- Tra le peggiori eredità della pandemia c’è una conferma: si alterano i risultati di vari studi, compresi quelli sui nuovi medicinali. A tutto vantaggio delle case farmaceutiche.
- Demolita una ricerca firmata dal presidente dell’Iss e da altri soloni del ministero.
- L’epidemiologo John Ioannidis: «Le decisioni sono state prese su dati scorretti. Anche le vaccinazioni di massa restano questione contestata».
Lo speciale contiene tre articoli.
«La distorsione dei risultati negli studi scientifici peer-reviewed ha raggiunto dimensioni epidemiche negli ultimi anni. Il problema è particolarmente eclatante nella biomedicina. Molti studi che sostengono che un farmaco o un trattamento sia benefico si sono poi rivelati falsi». Questa affermazione non è di un no vax e non è recente: era il lontano 2011 quando uno dei più autorevoli epidemiologi al mondo, il professor John Ioannidis dell’università di Stanford, la pronunciava. E ci sono voluti tre dolorosi anni pandemici affinché anche «il contadino dell’Ohio», figura mitologica e rappresentativa di chi per sua fortuna è lontano dalla politica, potesse constatare amaramente che «la scienza è in declino», come ha scritto la rivista Nature pochi giorni fa.
È proprio questa, la pesante eredità che ci lascia il Covid: la fiducia nella scienza e negli scienziati è crollata. Come siamo arrivati a questo penoso epilogo? A fare da apripista è stata, negli anni Cinquanta, l’industria del tabacco, che ha influenzato i media, l’opinione pubblica e l’attività legislativa. L’industria farmaceutica non ha fatto altro che seguire la stessa tabella di marcia. Se dunque i progressi della scienza ci avevano proiettato fuori dal Medioevo e dentro al futuro, qualcosa è andato storto. Nature «non sa perché», pur osservando che l’indice di rilevanza dei paper scientifici tra il 1945 e il 2010 è crollato di oltre il 90%.
Un altro articolo, uscito sulla rivista peer-reviewed Sni, prova a dare un nome a questa crisi della scienza: «L’industria farmaceutica è pericolosa per la salute. La conoscenza è profondamente manipolata da società e corporazioni dannose, i cui obiettivi sono fare business e sopprimere la nostra capacità di operare scelte consapevoli, al fine di acquisire il controllo globale della salute pubblica». Conclusione banale, forse, ma plausibile.
Ioannidis lo aveva segnalato già 12 anni fa. «I conflitti di interesse abbondano e influenzano i risultati. L’industria adatta i programmi di ricerca per soddisfare le sue esigenze, il che modella anche le priorità accademiche, le entrate delle riviste e persino i finanziamenti pubblici». La pandemia ha offerto più di un esempio di ricerche distorsive, soprattutto sui temi tabù: cure, mascherine, origine del virus, vaccini ed eventi avversi, vaccinazione dei bambini. Il più eclatante è stato il famoso studio sulla idrossiclorochina (Icq). Il 20 maggio 2020, Donald Trump rivela di aver iniziato una profilassi preventiva del farmaco. Appena due giorni dopo, la prestigiosa rivista The Lancet stronca l’Icq, l’Oms blocca i trial e anche Aifa ne sospende l’uso. Il 2 giugno 2020, colpo di scena: The Lancet pubblica una nota di scuse e ritira lo studio. Ma la notizia è oscurata dai media e nel frattempo vengono suggeriti farmaci alternativi come il Remdesivir della Gilead.
A novembre 2020, uno studio di Didier Raoult, uno dei più citati microbiologi al mondo (h-Index 167), dimostra che molti medici francesi, che pubblicamente avevano demolito l’Icq per promuovere il Remdesivir, sono a libro paga della Gilead. A febbraio 2021 una review della Cochrane collaboration analizza nuovamente l’Icq limitandosi a «non rilevare una valenza significativa nel migliorare la prognosi della malattia». Ma la reputazione del farmaco è ormai segnata e Raoult è allontanato dall’Istituto che dirige.
