2018-08-24
Caso Diciotti, ascolta l'intervista esclusiva al capitano della nave: «Nessuna epidemia, situazione sotto controllo»
Parla Massimo Kothmeir, il comandante della nave attraccata da giorni al porto di Catania con a bordo 150 migranti.
Parla Massimo Kothmeir, il comandante della nave attraccata da giorni al porto di Catania con a bordo 150 migranti.
Eravamo in ansiosa attesa, in effetti, di sapere che cosa pensasse dell’attuale quadro politico Dario Franceschini uno dei grandi vecchi e dei più acuminati strateghi del Partito democratico.
Fortuna che Repubblica ci è venuta incontro con una corposa intervista realizzata nella «officina meccanica adibita a studio» del fine pensatore. Il quale ci ha reso edotti di un grave pericolo di cui non sospettavamo l’esistenza: il ritorno del fascismo.
Franceschini, parlando al suo invero sterminato pubblico, ha fornito informazioni rilevantissime anche e soprattutto per la destra italiana. «Stiamo tutti dicendo che il vero pericolo è Vannacci», ha ragionato il senatore dem. «Ma così normalizziamo Meloni, la facciamo sembrare una moderata, che è ben lontano da quel che lei è davvero». Ah, perbacco: stai a vedere che la Meloni è un pericolo per la democrazia, chi lo avrebbe mai detto.
«Se passa la nuova legge elettorale, anche con la limitata riduzione del premio, il centrodestra potrà eleggersi il presidente della Repubblica da solo», spiega Franceschini. «Poiché oltre ai parlamentari votano anche i delegati delle Regioni, avrebbero un margine di 44 grandi elettori sopra la soglia stabilita dal quarto scrutinio».
Colpita da tanta arguzia, la collega di Repubblica Giovanna Vitale ha posto una domanda cristallina: non vale lo stesso se vincesse il centrosinistra? Ed ecco la risposta memorabile: «C’è una bella differenza. Meloni in questi quattro anni, con il premierato e la riforma della giustizia, ha dimostrato di avere un disegno: non governare ma comandare senza l’ingombro delle garanzie democratiche. E siccome dopo la batosta referendaria si è resa conto che scardinare la Costituzione non è facile, utilizza la legge elettorale per raggiungere lo stesso scopo. Perciò dico che il rischio è stato sottovalutato. Se Meloni si fa eleggere al Quirinale, controllerebbe come capo politico una maggioranza di parlamentari tutti nominati da lei, con il potere di scioglimento delle Camere. Alla guida del governo piazzerebbe un uomo di sua fiducia e l’Italia diventerebbe una Repubblica presidenziale di fatto, senza modifiche costituzionali».
Insomma, in queste condizioni Giorgia prenderebbe i «pieni poteri» e, aggiunge Franceschini, «non mi pare un rischio teorico dal momento che la legge elettorale sta andando avanti. Aggiungiamoci che i prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e che il ruolo dell’Italia sarà determinante per questo processo...».
La riflessione è fulminante, e svela con inaudita chiarezza quale sia il pensiero prevalente nella sinistra italiana. In pratica, Franceschini dice: se vinceremo noi andrà tutto bene, perché potremo eleggere il capo dello Stato e comandare in ogni caso. Se vince la destra ci sarà la dittatura. Perché? Perché la destra è totalitaria e la sinistra invece è buona e democratica. Quindi non va bene una legge che consenta a entrambi gli schieramenti di governare sul serio in caso di vittoria: quel che conta è che la destra non elegga il presidente, perché è brutta è cattiva. Davvero fenomenale: superiorità antropologia e vocazione autoritaria in purezza.
