza, da parte di chi ritiene sufficiente espandere l’energia solare ed eolica, nonché geotermica, perché tecnologie già esistenti ad applicabilità immediata. In questo caso va esplicitata una formula strategica basata sul mix tra fonti intermittenti/discontinue (come il solare e l’eolico) e nucleare che è continuo e non dipendente dalla variabilità meteo.
Ora la fonte continua è assicurata da combustibili fossili per lo più importati e quindi il nuovo nucleare ha il compito di sostituirli gradualmente per la produzione di elettricità rendendola più ambientalmente pulita ed economicamente meno pericolosa. Personalmente ho molta attenzione sulla generazione idroelettrica, sull’energia geotermica e su nuove tecnologie di produzione energetica delle maree e ipotizzo aumenti dell’elettricità a basso costo da queste fonti. Ma ciò non cambia la necessità del nuovo mininucleare a fissione perché le fonti citate tendono ad essere locali e non diffuse. In sintesi, il buongoverno della profezia di autonomia energetica a basso costo si basa, oltre che sulla giusta comunicazione del nuovo mininucleare, sull’aggiornamento continuo di una formula mixata tra diverse fonti energetiche, ciascuna caratterizzata come complementare. In tal senso la critica al nucleare dai proponenti del solare e simili è infondata con un odore sgradevole di ideologismo: il realismo non vede il conflitto tra energia nucleare e non, ma la loro integrazione complementare.
Tale enfasi sul mix energetico con crescita nel tempo delle fonti nucleari ha un motivo già prevedibile da dati iniziali: l’aumento nel futuro della domanda di energia elettrica a causa del numero crescente di centri dati che forniscono prodotti di intelligenza artificiale e simili. Personalmente inserirei anche l’aumento della domanda di energia elettrica per dissalatori, microclimatizzazione diffusa di ambienti chiusi, ecc. Ed anche per mobilità elettrica.
In questa bozza di scenario non c’è ancora un calcolo di quando sarà possibile ottenere la produzione da centrali a fusione nucleare, pur in accelerazione la ricerca: già entro il 2040 i primi impianti o dopo? Ma i dati disponibili mostrano che una diffusione il più rapida possibile del mininucleare a fissione è comunque un fattore di efficienza e sicurezza inevitabile nel prossimo trentennio. Anche per vantaggi ambientali di una decarbonizzazione non depressiva, della possibilità di costruire in serie (catena di montaggio) le minicentrali riducendone i costi e, soprattutto, di usare scorie radioattive esauste rigenerandole come combustibile attivo entro alcune tipologie delle minicentrali stesse. Inoltre, queste possono essere miniaturizzate (sotto i 2 ettari di spazio comprese le appendici).
La riduzione delle importazioni di gas e petrolio pone problemi? Sarà graduale per alcuni decenni permettendo una gestione (geo)politica della transizione, valutando come il ciclo dell’importazione di gas, in particolare, possa e debba essere ridotto. Così come la sostituzione del petrolio con combustibili sintetici o bio per la persistenza di motori termici, per esempio grandi camion. In conclusione, c’è tantissima ricerca da fare per le valutazioni di uno scenario molto mobile. Ma la più urgente è la zonazione (permessi, vincoli e connessioni in rete) per dove mettere più minicentrali nucleari a fissione sul territorio e così permettere il montaggio di investimenti industriali/finanziari privati. Il destino economico dell’Italia dipende da quanto consenso ci sarà sul ritorno all’energia nucleare.
Quando comprerete un etto di prosciutto sappiate che state pagando la colazione a un emiro affacciato sullo stretto di Hormuz che fa scatenare l’inflazione e lo rende ancora più salato. Un paradosso? Niente affatto: un po’ dell’Iva va a finanziare le albagie di Ursula von der Leyen che pensando solo alle armi vuole distruggere l’agricoltura europea.