Un altro tabù, oggetto di discussione scientifica, riguarda le mascherine. Ancora a fine novembre 2022, il televirologo Roberto Burioni ne ha promosso l’uso, suggerendo la lettura di uno studio di Nejm non randomizzato, che ne sosteneva l’utilità «per mitigare il razzismo». Ancora peggio ha fatto il Department of health britannico il 5 dicembre 2022, pubblicando una review su 25 studi per affermare che «le mascherine riducono la diffusione del Covid in comunità». «La review è piena di errori», hanno confutato Carl Heneghan, epidemiologo a Oxford, e Tom Jefferson, autore della Cochrane Collaboration, «e gran parte degli studi citati sono osservazionali». Gli unici due randomizzati (Bangladesh e Danmask) dimostrano infatti che non c’è evidenza che le mascherine siano efficaci in comunità. «Sta succedendo qualcosa di strano», hanno scritto Heneghan e Jefferson, «i politici vogliono che continuiamo a indossare le mascherine: perché? Perché pensano che l’importante sia far vedere che fanno qualcosa; anche se questo “qualcosa” non è basato sull’evidenza».
Un altro clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars-CoV-2» pubblicato il 17 marzo 2020 su Nature, in cui gli scienziati Andersen, Rambaut, Lipkin, Holmes e Garry sostengono la tesi dell’«origine naturale» del virus. Ci sono voluti due anni per scoprire che appena un mese e mezzo prima, il 31 gennaio 2020, sia Andersen sia Garry avevano avvisato Anthony Fauci, consigliere scientifico del presidente Joe Biden, del contrario: «L’origine naturale è praticamente impossibile», scrivevano. Fauci però temeva la diffusione della tesi dell’incidente di laboratorio, perché gli Usa finanziavano quello di Wuhan. Dopo la clamorosa inversione di rotta e la pubblicazione su Nature, Garry e Andersen hanno ricevuto una sovvenzione dal Niaid di Fauci di 8,9 milioni di dollari.
E come non dimenticare gli studi sulle «rare e lievi» miocarditi post vaccino, diffusi dal guru del nostro Roberto Burioni, il professor Eric Topol? Ancora il 3 ottobre 2022, Topol ha pubblicato su Twitter i risultati di un report, evidenziando l’incidenza «nella fascia 5-39 anni», sic, e concludendo trionfante che «i benefici della vaccinazione mRna superano di gran lunga il rischio». È toccato a Vinay Prasad, epidemiologo all’università della California, smontarlo: «Spesso Topol fornisce analisi scarse e sbagliate su molti argomenti», scrive Prasad. «In questo tweet, ad esempio, accosta i risultati dei dati di bambini di 5 anni a quelli di giovani di 25 anni. Eppure è ben noto che la miocardite post vaccino è in gran parte un fenomeno post-puberale. Topol», continua Prasad, «accorpa inoltre dati di ventenni con dati di uomini di 39 anni e, stenterete a crederci, dati di uomini con dati di donne». Utile chiarimento, se non fosse che Topol è uno degli scienziati più generosamente finanziati al mondo: il «suo» centro di ricerca Scripps Research risulta aver percepito oltre 6 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici dal Nih di Collins e Fauci in poco più di un decennio, oltre alle sovvenzioni private di Bill Gates.
L’ultimo caso riguarda l’Italia, e la massima istituzione in materia di salute pubblica: l’Istituto superiore di sanità. Il 10 dicembre 2021 l’Iss ha pubblicato sul proprio sito una fake news che è ancora online. «Sia pure in misura minore, anche nell’età infantile l’infezione da Sars-CoV-2 può comportare rischi per la salute», scriveva l’Iss, «tanto è vero che circa 6 bambini su 1.000 vengono ricoverati in ospedale e circa 1 su 7.000 in terapia intensiva». Ora, se i bambini di 5-11 anni (cui era diretta la campagna vaccinale in quei mesi) sono 3.194.351 e tra loro ci sono stati 1.453 ricoveri, basta dividere 1.453 per 3.194.351 e moltiplicare per 1.000 per scoprire che il risultato non è «6 su 1.000» come scrive l’Iss, ma 0,455 su 1.000. E basta dividere 36 terapie intensive per 3.194.351 bambini per scoprire che i bambini in terapia intensiva per Covid non sono «1 su 7.000» come scrive l’Iss, ma 1 su 88.732.
«La capacità di dimostrare qualcosa di falso deve essere un segno distintivo della scienza», sosteneva ottimisticamente Ioannidis nel 2011. C’è riuscita? Si direbbe proprio di no.
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