C’è però un altro elemento da valutare con attenzione oltre al consueto disprezzo per l’avversario e la democrazia. Queste parole di Franceschini segnano un cambio di atteggiamento. Finora la linea fra i liberal-progressisti prevedeva di spingere sulla mostrificazione di Vannacci, e di chiedere contestualmente alla Meloni di prendere le distanze facendosi più moderata. Vecchio gioco: gli illustri soloni dicono alla destra di farsi meno destra, nella speranza che si snaturi, si sbricioli e perda. Ma Franceschini apre a uno sguardo diverso. Sotto sotto, suggerisce che la vittoria della sinistra non è affatto scontata. E spiega agli alleati che occorre fare fronte comune: «Niente gelosie, veti, rancori, astio; bisogna guardare avanti, non indietro, e mettersi tutti in un’alleanza costituzionale che difenda i valori e la democrazia. Come gli italiani hanno fatto al referendum». In sostanza propone di costituire una sorta di fronte antifascista come quello creato in Francia contro Marine Le Pen: tutti dentro, compresi i centristi, perché l’unica cosa che conta è che la destra non vinca. Per la serie: contano i programmi e le idee...
Emerge, da questa visione, la netta preoccupazione dei progressisti, la cui sicumera dal referendum in avanti è andata spegnendosi. Ed emerge, volendo, un segnale per il centrodestra: annacquarsi e dividersi significa fare ciò che desiderano gli avversari. I quali sono atterriti al pensiero che una futura coalizione possa includere anche Futuro nazionale. Occorre allora chiedersi: se la prospettiva di una destra-destra compatta spaventa i progressisti al punto che un volpone come Franceschini si mette a teorizzare la grande ammucchiata contro i nemici, perché non insistere proprio su questo terreno? Meglio inseguire Calenda come suggeriscono i falsi amici o meglio regalare qualche notte insonne ai maggiorenti del Pd? Chi ha ancora dei dubbi forse gioca nella squadra sbagliata.
Pare che Matteo Renzi abbia appeso un cartello: «Tornio subito». Non è un refuso, è il riferimento a uno degli strumenti di lavoro dei metalmeccanici; lui alla loro festa non ci sarà.
È in America a farsi accreditare dai reduci democratici: Barack Obama (chissà come lo invidia Elly che fece la galoppina alle presidenziali Usa) e Bill Clinton così ha evitato l’imbarazzo di non essere invitato ai 125 anni della Fiom, il più antico sindacato d’Italia. Del resto era complicato chiamarlo al tavolo delle celebrazioni dopo che un annetto fa Maurizio Landini (leader sindacale in cerca di occupazione visto che gli scade il mandato non rinnovabile da segretario nazionale della Cgil) con Elly Schlein e la coppia di fatto di Avs – i Fratonelli – gli hanno apparecchiato contro un referendum: quello sul jobs act.
Né la Cgil né tanto meno il Pd, che quando era segretario il senatore singolo di Rignano sull’Arno ha voluto e sostenuto il jobs act, ci fecero bella figura; quorum non raggiunto e tutti a casa. A memoria d’uomo Elly Schlein è la prima segretaria dai tempi del Pci che per dare retta al Landini testa calda – fu un mitico trattore della rivoluzione verde, ma ora è un sindacalista sempre pronto alla baruffa politica – ha smentito il suo partito.
Con Enrico Berlinguer era il sindacato – a capo c’era un tal Luciano Lama - a fare da cinghia di trasmissione, ma si sa i tempi mutano e pure gli uomini, e anche le donne, cambiano. Dunque era complicato invitare Matteo Renzi che continua però predicare la sua indispensabilità. Ha ripetuto alla Schlein: senza di me non vinci né le politiche né la partita del Quirinale. E lei di rimando ha detto: ma io sono testardamente unitaria, vedrai caro Matteo avremo modo di stare insieme. Sta di fatto che per ora senza i centristi per Elly non c’è campo. Resta il fatto che la famosa cena dalla «sora Costanza» a Roma con Elly, Giuseppi e i «Fratonelli» - la coppia di fatto di Avs - al campo largo qualche grattacapo lo ha prodotto. Il quadretto si ripropone ancora più spostato a sinistra sotto le sigle della Fiom perché a Bologna, dove oggi si conclude la tre giorni di festeggiamenti per il compleanno dei metalmeccanici che più rossi non si può, si è vista un’edizione del campo stretto.
