Tra 48 ore meno libertà e più ipocrisia
Scatta l’obbligo nei ristoranti, mentre nei refettori aziendali no. Per entrare a Palazzo Chigi invece serve anche il tampone. Il salvacondotto si è già rivelato una presa per i fondelli perché non è basato su criteri scientifici ma sui ricatti dei sindacati.

Via Twitter, Alessandro Vecchi mi ammonisce: «Sono un affezionato lettore della Verità fin dal primo numero: ne compero due per solidarietà. Ma se continui così con i vaccini perdi un sostenitore». Il tweet era in risposta al mio su Giuseppe Conte e compagni, a proposito della riforma Cartabia, ma evidentemente Vecchi ne ha approfittato per affrontare un argomento che gli sta a cuore, ovvero la lotta al Covid. Anche a me sta a cuore la campagna vaccinale, prova ne sia che premetto non solo di essermi prenotato un secondo dopo che era venuto il mio turno, ma che ritengo giusto sottoporsi all’inoculazione di prima e seconda dose, soprattutto se si ha un’età in cui si rischia. Non ho neppure il problema di non poter esibire il famoso green pass, perché anche quello, appena mi è stata notificata la disponibilità online del documento, ho provveduto a scaricarlo. Insomma, non è per un fatto personale se critico alcune decisioni, ma perché non sopporto le ipocrisie e soprattutto le prese in giro. Mi spiego: vi sembra possibile che si istituisca l’obbligo di mostrare il certificato vaccinale per entrare in un ristorante e non in mensa? Qual è la differenza? Forse al tavolo di una trattoria si registrano maggiori rischi per la salute di quanti se ne corrano a un tavolo di un locale aziendale? Nel primo e nel secondo caso per mangiare ci si toglie la mascherina, giusto? E allora dove sta la differenza di trattamento? La spiegazione è semplice: il ministero della Salute, che vale la pena di ricordare è retto da un signore di nome Roberto Speranza, il quale è segretario del partitino di sinistra denominato Articolo 1 che già nel nome richiama il diritto al lavoro garantito dalla Costituzione, non vuole inimicarsi i sindacati e dunque al ristorante serve il green pass, in mensa no. Del resto, l’incongruità del trattamento è rivendicata dagli stessi leader confederali, i quali lunedì scorso hanno escluso controlli e sanzioni nei luoghi di lavoro. Per Maurizio Landini (Cgil), Luigi Sbarra (Cisl) e Pierpaolo Bombardieri (Uil) le imprese non devono neppure chiedere quanti e quali fra i loro dipendenti siano vaccinati: «Assolutamente no, sarebbe discriminatorio e una violazione della privacy». In pratica, in ufficio o in fabbrica vige il divieto di chiedere il green pass, ma al bar se uno si siede per prendere un caffè il cameriere deve pretendere che mostri il certificato di vaccinazione avvenuta.

Ad Alessandro Vecchi tutto ciò non sembra un’ipocrisia? A me pare peggio, vale a dire una presa per i fondelli. Ma c’è di più: all’incontro sindacale, Palazzo Chigi ha preteso che i leader confederali si presentassero con il tampone che escludesse la positività al Covid. Landini, Sbarra e Bombardieri si sono straniti per la richiesta, convinti che a renderli «ricevibili» bastasse il green pass, ma i funzionari della sede governativa sono stati inflessibili. Il che non mi stupisce perché, quando partecipo a qualche dibattito in uno studio televisivo, mi viene richiesto di sottopormi a un tampone, benché dalla fine di maggio sia completamente vaccinato. Dunque, perché davanti a una telecamera mi si considera potenzialmente contagioso e davanti a un piatto di spaghetti no? Perché se vado al ristorante mi basta un green pass per entrare e se vado a Palazzo Chigi no? La risposta è semplice e sta nel numero di persone che, pur essendo vaccinate, pur disponendo del green pass, si ammalano comunque di Covid e avendo sintomi lievi neppure se ne accorgono, ma contribuiscono a contagiarne altre. Anche chi è digiuno di regole per prevenire la diffusione del Covid, a questo punto capisce che far credere che con il green pass si può stare tranquilli e cenare in allegria significa imbrogliare la gente e forse anche lasciar correre il virus.

Insomma, caro Vecchi, a me non piacciono le prese in giro. Medici e sanitari, ma anche chiunque lavori in ospedale, sebbene non sia a contatto con i pazienti, si devono vaccinare per forza, pena la sospensione dallo stipendio e il licenziamento. Ma se si lavora in un’azienda si ha diritto alla privacy e non si possono né subire demansionamenti (cioè spostamenti ad altro incarico), né sospensioni. Le pare giusto? Le sembra coerente che per andare al ristorante serva il certificato vaccinale e per salire su un treno di pendolari o su un tram, dove si sta «vicini, vicini», come dicono Greggio e Iacchetti, no? Ma stiamo scherzando? Per sedersi al bar è obbligatorio vaccinarsi, per salire in cattedra occorre «la persuasione più che l’obbligo», perché quello, come ha tenuto a ribadire il segretario della Uil, Bombardieri, c’è solo in Arabia Saudita. Ma non lo vede, caro lettore, che le misure a tutela della salute sono piegate alle esigenze di tutela sindacale e non rispondono ad alcun criterio scientifico? Non si obbligano i professori a vaccinarsi, perché la Cgil e i suoi compagni non vogliono, però si obbligano nei fatti le famiglie a vaccinare i propri figli adolescenti perché altrimenti nessun ragazzino potrà andare al ristorante con papà e mamma e, a breve, prendere un aereo. Tutto ciò, nonostante fino a ieri gli stessi esperti del Comitato tecnico scientifico ministeriale ritenessero non urgente la vaccinazione dei minori (salvo poi, per giustificare il dietrofront sostenere una mortalità fra i bambini che non trova riscontro in alcuna rilevazione). È chiaro che in questa faccenda comandano i diritti sindacali. E a me, che pure sono pro vaccino, sapere che la salute degli italiani è condizionata dalle decisioni del Trio Lescano confederale, non piace neanche un po’. Questo giornale è nato per non adeguarsi ad alcun conformismo. Dunque, caro Vecchi, anche in questo caso ci atteniamo alla regola.

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