Con il Covid i bimbi delle surrogate arrivano a casa già grandi
  • Da gestante per terzi a babysitter. Il Covid-19 ha bloccato i viaggi intercontinentali e le consegne dei bimbi nati da utero in affitto che, oggi, incontrano le nuove famiglie con mesi di ritardo.
  • Lo scandalo cinese. L’attrice Zheng Shuang abbandona i due figli nati da utero in affitto negli Usa: «Non li voglio più».

Lo speciale comprende due articoli.

Sono bloccati in ogni parte del mondo. Dalla California all’Oregon, passando per l’Ucraina e paesini remoti nell’entroterra cinese. Sono i bambini nati da maternità surrogata che, a causa del Covid-19 e la chiusura delle frontiere, sono stati costretti a rimanere dopo la nascita con le mamme surrogate che li hanno messi al mondo.

Il business nel business si è creato da solo. Se in principio infatti la chiusura delle frontiere aveva destabilizzato le mamme surrogate, ci è voluto ben poco per capire che quel pargolo in cerca di cure messo al mondo per terzi, sarebbe diventato una nuova forma di guadagno. E così ecco che, soprattutto nei primi mesi della pandemia, quando ogni Paese aveva interrotto completamente la possibilità di movimento, le cifre chieste per prendersi cura dei bambini nati da utero in affitto sono schizzate alle stelle. Quasi mille dollari a settimana. Era questa la cifra minima richiesta da quelle donne che sceglievano di portare a casa i bambini e accudirli come fossero loro per davvero. Pannolini, vestitini, e addirittura un rimborso per i problemi che potrebbe creare inserire un neonato in una famiglia già avviata. Tutto era motivo di spesa extra.

A rimetterci sono stati soprattutto i genitori provenienti dall’altra parte del mondo. Una coppia di Pechino ha saputo della nascita del loro bambino ad aprile 2020. Ha potuto assistere al parto attraverso Skype. E poi si è vista costretta ad aspettare. Telefonate quotidiane, più volte al giorno, e spese che aumentavano esponenzialmente per mantenere quel bimbo che non potevano abbracciare. «Era straziante» ha raccontato la madre in una stanza sul tema creata sul nuovo social network Clubhouse. «Ho aspettato anni, ho provato decine di volte ad avere un figlio e non ci sono riuscita. Quando finalmente il sogno di diventare madre si stava per realizzare il Covid ha interrotto tutto, di nuovo». Prima che la coppia potesse riabbracciare il bambino sono passati mesi. Sei per l’esattezza. Abbastanza per vedere un neonato cambiare più e più volte. Oltre alla spesa per il mantenimento del bimbo nei suoi primi mesi di vita (che come affermato dalla coppia durante la lunga conversazione online si aggira intorno ai 20.000 euro), c’è anche la beffa. La coppia, per motivi di salute del piccolo, ora è bloccata negli Stati Uniti. Con buona pace del conto in banca, che continua a svuotarsi.

Qualcosa di simile è accaduto anche a una coppia Australiana. La bimba che tanto volevano è rimasta per mesi in balia di un ospedale Ucraino. Uno di quelli che, lo scorso anno, aveva fatto il giro del mondo con le foto di decine di culle una attaccata all’altra con bimbi “abbandonati” dalle surrogate. In questo caso, sebbene le spese fossero minori, le tempistiche con cui è avvenuto l’incontro si sono prolungate fino a 9 mesi.

Da utero in affitto a babysitter post parto è stato un attimo.

E se all’inizio la situazione spiazzava, confondeva e a tratti spaventava (soprattutto in Paesi come l’Ucraina o la Cina), ora è diventata un business vero e proprio che potrebbe protrarsi anche una volta superata la pandemia. Perché a ben pensarci, la separazione coatta dal neonato appena partorito è uno dei punti su cui le femministe, anche quelle a favore dell’utero in affitto, si dividono da sempre. «Nuoce al bambino», motivano alcune, mentre altre fanno eco rispondendo che «anche la psiche della madre surrogata viene compromessa». Questa convivenza forzata potrebbe quindi aprire un nuovo capitolo nella pratica di surrogazione di maternità creando una sorta di “patentino” che porterebbe alla consegna del bambino alla famiglia che lo ha “acquistato” con un ritardo di tre/sei mesi circa. In questo modo, se da una parte si risolverebbe il problema della separazione precoce, dall’altra spetterebbero alla mamma surrogata molte “prime volte”. Qualcosa che, come si legge nei gruppi sui social network di maternità surrogata, non convince a fondo chi un figlio lo vuole vivere fin dal primo giorno.

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