Sul palco con Elly Schlein solo Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e ovviamente Maurizio Landini. Una seggiola virtuale l’hanno aggiunta: quella per il cardinale di Bologna, nonché presidente dei vescovi italiani, nonché intimo di Andrea Riccardi che con la Comunità di Sant’Egidio costruisce ponti tra sinistra e sacrestia, Matteo Maria Zuppi. Che ha mandato un videomessaggio per esortare i lavoratori a non rassegnarsi alle ingiustizie e alla precarietà. Ma il dato politico interessante è che la piazza della Fiom è cosa diversa dalla tela che a Bologna Romano Prodi e anche una parte dei cattolici, Zuppi compreso, stanno tessendo per riproporre una sorta di Ulivo. Che certo non cresce con il “quartetto cena” da Costanza. Elly Schlein è tornata a Bologna dove una settimana fa è stata in «udienza» per oltre due ore da Romano Prodi sperando di ottenere la piena investitura e non l’ha avuta.
Ieri Dario Franceschini su Repubblica è tornato a spiegare alla segretaria: «La Meloni punta ai pieni poteri se sale al Quirinale: rischi così alti richiedono una risposta molto forte e io penso che un’alleanza per l’Italia vada fatta per cerchi concentrici». Tradotto. vedetevi pure in trattoria, ma Renzi con tutti gli altri non potete lasciarli fuori. Invece nella piazza «Lucio Dalla» Elly Schlein sente forte il richiamo della giungla rossa. Del resto Bologna significa 63.000 iscritti alla Fiom, 8.000 aziende con almeno un “fiommista”, 3.000 delegati, una rappresentanza del 73%, 130 dirigenti sindacali. Una sorta di partito delle fabbriche nel partito della Ztl che è invece quello che piace agli ulivisti. Da qui lo strabismo di Elly: dare retta ai cacicchi o buttarsi a sinistra col Campo largo e senza Renzi?
Così con Nicola Fratoianni che predica patrimoniali e salario minimo (ma l’dea è tramontata anche nella Cgil) con Giuseppe Conte che dopo aver appena detto «il Movimento cinque stelle non è di sinistra» fa il populista rosso rivendicando il reddito di cittadinanza, e con Landini che tuona a prescindere contro i padroni Elly si sente a casa sua (lei da Bologna è partita con OccupyPd). Al punto che sul palco non c’è neppure Angelo Bonelli; il green deal non s’addice al rosso Fiom. Perché bisognerebbe spiegare a quelli di Mirafiori, come a quelli di Cassino, o a quelli di Modena della Maserati che grazie all’ostracismo ai motori endotermici hanno perso il lavoro senza che Maurizio Landini abbia detto un fiato a John Elkan o a Ursula von der Leyen. Per la verità a spiegare che il sindacato è vivo e lotta insieme a loro ci ha provato il segretario generale della Fiom Michele De Palma che però pare molto attento a quello che (non) succede in Palestina o alle intemerate di Tommaso Montanari piuttosto che a vertenze senza speranza come quella dell’Electrolux.
Le celebrazioni sono cominciate lunedì e martedì scorsi a Livorno – lì il 16 giugno del 1901 fu fondato il sindacato dei metalmeccanici ancor prima del Pci – dove la prima preoccupazione è stata per la Palestina, finiscono stasera col concertone. Lo striscione della Fiom recita: «Senza lavoro non c’è storia». A Elly Schlein ripetono: senza Matteo Renzi non c’è storia. Maurizio Landini stasera tiene il comizio finale: proverà a evitare che il campo largo diventi – con l’aggregazione di centristi e renziani – un campo minato per lui che fara il politico. In cuor suo preferirebbe stare all’opposizione: ai sindacalisti viene meglio rivendicare piuttosto che governare.
Ormai è praticamente ufficiale. La giunta di Silvia Salis ha concesso a titolo gratuito lo stadio Luigi Ferraris per i tre concerti genovesi di Olly. In cambio, come da consuetudine per le esibizioni dei cantanti negli stadi d’Italia, le società che hanno prodotto lo spettacolo, la capofila Magellano, emanazione della Friends & partner di Ferdinando Salzano, la Rst e la Ops, dovranno occuparsi della rizollatura del prato rovinato dalla presenza dei fan.
Ma questo è il requisito minimo per la concessione dei campi di calcio.