È convinta che con il pollo alla salmonella del Brasile, il grano al glifosato del Canada e il Parmesan argentino e australiano ce la caviamo. O meglio se la cava la sua Germania che a questi paesi vende le sue vecchie Mercedes. Ma ora c’è qualcosa di più e di molto più grave: mentre la Von der Leyen non si preoccupa minimamente della sicurezza alimentare e vuole solo quella militare - ancora una volta per finanziare le fabbriche tedesche - in molte parti del mondo pensano: primum vivere deinde philosophari. Si è scoperto – lo rivela Paolo Borchia, capodelegazione della Lega al Parlamento europeo che ha già predisposto un’interrogazione, ma lo sanno anche gli europarlamentari Verdi che hanno sollevato la questione mentre il Pd applaude comunque Ursula – che i primi beneficiari della Pac sono gli Emirati arabi uniti. I signori del petrolio si sono messi in tasca in cinque anni 71 milioni di euro di contributi agricoli.
La loro azienda rumena, la Agricost che ha 57.000 ettari sulla l’Insula Mare a Brăilei sul Danubio, è la prima beneficiaria di contributi europei: 10,5 milioni di euro solo nel 2024. Mentre l’Europa ha perso in trent’anni 120 milioni di ettari coltivati dalle parti di Dubai si sono accorti che non di solo petrolio vive l’uomo. E hanno varato un piano straordinario di acquisizione di terreni visto che loro hanno solo deserto (agli israeliani, ma restano unici, è riuscito però di fertilizzarlo). Il progetto lanciato nel 2012 si chiama Al Dahra ha sede a Dubai e ha messo insieme in 17 paesi circa mezzo milione di terreni coltivati. In Europa possiede aziende agricole in Romania, in Spagna dove si è buttata anche nel business dell’olio d’oliva e in Italia dove ha la proprietà della Unifrutti. Secondo un’inchiesta di DeSmog, organizzazione no profit che monitora i mercati alimentari, condivisa con The Guardian, El Diario e G4Media attraverso il fondo sovrano emiratino ADQ la famiglia Al Nahyan sta controllando non solo i terreni, ma tutta la filiera agroalimentare connessa e ha ricevuto negli ultimi cinque anni 110 pagamenti di fondi Pac (politica agricola comunitaria) da Bruxelles appunto per 71 milioni di euro.
Oltre all’aspetto economico che fa risultare come l’Ue sia in mano a eurocrati ciechi e sordi capaci solo di seguire i regolamenti senza domandarsi dove vanno a finire i soldi (il Pnrr è un caso emblematico) c’è un aspetto politico decisivo. Quando Ursula von der Leyen si è presentata col nuovo bilancio comunitario – quello che lei vorrebbe finanziare con altre tasse a carico dei cittadini europei per poi stornare i contributi ai signori del petrolio – ha affermato che bisognava ridurre i fondi della Pac (cancellando per esempio quelli per lo sviluppo rurale) per destinarli al riarmo, salvo girarne il 20% all’Ucraina quando entrerà nell’Ue. Alla baronessa hanno spiegato che la sicurezza alimentare è indispensabile tanto quanto quella militare. Lei al contrario degli emiri non l’ha capito. A Dubai il progetto Al Dahra è stato varato perché gli Emirati importano il 90% del loro fabbisogno alimentare e non vogliono più dipendere dall’estero. Ma l’Europa è generosa ha dato loro una mano versando i famosi 71 milioni.
Che sono sottratti ai coltivatori europei e segnatamente a quelli italiani. Dopo una lunga battaglia l’Italia è riuscita a ottenere che il taglio ai contributi Pac deciso dalla Von der Leyen venisse azzerato, anzi il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha ottenuto una maggiore rapidità nell’erogazione dei fondi e il limite dei centomila euro per singolo contributo. Ma è limite, come si vede, facilmente aggirabile. L’idea della presidente della Commissione è ancora quella di usare i prodotti agricoli come merce di scambio (come col Mercosur, il Ceta, l’FTA con l’Australia) in danno dei piccoli coltivatori. Per questo Paolo Borchia nella sua interrogazione alla Von der Leyen insiste: «Trovo riassunte, in un unico caso, numerose storture della Pac. Impressiona come l’Ue finanzi un regime autoritario che limita la libertà d’espressione, imprigiona i dissidenti e criminalizza l’omosessualità. Questi fondi Pac finiscono per sostenere la sicurezza alimentare di un Paese extra-Ue, piuttosto che garantire quella dei Paesi europei. Voglio perciò sapere se la Commissione è a conoscenza di questi fatti e se non pensa che si debbano introdurre obblighi di maggiore trasparenza ed eventuali limiti per i fondi sovrani di Paesi terzi». Per ora i soldi dell’Ue a Dubai sono una Pac-chia!
