Rendering 3D di una mano umana e di una mano robotica che si incontrano
L’intelligenza artificiale riapre il dibattito sul rapporto tra creatività umana, tecnologia e valore dell’opera (iStock)

Anche in Italia si sta riflettendo su tante cose al tramonto e la letteratura, tantomeno la narrativa pop, non fa certo eccezione. Le riflessioni sull’effettiva possibilità, per l’Intelligenza artificiale, di raggiungere o addirittura superare i risultati umani sia per quanto riguarda le produzioni saggistiche che quelle letterarie, vengono all’improvviso facilitate dall’Accademia di Svezia che assegnando il Nobel per la letteratura ad Anne Carson segna un forte punto a favore dell’argomento della superiorità dell’IA.

Il risultato conta più dell’autore

Se si premia, infatti, una poetica il cui unico valore risiede nell’avere già spezzato la lirica legata al sé narrativo, una volta che il «dialogo con la tradizione» degrada a puro strutturalismo la domanda su chi abbia prodotto il montaggio diventa secondaria rispetto a quella su quanto ciò risulti efficace. E l’Intelligenza artificiale non solo non rifiuta questo gioco ma può solo migliorarlo.

Sul versante opposto le richieste delle case editrici agli autori di fornire le «prove documentali del processo creativo» risultano per un attimo desolanti ma subito dopo comiche nel voler rincorrere qualcosa che in realtà si è negato per decenni. Giacché della genesi non importa niente a nessuno e nemmeno dell’autore (quasi a voler pensare tutta la produzione culturale dell’uomo come un immenso asilo dove quello che conta non è il disegno ma la gratificazione del bambino che l’ha fatto), occorre oggi abbandonare i timori fantascientifici e accettare che in un’opera letteraria, in uno studio, in un articolo scientifico, quello che conta è il risultato.

E così se l’IA sarà un giorno in grado di produrre la Divina Commedia occorrerà rallegrarsene e prenderne atto, con serenità e abbandono ma con la consapevolezza che ciò non potrà mai avvenire in senso compiuto, e non solo perché l’originalità e il genio sono elementi connaturati all’uomo in quanto essere «a somiglianza di Dio», ma ricordandosi, con Eschilo, che per quanto la Tecnica possa venire in aiuto dell’uomo sarà sempre e comunque «più debole della necessità».

La difesa dell’umano e i limiti dell’intelligenza artificiale

Ha fatto molto riflettere la recente presa di posizione dell’Association for human mathematics, con il sostegno esplicito di Terence Tao e di altri vincitori della Medaglia Fields, secondo la quale le recenti dimostrazioni, da parte dell’IA, di teoremi matematici finora non risolti non siano «state richieste» e che i risultati che l’IA sta cogliendo in matematica stiano «danneggiando la carriera di molti ricercatori».

Suona sempre un po’ patetico l’appello alla «difesa dell’umano» quando viene da coloro che sul tema della difesa della vita si dicono entusiasti transumanisti, o da luddisti à la Bernie Sanders per i quali «l’elettricità e il Soviet» va bene solo fino a quando l’interruttore ce l’hanno in mano loro. La «custodia dell’umano» di cui parla Leone XIV non è conservazione di un assetto di potere ma la condizione stessa in cui un contenuto diventa irripetibile perché legato a una vita unica e irripetibile.

Ed è proprio qui che si gioca la distanza dalle supposte richieste di Anthropic: il Papa non sta chiedendo che l’IA non faccia certe cose, sta chiedendo che resti visibile la differenza tra ciò che può essere fatto e ciò che, se intaccato, semplicemente smette di essere umano e muore.

Arte contemporanea, piacere e crisi del sistema

Tutto questo dibattito sull’«opera» viene affrontato da un secolo circa in Estetica originando, soprattutto negli ultimi decenni, due posizioni distinte: da una parte gli hegeliani che accettano la «morte dell’arte» e vedono ciò che ha prodotto il Novecento artistico come una «riflessione sul mondo», quindi come un’arte ancora più profonda di quella passata; dall’altra parte coloro (me compreso) che legano indissolubilmente i codici artistici alla fruizione dell’opera e misurano la sua legittimità artistica in termini di piacere prodotto.

Per questi ultimi l’arte contemporanea non si situa nello stesso alveo di Mozart e Raffaello ma risulta piuttosto, a causa della sua soverchiante spinta pedagogica, una sorta di «filosofia simbolica» che usa illegittimamente il riferimento alle vecchie forme dell’arte per educare politicamente l’uomo. E quando si ammirano le «opere d’arte» al Parlamento europeo o «l’Ultima cena» delle Olimpiadi di Parigi o anche solo il Dito di Maurizio Cattelan, ecco che appare evidente non solo la fondatezza del problema moralistico e politico alla base dell’arte contemporanea ma si intuisce la crisi alla quale le capacità dell’IA conducono questa concezione dell’arte e della produzione intellettuale in generale.

L’IA, con la sua immediatezza e con la qualità ottenuta grazie a un semplice ordine, dissolve anche le ultime vestigia dell’equivoco in base al quale, in fondo, tra Francesco Petrarca e Dario Fo è solo questione di contesto culturale e che se non ti piace l’opera di Anne Carson è perché non la capisci cioè non hai abbastanza «coscienza politica». Fino a ieri si poteva giocare questa refrattarietà al brutto nei termini di incomprensione per processi artistici complessi, vissuti, profondi, impegnati ed elaborati ma con l’IA che riproduce (meglio) tutto questo apparato conosciuto come «sistema dell’arte» ecco che il suo smascheramento viene finalmente realizzato.

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