In compenso Olly ha risparmiato circa 180.000 euro, dal momento che Genoa e Sampdoria pagano circa 60.000 euro per ogni partita che disputano dentro al Luigi Ferraris. E la sindaca Salis si è goduta il concerto da invitata speciale, con tanto di foto in camerino con l’artista, ovviamente postate a tutto spiano sui social, la specialità della casa.
Ieri, dopo avere letto i nostri articoli, la consigliera comunale Anna Orlando, della lista Vince Genova, ha presentato un’interrogazione a risposta immediata per la prossima seduta del Consiglio comunale con questo oggetto: «Chiarimenti in merito alla concessione gratuita dello stadio Luigi Ferraris per i concerti di Olly, nonché riguardo ai precisi accordi con il promoter dell’artista e con la società organizzatrice dei tre concerti».
Contattata dalla Verità, la consigliera, storica dell’arte ed esperta di organizzazione di eventi, precisa: «L’opposizione ha il dovere di fare tutto ciò che è possibile presso le sedi preposte per chiarire se effettivamente lo stadio (quindi uno spazio di proprietà pubblica perché del Comune) sia stato ceduto gratuitamente al promoter del cantante o alla società che gestisce l’evento patrocinato dal Comune. Se così fosse, sarebbe grave: da un lato, è un modo per abbassare i costi dell’organizzazione, che coinvolge nuovamente la Rst events, che nei mesi scorsi ha vinto una gara giudicata irregolare dal Tar; dall’altro, implicherebbe un mancato incasso da parte del Comune che potrebbe, dunque, anche costituire un danno erariale. In ogni caso sono necessari un chiarimento e una quantificazione dell’ipotetico indotto che potrebbe aver motivato tale scelta. Si tratta di questioni molto serie, poiché riguardano le finanze pubbliche».
Intanto due delle ditte che hanno contribuito alla realizzazione dei concerti al centro delle polemiche, la Rst e la Ops, continuano a farla da padrone in città. Nonostante, come abbiamo già raccontato, siano praticamente ditte con strutture particolarmente leggere.
Entrambe svolgerebbero il ruolo di promoter della Friends & partner a livello locale.
E a ottobre hanno ottenuto dal Comune 736.000 euro per l’organizzazione del Capodanno, con l’impegno dell’amministrazione a dargli ulteriori incarichi per il successivo triennio.
le strane quote
Ma la vittoria è arrivata dopo l’esclusione, bocciata dal Tar, della Duemilagrandieventi per cui lavorava Nicolò Sasso, dal 2025 unico dipendente e socio al 45 per cento della Rst.
Sasso ha ottenuto le quote circa due settimane dopo l’aggiudicazione del bando e dopo aver portato i Pinguini tattici nucleari a Genova, sempre grazie alla collaborazione con la F&p di Salzano.
In sostanza Sasso con 4.500 euro ha comprato il 45% di una società che a fine ottobre aveva quasi 80.000 euro di utile. Quindi ha fatto un investimento che, sulla carta, gli è valso un guadagno secco di 36.000 euro e una resa dell’800%. «Non è facile trovare chi ti concede di entrare in società regalandoti di fatto 31.500 euro», commenta un commercialista contattato dalla Verità. Ma evidentemente i buoni uffici di Sasso sono stati premiati.
Jessica Nicolini, fondatrice insieme con l’ex governatore Giovanni Toti della società di comunicazione Philia associates, ieri, ha voluto attribuire il merito del concerto di Olly a Sasso e Orlando.
La Nicolini ha scritto sui social: «Se vi siete divertiti è merito di questi due qui». E ha postato le loro foto con lei. Nei giorni scorsi aveva anche intervistato Sasso sulla riapertura dello stadio di Genova ai grandi concerti.
I due eroi di giornata, pur parlando malvolentieri con i giornali dei loro affari, si divertono a scherzare su vicende che potrebbero presto non interessare solo il Tar, ma anche la Corte dei conti e, forse, persino la Procura della Repubblica.
Sasso ha pubblicato una storia su Instagram dal Ferraris e l’ha intitolata «Concertopoli», come la nostra prima puntata sugli affari poco chiari della Rst e della Ops.
segnali in codice?
Orlando è stato più criptico e ha citato una canzone di Olly: «Tutti sanno tutto, tutti parlano, tutti millantano».