Dal 1° giugno gli automobilisti potranno ottenere un rimborso del pedaggio autostradale in caso di blocchi del traffico o ritardi causati dai cantieri. La misura attua una delibera del 2025 dell’Autorità di Regolazione dei Trasporti (Art).
Gli utenti «potranno ottenere un ristoro direttamente dai gestori autostradali per i disservizi subiti durante gli spostamenti». Il rimborso non sarà però dovuto in alcuni casi specifici, ad esempio quando sul tratto interessato è già prevista una riduzione generalizzata del pedaggio.
Secondo quanto previsto, i gestori delle autostrade dovranno definire modalità e criteri per le richieste di indennizzo. Tra gli effetti possibili della misura viene indicata anche l’eventualità di un aumento delle tariffe autostradali da parte delle concessionarie per compensare i costi dei rimborsi.
Come mascherare la volontà di risparmiare sulla manutenzione del verde? Semplice, spacciare le erbacce incolte per una scelta green. È quanto è stato escogitato dalla verdissima giunta comunale di Milano che, alla fine di aprile 2025, aveva comunicato di aver deciso il raddoppio delle «aree a sfalcio ridotto», ovvero le zone verdi in cui l’erba «sarà mantenuta più alta» rispetto alla decenza: sono passate, infatti, da 54 a 111, «distribuite in tutti i Municipi per un totale di circa 1,8 milioni di metri quadrati sui 19 milioni gestiti direttamente dal Comune».
Una scelta che la giunta Sala spaccia, dopo la sperimentazione dei mesi scorsi, come finalizzata alla promozione della «sostenibilità ambientale» ma che cela meri interessi di bilancio. L’Università degli Studi di Milano-Bicocca ha osservato, durante la «sperimentazione» dell’incolto assurto a regola di buona amministrazione, «un aumento della biodiversità di insetti nelle zone non sfalciate con picchi del 30% rispetto a quelle sfalciate frequentemente», con picchi anche del 60%. Con gli stessi obiettivi, spiegava un anno fa Palazzo Marino, «aumentano anche i prati fioriti che saranno oltre 60, circa il doppio rispetto all’anno precedente».
Un progetto che, un anno dopo, mostra le corde: le aree verdi pubbliche sono diventate giungle impraticabili, complice anche l’alternanza di sole e abbondante pioggia, le foto che si possono vedere sui social sono eloquenti. Sono sì un paradiso degli insetti, ma sono diventate un inferno per i cittadini. Il confine tra pollice green e cattiva manutenzione è talmente labile che Davide Rocca, consigliere del Municipio 4 per Fratelli d’Italia, si è presentato nella riunione di giovedì sera del Consiglio straordinario municipale con un decespugliatore in mano e una maschera protettiva calata sul volto. Una protesta inscenata per esprimere il proprio dissenso nei confronti del Comune per la gestione del verde pubblico. «È stato il simbolo concreto di ciò che oggi manca a Milano: la manutenzione ordinaria», spiega Rocca, «da anni questa amministrazione racconta una città “green”, sostenibile, attenta alla biodiversità.
Nel frattempo, però, i cittadini convivono con erba alta, parchi trascurati, aree verdi non fruibili, giochi degradati e quartieri lasciati nell’abbandono». Dal 1° ottobre dello scorso anno, la gestione del verde pubblico è stata affidata a MM, la spa comunale. Il cambio non ha portato, finora, gli effetti sperati dai cittadini: continuano le segnalazioni di giovani alberi messi a dimora e abbandonati al proprio destino, prati invasi dalla pattumiera che non viene rimossa prima del taglio (con conseguenze facilmente immaginabili), decine (se non centinaia) di alberi tagliati anche a causa della cattiva manutenzione ricevuta negli ultimi anni. «Milano merita manutenzione vera, non giustificazioni ideologiche usate per mascherare inefficienze evidenti». Beppe Sala si fregia di guidare una giunta green. A fine della sua esperienza amministrativa, però, il green che resterà sarà soltanto quello incolto.

