Alleanza Schlein-Landini su Marelli: politica, minacce e niente lavoro
Maurizio Landini ed Elly Schlein (Ansa)
Il segretario dem raggiunge Crevalcore dove sono a rischio 229 posti: «Vi tuteliamo noi». Ma non è credibile. Va a braccetto con la Cgil che perde delegati nei siti più «caldi» e intimidisce Carlo Calenda: «Qui non è gradito».

Opperbacco, stavolta Elly Schlein fa sul serio. Il segretario del Partito democratico indossa felpa a girocollo e jeans e si cala tra gli operai, affronta con una mise studiata per la situazione la rabbia delle 229 persone che a Crevalcore stanno per perdere il lavoro e accusa il governo e Kkr, il fondo che ha acquisto attraverso una sua controllata Magneti Marelli. «Noi siamo qui per dare pieno supporto a questa battaglia», incalza, «non è un passaggio temporaneo: saremo qui domani, dopodomani e ogni giorno che serve. Saremo a seguire da vicino il tavolo del 3 ottobre a Roma. Non bisogna far calare l’attenzione su quello che sta accadendo in questo stabilimento». Parla di 6 miliardi che il governo avrebbe a disposizione per l’automotive e poi prova l’affondo. «Il fondo americano Kkr che qui decide la chiusura di uno stabilimento importante per una filiera strategica come l’automotive è lo stesso che vorrebbe acquistare un’altra infrastruttura strategica come la rete di Tim (ha tempo fino a metà ottobre per finalizzare un’offerta ndr). Se il governo ha un canale aperto con Kkr per discutere di eventuali vendite di un settore strategico come le telecomunicazioni, allora alzi la voce rispetto a quello che succede a Crevalcore».

Discorso studiato. Che unisce i puntini di due operazioni che riguardano settori strategici per il Paese, l’automotive e le telecomunicazioni, con la presenza di un fondo americano di private equity. L’idea c’è, peccato che l’interprete, la Schlein in versione barricadera sia davvero poco credibile. Innanzitutto perché sia l’operazione Magneti (fine 2018 con Conte premier e da lì a pochi mesi sarebbe arrivato l’appoggio del Pd) che l’odissea Tim e rete Tim hanno impresso il marchio della sinistra di governo e soprattutto perché le sue battaglie per il lavoro, la Schlein ha deciso di combatterle spalla a spalla con il leader della Cgil, Maurizio Landini. L’ex Fiom che ha fatto della politicizzazione dei problemi dei lavoratori il suo marchio di fabbrica. Scioperi a prescindere, se poi al governo c’è il centrodestra si fanno a occhi chiusi e a Finanziaria neanche abbozzata, e presenza sempre più ininfluente negli stabilimenti, soprattutto quelli più caldi, con conseguente perdita dei delegati. Il caso Marelli è emblematico con le accuse di Carlo Calenda che hanno colto nel segno provocando la reazione a dir poco autoritaria della Cgil: «Ve le ricordate le grandi battagli della Cgil contro Marchionne quando voleva firmare il nuovo contratto per aumentare la produzione in Italia? Con Marchionne la produzione di auto in Italia superava il milione, oggi siamo poco sopra la metà», sottolineava in un video il leader di Azione, «eppure oggi Landini non porta avanti nessuna battaglia né sul calo della produzione né sui centri decisionali che con il passaggio da Fca a Stellantis si stanno spostando in Francia… Motivo? John Elkann ha comprato Repubblica, il principale giornale della sinistra. E da quel momento, siccome il sindacato fa politica in Italia, per la Cgil è stato più importante andare d’accordo con l’azionista di Repubblica che combattere contro la deindustrializzazione dell’automotive». Bum. La stoccata ha colpito nel segno. A stretto giro non è arrivata una replica nel merito, ma solo l’invito a Calenda a non presentarsi ai cancelli di Crevalcore perché sarebbe stato un ospite «non gradito». Tanto che l’ex alleato di Matteo Renzi ha avuto gioco facile a vestire i panni del minacciato che non ha paura a sfidare il sindacato. «Le intimidazioni e le minacce non funzionano con me», ha evidenziato, «e non sono degne di un Paese democratico e antifascista».

Mettendo da parte le polemiche personali, dal punto di vista politico Calenda ha colto nel segno: da anni la Cgil fa politica e si è sempre più disinteressata di quello che succede nelle fabbriche. E i numeri stanno lì a dimostrarlo. Automotive oggi vuol dire transizione verso l’elettrico. Salvaguardare i posti di lavoro nonostante la corsa senza freni spinta dalle normative di Bruxelles. Eppure in quasi nessuno dei siti italiani dove le multinazionali stanno scappando o comunque limitando la produzione per il passaggio all’elettrico la Fiom è il primo sindacato come numero di delegati o guadagna inscritti. Si fa superare dalla Uilm e dalla Ugl, per esempio, alla Bosch di Bari dove, causa transizione, sono stati certificati 700 esuberi. Così come alla Denso di San Salvo in Abruzzo, dove i margini degli ammortizzatori sociali stanno per esaurirsi. Nella sede abruzzese del gruppo giapponese specializzato negli alternatori e nei motori di avviamento lavorano 900 persone, più altre 900 dell’indotto, e sia Fim sia Uilm hanno più delegati della Fiom.

Mentre a Castellalto c’è la Purem, una multinazionale tedesca che nel sito della provincia di Teramo produce accessori per auto e fornisce tutti gli stabilimenti più importanti di Stellantis in Europa. Ci sono stati fino a poche settimane fa un centinaio di posti a rischio e nel momento degli incontri e degli scontri con l’azienda il peso degli iscritti diceva: 80% Fim, quindi Cisl, e il residuo alla Fiom. Sono solo alcuni esempi che fanno da cornice ad altre situazioni eclatanti, come non ricordare la debacle della Cgil nella fabbrica simbolo dell’ex Ilva a Taranto (è la quarta sigla), che dimostrano una tendenza in atto da tempo e che Calenda ha avuto il merito di evidenziare. Se il sindacato si mette a far politica, magari guadagna qualche posto in Parlamento, ma perde voti e peso nelle fabbriche.

Attenzione però a dirlo, perché si viene «silenziati».

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