Quelli che stanno in silenzio sono loro. Che al Ferraris sono di casa, come Olly e la Salis. Tutti ultrà della Sampdoria.
Sasso la domenica si siede in tribuna autorità a fianco dei dirigenti blucerchiati, Orlando lavora come addetto alla regia a fianco di Samuele Maragliano che fa lo speaker. Quest’ultimo ha anche presentato il Capodanno e il recente concerto di Rds. Il filo blucerchiato lega il gruppo anche alla Nicolini, figlia dell’ex capitano sampdoriano Enrico, e ai ristoratori stellati Marco Visciola e Carlo Barile. Che avrebbero gestito il catering nella lounge sotto il palco durante il concerto di Capodanno.
Maragliano è figlio di un dipendente comunale che lavora nell’ufficio Grandi eventi, diretto da Monica Bocchiardo e dove opera anche Pietro Toso, responsabile della struttura Eventi culturali, Spettacolo, Edu-Entertainment. Bocchiardo e Toso sono in ottimi rapporti sia con Orlando che con Sasso.
Anche se la giostra degli eventi in questo periodo non può girare a pieno regime. Il Comune, per evitare di dover rifare subito la gara ritenuta «irregolare» per l’organizzazione del Capodanno, ha «espressamente assunto l’impegno di non procedere medio tempore all’affidamento diretto di servizi analoghi» al Concertone di fine anno. Ma la stella di Orlando (ex promoter di discoteche e ideatore del festival di musica tecno First) e Sasso sembra tutt’altro che oscurata. I due hanno appena presentato, con a fianco la Salis, anche la seconda edizione dell’Altraonda festival che, tra giugno e luglio, avrà come ospiti Bresh, Sayf, Emma, Fiorella Mannoia, i Negramaro, i Litfiba e gli Ex-Otago.
Il consigliere delegato ai Grandi eventi del Comune, Lorenzo Garzarelli, ha definito una «fortuna avere organizzatori così sul territorio genovese, perché permettono di riposizionare la città su un panorama dal quale, volente o nolente, Genova si era un po’ allontanata».
lacrime amare
Anche la Salis ha mostrato il medesimo entusiasmo. Sarà per questa grande apertura di credito che Sasso si starebbe, come si dice a Roma, ad allarga’. Secondo una ricostruzione fatta da più fonti il 6 dicembre scorso la titolare della Golden sabre agency, Cristina Lodi, mentre prendeva un aperitivo in piazza Colombo, sarebbe scoppiata in lacrime dopo aver ricevuto una telefonata di Sasso. La ragazza, scossa, avrebbe raccontato alle amiche, con cui era al tavolo, che il socio di Rst e Ops le aveva detto che la sua presenza non era gradita dalla giunta Salis né alla conferenza stampa, né all’evento di Capodanno (presentato anche dalla sua assistita Serena Garitta), in quanto mesi prima era stata candidata in Consiglio comunale per la Lista Civica di Bucci.
La donna avrebbe risposto in modo concitato, minacciando Sasso di avvertire il governatore Marco Bucci. Quindi, avrebbe confidato alle amiche la presunta risposta dell’imprenditore. Una frase tipo questa: «Se fai una cosa del genere non lavorerai più a Genova. Tu, i tuoi ragazzi e la tua società».
La Lodi, presentata da Forbes Italia tra le 100 donne Leader del 2024, contattata dalla Verità, ha commentato: «Non voglio parlare di quanto accaduto con Sasso e non ho mai voluto strumentalizzare l’episodio, riferendolo al governatore. Le dico solo che conosco personalmente da anni Silvia Salis e non la ritengo capace di tali bassezze. Sia io che il mio socio Aldo Montano, dopo quella telefonata, abbiamo immediatamente contattato la sindaca che in maniera molto carina e cordiale ha risolto questo spiacevole equivoco e ho potuto presenziare tranquillamente sia alla conferenza stampa che allo show di Capodanno a fianco della mia artista».
Ieri sera abbiamo chiesto un commento a Sasso su questo episodio. Al momento di andare in stampa non ci aveva ancora risposto. Forse preferisce fare lo spiritoso sui social.
