Le ombre di corruzione sull’«eroe» Zelensky
Volodymyr Zelensky (Ansa)
  • Il siluramento del ministro della Difesa per corruzione è la punta dell’iceberg: il popolo si chiede dove finiscano i soldi occidentali Mentre presidente e oligarchi tengono le loro ricchezze all’estero.
  • Fulvio Scaglione, giornalista esperto dell’area: «L’operazione pulizia non è ciò che sembra. Sui fondi erogati dagli Usa controlli quasi assenti».
  • Prima della guerra, l’Ucraina veniva comunemente raccontata come il paradiso delle tangenti. Adesso invece si parla di (inesistenti) passi avanti verso la trasparenza.

Lo speciale contiene tre articoli.

Eroe della resistenza o principe della corruzione? La maggioranza non ha dubbi: secondo un sondaggio condotto dal Centro Razumkov e dall’Istituto internazionale di sociologia di Kiev, pubblicato la scorsa settimana, il 78% degli ucraini ritiene che il presidente Volodymyr Zelensky sia direttamente responsabile della corruzione nel governo e nell’esercito. Per il 55% della popolazione, inoltre, i Paesi occidentali hanno il diritto di mettere in discussione gli aiuti militari a Kiev, finché ci sono casi di corruzione nelle forze armate. Corruzione che, va ricordato, ostacola il processo d’integrazione nell’Ue (e nella Nato), che pure i leader occidentali continuano cinicamente a caldeggiare. La corruzione, insomma, secondo il 47% degli ucraini rappresenta il principale ostacolo del Paese.

Come racconta il giornalista Fulvio Scaglione nell’intervista in queste pagine, il presidente ucraino sta gestendo abilmente il dossier trasparenza e le pur frammentarie notizie sulla corruzione a Kiev raccontano una storia diversa. A gennaio 2023, quattro viceministri, cinque governatori regionali e un assessore chiave dello stesso presidente si sono dimessi per uno scandalo sulle macchine di lusso. Il viceministro per le Infrastrutture Vasyl Lozynsky è stato bloccato dalla polizia anticorruzione mentre incassava una tangente da 350.000 dollari. Lo scorso 3 settembre, Zelensky ha licenziato il ministro della Difesa ucraino Oleksiy Reznikov. «Dopo 550 giorni di guerra, abbiamo bisogno di nuovi approcci», ha giustificato il presidente presentando la sostituzione come un avvicendamento strategico. In realtà, il ministero di Reznikov è stato colpito da diversi scandali di corruzione, a cominciare da quello denunciato dal giornale Zerkalo Nedeli, che ha rivelato che il ministero aveva firmato contratti alimentari a prezzi due o tre volte superiori. L’inchiesta è costata le dimissioni del vice di Reznikov, oggi è il turno del ministro: degli uomini che Zelensky aveva piazzato ai vertici della Difesa, ne è rimasto soltanto uno.

I guai di Zelensky, però, risalgono a ben prima del conflitto. È proprio alla vigilia della guerra che escono i Pandora Papers, milioni di documenti raccolti dall’International Consortium of Investigative Journalists e pubblicati a partire dal 3 ottobre 2021. Nella lista dei conti segreti offshore di alti funzionari e leader mondiali figurano il presidente Zelensky insieme con i suoi due soci: il capo dei servizi segreti Ivan Bakanov (ex capo del partito di Zelensky e manager delle sue società) e l’assistente del presidente Serhii Shefir, regista e produttore cinematografico autonominatosi addetto a «l’immagine morale del presidente Zelensky».

Dei 91 Paesi e territori cui sono collegati i conti, è proprio l’Ucraina di Zelensky ad ospitare, secondo i Pandora Papers, più partecipazioni offshore rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo, inclusa la Russia. L’Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp), che ha contribuito all’indagine, scopre inoltre che poco prima di essere eletto presidente, Zelensky ha «donato le partecipazioni che aveva nella società offshore Maltex Multicapital Corp., registrata nelle Isole Vergini britanniche, al socio e assistente Shefir». I documenti riportati dall’Occrp riferiscono anche di un accordo stipulato per consentire di continuare a pagare dividendi a una società che appartiene alla moglie del presidente, Olena Zelenska.

