La scissione del Pd è già cominciata. Perciò Letta anticipa la data del congresso
  • Dario Nardella sulla divisione: «Il rischio c’è». L’ufficio del segretario annuncia: al lavoro per accorciare i tempi (e fermare la frana).
  • Giuseppe Conte punta sul neoeletto Roberto Scarpinato per scalzare i dem nella partita sui servizi.

Lo speciale contiene due articoli.


«Il Pd rischia la scissione»: parola di Dario Nardella, sindaco di Firenze, uno dei tanti candidati in pectore alle primarie dei dem in programma il 12 marzo prossimo, ma che ieri Enrico Letta ha accettato di anticipare, cedendo alle pressioni di chi ritiene che, di questo passo, tra quattro mesi del Pd resteranno solo macerie. Nardella non ha mai ufficializzato la sua candidatura, e sembra far parte di quella schiera di big e presunti tali del Pd che fanno circolare la voce di una possibile discesa in campo per vedere l’effetto che fa o, in alternativa, per poi fare il famigerato «passo di lato», sostenere uno dei candidati e ricevere in cambio una contropartita politica. «Se noi non troviamo», precisa Nardella, «una base comune di valori tra posizioni diverse che in questi anni si sono manifestate nel nostro partito, possiamo anche rischiare una scissione. Troppe volte ho sentito “se vince Tizio o Caio me ne vado”. Si può fare un congresso così? Questo mi preoccupa», aggiunge Nardella, «che nel vuoto di valori condivisi rischiamo di dividerci in una scissione alimentata dalle pressioni esterne». Dopo la scissione dai suoi elettori, dunque, il Pd rischia quella interna: del resto ormai l’anima moderata, quella che guarda al centro, e la corrente di sinistra, nostalgica dell’alleanza giallorossa con il M5s, sono già due entità politiche distinte e separate. Una frattura difficilmente rimarginabile, poiché riguarda temi di assoluta rilevanza, a partire dalla posizione sulla guerra in Ucraina. «Sul Pd», dice al Manifesto l’ex ministro del Lavoro, Andrea Orlando, leader della sinistra interna, «ci sono due opa ostili, da parte di M5s e terzo polo. E la risposta possibile è mettere a fuoco la posizione sulla guerra e chiarire la ricetta per rispondere alla crisi sociale». Orlando sa benissimo che il rischio che Conte prosciughi tutto l’elettorato di sinistra del Pd è concretissimo: «Sulla guerra», aggiunge Orlando, «non basta schierarsi in modo assertivo con l’Ucraina, occorre anche una proposta sul fronte politico-diplomatico. Sulla possibilità di un candidato della sinistra interna alla guida del Pd? Ci dovrà essere in campo una candidatura che espliciti questo punto di vista, è nell’interesse di tutto il Pd. Valuteremo insieme la proposta migliore».

Un bel siluro, quello sganciato da Orlando nei confronti dei moderati di Base riformista, capitanati da Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa totalmente allineato sulla linea iper-bellicista che potrebbe garantirgli la guida del Copasir. Orlando potrebbe anche candidarsi in prima persona: fosse dipeso da lui, l’ex ministro del Lavoro, teorico della alleanza giallorossa, avrebbe siglato l’accordo con Giuseppe Conte già alle elezioni dello scorso 25 settembre, ma come tutti sappiamo Enrico Letta, pur di frenare il M5s, ha preferito suicidarsi politicamente, prima rincorrendo invano Carlo Calenda e poi andando coscientemente a schiantarsi contro una legge elettorale che premia chi riesce ad aggregare una coalizione. Orlando e Conte oggi a Roma saranno insieme alla presentazione del libro di Goffredo Bettini A sinistra. Da capo.

La legge elettorale a turno unico è la stessa delle elezioni regionali che a breve si svolgeranno nel Lazio e nella Lombardia, dove pure il Pd si trova stretto nella morsa terzo polo-M5s. Per quel che riguarda il Lazio, ieri, poche ore dopo le dimissioni di Nicola Zingaretti, ha ufficializzato la sua candidatura l’ex assessore regionale alla Sanità, Alessio D’Amato, che ha l’ok del Pd, di Calenda e Renzi ma non quello di Conte. Ancora più problematica la situazione in Lombardia, dove il Pd non vuole allearsi con Calenda e Renzi a sostegno di Letizia Moratti e rischia di arrivare terzo.

Il favorito alla successione di Enrico Letta, al momento, è il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, che potrebbe trovarsi a sfidare la sua ex vicepresidente, Elly Schlein. «Una sfida BonacciniSchlein è improponibile, si giocherebbe tutta in una sola città, ma il tema è un altro: Bonaccini, che si sente già segretario, ha posizioni sull’autonomia differenziata che lo rendono indigeribile al Sud». Dunque, che succederà? «Succederà», aggiunge la nostra fonte, «che tutte queste chiacchiere inutili andranno avanti fino a quando la componente anti-Bonaccini non esprimerà un suo candidato. Componente che vede insieme Nicola Zingaretti, Vincenzo De Luca, Michele Emiliano, Francesco Boccia e i dirigenti locali della Calabria». Le voci che vorrebbero De Luca pronto a correre per la segreteria del Pd, notizia anticipata settimane fa dalla Verità, sono sempre più insistenti.

Il rischio di una scissione è talmente concreto che ieri il Nazareno ha ufficialmente confermato che si va verso l’anticipazione del congresso: «Il segretario Enrico Letta», ha detto a questo proposito Monica Nardi, portavoce del leader dem, «è al lavoro per verificare le condizioni politiche e la fattibilità procedurale per anticipare il congresso, cercando un punto di caduta tra la necessità di fare un processo costituente e arrivare a una nuova leadership. Non saranno tempi brevi ma congrui». Immaginare di trascinare fino alla metà di marzo questa guerra interna è troppo anche per uno specialista di autogol come Letta, e le pressioni per fare in fretta arrivano ormai dalla stragrande maggioranza del partito. È probabile che la compressione dei tempi porti alla apertura dei gazebo a gennaio.




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