L’attacco all’aeroporto internazionale Diori Hamani della capitale del Niger è stato rivendicato dal gruppo Jnim (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani), il rappresentante di al Qaeda nel Sahel, che ha diramato un comunicato pubblicato su Chirpwire dalla sua fondazione di propaganda Az-Zallaqa.
Questa operazione, respinta con grande fatica dalle forze speciali nigerine, assistite dai mercenari russi dell’Africa Corps, ha visto la morte di 13 persone, 11 membri delle forze armate e due civili, mentre altre 4 persone sono rimaste ferite in maniera grave. Il generale Salifou Mody, attuale ministro della Difesa del Niger, ha dichiarato che 23 islamisti sono stati uccisi e che un’imponente caccia all’uomo sarebbe ancora in atto, mentre una ventina di persone sono già state arrestate. I militari da ieri stanno perlustrando tutta l'area intorno all'aeroporto e alla base aerea militare della capitale, e hanno provveduto a demolire una serie di insediamenti abusivi. Le polizia nigerina è alla ricerca di militanti che durante la fuga sarebbero stati nascosti dalla popolazione locale, che il governo accusa di praticare una forma di fiancheggiamento ai terroristi. Intanto gli investigatori stanno ricostruendo la dinamica dell’attacco che ha visto arrivare gli aggressori a bordo di due veicoli bianchi, anche se un testimone ha raccontato di un terzo possibile arrivo con un taxi, portando a tre le auto giunte nel perimetro che sarebbe dovuto essere irraggiungibile. Un’altra fonte della sicurezza interna ha raccontato che un gruppo di aggressori era nascosto dalla sera precedente in un edificio della dogana dell'aeroporto e sono stati loro ad uccidere quattro agenti di sicurezza.
Questo farebbe pensare a un basista all’interno del Diori Hamani che avrebbe facilitato l’assalto dei terroristi. L’operazione contro l’aeroporto e le sue basi era inserita in un quadro molto più ampio che il giorno precedente aveva visto due attacchi coordinati contro le basi militari di Banibangou e Inates situate nella regione occidentale di Tillaberi. A Banibangou sono stati uccisi 10 soldati dell’esercito nigerino e altri 40 feriti gravemente, mentre a Inates i militari hanno addirittura abbandonato la loro base che sarebbe adesso in mano ai jihadisti. L'aeroporto internazionale di Niamey e le basi militari ospitate restano da sempre l’obiettivo primario delle forze islamiste, che vogliono rovesciare la giunta militare al potere dal 2023. Qui ha sede il quartier generale dei mercenari russi dell’Africa Corps, le forze dell’Alleanza del Sahel (AES), formate da soldati provenienti da Mali e Burkina Faso e anche il contingente italiano, in Niger per addestrare i paracadutisti. In un deposito dell’aeroporto sono anche accatastate 1000 tonnellate di uranio che è stato sequestrato a un’azienda francese, dopo la rottura con Parigi, ed è destinato a Mosca e che potrebbe essere il vero obiettivo degli islamisti.
Il presidente della giunta Abdourahamane Tchiani ha rassicurato la popolazione dichiarando che la situazione era tornata sotto controllo e che l’esercito nazionale aveva respinto gli aggressori, ma il Niger appare sempre più fragile. Nel gennaio scorso era invece stato lo Stato Islamico della Provincia del Sahel (ISSP) erede dello Stato Islamico del Grande Sahara, branca locale dell'Isis, a rivendicare un attacco al complesso aeroportuale, dove erano rimasti uccisi venti combattenti e quattro soldati regolari. Tutto il Sahel è ormai da anni sottoposto alla pressione dei due network del terrorismo internazionale che si sono radicati in questa area vitale per raggiungere il Mediterraneo. I due gruppi di JNIM e ISSP sono arrivati a combattersi fra di loto per aumentare la propria influenza nella regione, scontrandosi per la prima volta in Niger nell’aprile scorso. La rivalità e la competizione di lunga data per il predominio regionale stanno alimentando attacchi sempre più frequenti e di grande impatto contro obiettivi strategici per dimostrare la debolezza dei governi africani ed espandere la propria influenza.