Anche il documentario investigativo Offshore 95 di Olena Loginova e Yakov Lyubchych, prodotto dall’agenzia giornalistica investigativa Slidstvo-info e boicottato dai servizi segreti ucraini (Sbu) ha fatto luce sui files dei Pandora Papers, trovando 14 società attribuite a Zelensky e alla sua cerchia, registrate dall’avvocato ucraino Yurii Azarov, che il 23 marzo 2019 (otto giorni prima delle elezioni) aveva firmato il documento per trasferire le azioni Maltex tra i leader della società di Zelensky, Kvartal 95: l’avvocato oggi è introvabile. Le società della rete Kvartal 95 sono state poi usate per comprare tre proprietà di lusso a Londra, presentate all’opinione pubblica come umili paradisi per gli ucraini perseguitati.

Senza mai negarne l’esistenza, Zelensky – che alla vigilia del voto aveva accusato lo sfidante Poroshenko di aver «aumentato di 82 volte le sue ricchezze» – tenta maldestramente di giustificare l’uso dei conti offshore evocando lo spettro dell’invasione russa, prima che si concretizzasse. Il suo consigliere dichiara che i conti segreti erano necessari per «proteggere» i redditi del gruppo dalle «azioni aggressive» del regime «corrotto» dell’ex presidente Viktor Yanukovich, destituito dopo la rivoluzione colorata del 2014 appoggiata dagli Usa. Gli sforzi dello staff non convincono l’opinione pubblica ucraina: a fine 2021 la popolarità di Zelensky è in picchiata e il recente sondaggio mostra che la situazione, nonostante la guerra e la legge marziale, è immutata.

Un capitolo a parte è riservato al miliardario ucraino Ihor Kolomoyskyi, patrimonio netto di 1 miliardo di dollari nel 2022. Noto per mettere a suo agio gli ospiti dando da mangiare a uno squalo vivo che tiene nell’acquario del suo ufficio di Dnepropetrovsk, è il principale finanziatore della campagna di Zelensky ma anche sostenitore di diverse milizie filonaziste come i battaglioni Aidar e Azov. Ha co-fondato ed è stato fino al 2016 il proprietario di PrivatBank che, in qualità di maggiore banca ucraina, ha raccolto almeno la metà degli aiuti internazionali a Kiev concessi dal Fmi dal 2014, parte dei quali, secondo le autorità Usa, dirottati su conti offshore. Kolomoyskyi nel 2015 detiene anche una partecipazione di controllo in Burisma, la compagnia del gas ucraino. Sarà lui a mettere in contatto il suo uomo dentro Burisma, Vadym Pozharskyi, con Joe Biden e suo figlio Hunter. Quest’ultimo organizza per Pozharskyi una riunione a Washington col padre Joe ad aprile del 2015. «Non ho mai parlato del lavoro in Ucraina con mio figlio», dichiarerà il presidente, ma le email ritrovate rivelano il contrario. Kolomoyskyi è anche il produttore della serie tv Servo del Popolo, in onda dal 2015 al 2019 sul suo canale 1+1, che ha sancito la popolarità dell’allora comico Zelensky. Le inchieste riferiscono che il miliardario ha acquisito i programmi di Zelensky stipulando con la società del presidente Kvaral 95 un contratto annuale di 20 milioni.

Nel frattempo Kolomoyskyi è finito nella lista nera di Washington: è stato incriminato nel 2020 per frode bancaria e privato di visto per gli Usa dal 2021. La scorsa settimana è stato arrestato per frode fiscale e riciclaggio: la detenzione, a quanto pare, durerà soltanto due mesi ed è probabile che il magnate utilizzerà i suoi due altri passaporti, israeliano e cipriota, per organizzarsi all’estero, dove ha già portato in salvo gran parte dei suoi averi.

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