- Elly Schlein ospita la kermesse socialista alla Nuvola di Fuksas. Il mantra è sempre lo stesso: «Salvare l’Ue dall’estrema destra». Incidente diplomatico sfiorato quando Nicolas Schmit chiede più sostegno all’Ucraina, poi Olaf Scholz tampona: «Non manderemo truppe».
- L’esponente di Fdi Nicola Procaccini fa campagna a teatro: «Dal palco racconto come cambierà l’Unione. La sinistra ha bisogno di dividerci per restare a governare l’Europa».
Lo speciale contiene due articoli.
La sinistra sulla Nuvola. Non poteva che svolgersi nella cattedrale laica di Massimiliano Fuksas, simbolo romano dello spreco (costata 380 milioni di denaro pubblico e vuota tre giorni su quattro dall’inaugurazione), il congresso del partito più sciupone del continente, quello delle tasse, delle imposizioni dirigiste, delle lettere di warning, del «ce lo dice l’Europa», della lunare transizione green da far pagare ai contribuenti. Invitato da Elly Schlein, il Pse sfila sul palco e in un pomeriggio di pensosi interventi decide la linea guida per le elezioni europee con due pilastri: «Mai con i sovranisti» e «Per un’Europa dei lavoratori».
A scandire i due mantra dei socialisti è alla fine il lussemburghese Nicolas Schmit, eletto all’unanimità come Spitzenkandidat (il candidato migliore, lì la lingua ufficiale è il tedesco) e subito alle prese con due contraddizioni da volpe e uva. Prende le distanze dai Conservatori (Giorgia Meloni) e da Identità e democrazia (Matteo Salvini) che gli hanno da tempo fatto sapere di non volerlo vedere neppure nella stessa stanza. E si appella ai lavoratori dopo avere tentato di renderli più poveri con i balzelli ecologici, i blitz contro gli agricoltori e le penali sulle abitazioni di classe energetica alta. Un po’ come il sindaco di Milano, Beppe Sala, che si accorge sempre delle periferie a due settimane dal voto.
Schmit è stato scelto a rappresentare i socialisti travestiti da liberali perché, da commissario al Lavoro, ha firmato la legge sul salario minimo. Peraltro considerata una trappola postmarxista da molti economisti e da parte del mondo sindacale che la vedono come una rappresentazione plastica dell’ingerenza dello Stato (in questo caso di Bruxelles) nelle logiche di mercato, destinato a creare sperequazioni, inflazione e furbesche contromosse degli imprenditori più corsari. Questo a Schmit non interessa, contano i dogmi. E poi lui è già sbilanciato verso la poltrona da leader e detta le sue condizioni: «Dobbiamo aumentare il sostegno all’Ucraina, dobbiamo imporre il cessate il fuoco a Gaza». Riesce così a creare il primo incidente diplomatico, costringendo il cancelliere tedesco Olaf Scholz a correggerne gli entusiasmi: «Non diventeremo parte di questo conflitto, non manderemo le nostre truppe in Ucraina». Un modo molto originale di essere uniti.
Di quattro ore di convention non resta nulla, solo lo scontato diktat contro le destre. Le proposte della sinistra europea si fermano qui, sono nuvole in viaggio e possono tranquillamente essere riassunte dalla foto ricordo. Dove sorridono perdenti di successo come il premier spagnolo Pedro Sánchez, esperto in rimpasti e ostaggio dei grillini di Podemos; il cancelliere Olaf Scholz che ha inaugurato dopo 70 anni una crisi economica in Germania; Paolo Gentiloni che ha galleggiato a Bruxelles facendo il tifo per gli euroburocrati e mai per il suo Paese. E la padrona di casa Schlein che ha scambiato un trionfo in Sardegna per quello che (dai numeri di queste ore) al massimo è un pareggio fuori casa.
Le vacanze romane dei socialisti cominciano con un fastidio estetico: i leader vengono contestati da alcune femministe amiche, con cartelli e slogan contro la direttiva europea ritenuta troppo morbida sulla violenza sulle donne. «Senza consenso è stupro», scandiscono le attiviste prima di essere democraticamente zittite. Dopo il fuori programma, il congresso prosegue fra gli sbadigli e interventi che non dicono nulla sui programmi per un’Europa nuova, a conferma che il Pse è soprattutto determinato a conservare le poltrone e a circuire il Ppe (partito di maggioranza) per continuare a manovrarlo in chiave «antifascista».
Il finale è tutto un incenso al Pd, forse perché si fa carico del sontuoso buffet. Schmit e Sánchez si esibiscono più o meno con le stesse parole in un duetto da Paola e Chiara su Sergio Mattarella: «Stiamo con il presidente Mattarella dopo i fatti di Pisa, con i ragazzi i manganelli sono un fallimento». Il leader spagnolo non ha tutti i torti, a Ceuta e Melilla contro i migranti lui usa i blindati. Poi Sánchez si esibisce nell’invettiva contro la minaccia suprema: «L’anima dell’Europa è messa in pericolo dall’estrema destra. Spetta a noi socialdemocratici sconfiggere questi nemici e assicurare che l’unione possa progredire nella giusta direzione». Bisogna finire di spennare gli agricoltori, gli automobilisti, i proprietari di case, i cittadini tutti. Perbacco. E i socialisti hanno una paura blu di non poterlo fare. Il gran finale è riservato a lady Schlein: «Dopo la Sardegna vediamo una finestra di cambiamento (ovazione). È importante sapere di non essere soli nella lotta all’estrema destra. Siamo una famiglia vera che sta insieme perché ci crede e non per convenienza». Pensando al campo largo e alle bizze di Giuseppe Conte, qualcuno ride nelle retrovie. A proposito di nuvole, quando su Roma si fa sera la segretaria ne ha due sulla testa: Gentiloni in rientro da Bruxelles senza una poltrona che non sia la sua. E un riconteggio a Cagliari.
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