- Studio smentisce chi minimizzava le infiammazioni post puntura: «Falso che siano più frequenti quelle provocate dal contagio». Intanto, l’Ema lancia un alert sull’antivirale Paxlovid: «Rischio effetti avversi anche fatali se usato con alcuni immunosoppressori».
- L’ex dirigente del ministero Gianni Rezza ha sempre dichiarato che i vaccini sono affidabili. Eppure, come rivela «Report», non visionò mai gli accordi di Bruxelles con Pfizer: «Avevo la password per aprirli, ma l’ho fatto fare ad altri».
Lo speciale contiene due articoli.
Ve le ricordate le miocarditi da vaccino anti Covid? «Lievi e autolimitanti», le definì l’associazione dei cardiologi italiani. L’Aifa giudicava «molto raro» il rischio di contrarre questa infiammazione cardiaca in seguito alle inoculazioni. La Società italiana di farmacologia, ancora ad agosto 2022, confermava: «Certamente» il beneficio dei vaccini supera il rischio. E comunque, secondo la Fondazione Veronesi – giusto per citare una delle istituzioni scientifiche che hanno sostenuto questa tesi – le miocarditi causate dal coronavirus erano più frequenti di quelle provocate dal medicinale a mRna.
Una secca smentita ora arriva da un articolo, da poco uscito sull’Egyptian heart journal – rivista che fa capo al prestigioso editore Springer. Il paper è stato vergato da Rainer J. Klement, uno studioso dell’ospedale Leopoldina di Schweinfurt, in Germania, e da Harald Walach, del Change health science institute di Basilea, in Svizzera. La posizione dei due è inequivocabile: «L’affermazione secondo cui l’entità di danni al miocardio dopo l’infezione da Covid-19 sarebbe maggiore che dopo la vaccinazione non è supportata dall’evidenza empirica e, dunque, è sbagliata».
Gli autori partono da un’indagine pubblicata dall’European journal of heart failure, la quale aveva evidenziato, in un campione composto da 777 dipendenti del nosocomio di Basilea, un’incidenza pari al 2,8% di miocarditi associate alla somministrazione di una dose booster del preparato di Moderna. «Prima che il vaccino Covid-19 fosse disponibile», avevano annotato gli scienziati, «l’incidenza e l’entità di danni al miocardio associata all’infezione da Covid-19 erano molto più alte di quelle osservate in questo studio di sorveglianza attiva dopo la vaccinazione booster». Conclusione che, stando alle verifiche condotte da Klement e Walach, rappresenta «un errore logico […] per due ragioni». La prima è che gli estensori di quello studio avevano monitorato solamente le miocarditi nei pazienti ricoverati in seguito al contagio, ignorando «il più ampio numero della popolazione infettata, ma non ospedalizzata». La seconda è che il tasso d’incidenza del disturbo cardiaco non era l’unico fattore da tenere in considerazione: i vaccinati, difatti, erano molti di più dei contagiati e dei ricoverati.
Spulciando i database del Robert Koch Institute tedesco e dell’Ufficio di statistica elvetico, gli esperti hanno trovato che «l’incidenza di elevati livelli di troponina T» nel sangue «dopo l’infezione da Sars-Cov-2», indice di un danno al cuore, «non è significativamente più elevata di quella dopo la vaccinazione» con il farmaco di Moderna. La scoperta va unita alla consapevolezza che «le complicazioni cardiache» legate al Covid «sono rare negli individui giovani e sani» e che le cardiomiopatie gravi si verificano prevalentemente negli anziani con altre patologie. Al contrario, «il rischio di miocardite nei vaccinati è ugualmente stratificato nei vari gruppi d’età». Ciò, spiegano Klement e Walach, dovrebbe stimolare ulteriori approfondimenti sul «rapporto rischio/beneficio» dei vaccini.
Quello dei profili di sicurezza dei rimedi a mRna, in realtà, è un problema che ormai la gente ha risolto da sé: sono sempre meno quelli che porgono il braccio per quinte o seste dosi. Sarebbe stato doveroso, da parte delle autorità e della comunità scientifica, anticipare gli accertamenti e, magari, optare per una politica di massima precauzione. Ahinoi, sappiamo che in Italia – e il nostro Paese non è stato l’unico – è stata scelta una strada diversa: ricattare tutti, inclusi i giovani in buona salute, con il green pass, per costringerli a sottoporsi ad almeno tre inoculazioni. Tutt’oggi, nelle classi dirigenti e tra i tecnici spadroneggia il negazionismo sugli effetti avversi: a nessuno interessa vederci chiaro, aprire una riflessione sulla pessima gestione della campagna vaccinale e, men che meno, rendere giustizia alle vittime.
Poi, però, le cose accadono. Ieri, l’Ema ha dovuto lanciare un alert ai sanitari sulla somministrazione del Paxlovid, l’antivirale prodotto da Pfizer: se associato ad alcuni immunosoppressori, può causare reazioni «anche fatali». È l’ennesima tegola sulla reputazione di un medicinale che prometteva di salvare i pazienti fragili – quelli ai quali non bastavano neppure i richiami vaccinali per essere completamente al sicuro – e che invece è rimasto spesso a marcire nei frigoriferi. Pensare che, pur di spingerlo, si erano mobilitati i pezzi grossi delle agenzie regolatorie: lo scorso agosto, Robert Califf, commissario della Food and drug administration americana, aveva ammesso di essersi speso in prima persona per fare pubblicità al Paxlovid, anche se, riconosceva, «Fda non dovrebbe essere una cheerleader».
La vicenda offre uno spaccato interessante sul metodo con il quale sono stati autorizzati tutti questi farmaci «sicuri ed efficaci»: intanto entrano in commercio, con la scusa dell’emergenza e tra squilli di tromba; dopo, se succede qualche patatrac, ci si mette una pezza. Alla fine, quando gli obblighi e i diktat smettono di puntellare il business di Big pharma, è il cittadino-consumatore a emettere il verdetto: chi ci va più a farsi vaccinare?
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