A metà giugno forse si deciderà il destino dell’Ucraina. Dopo le elezioni europee infatti, il mondo si riunirà a Lucerna per decidere della guerra che insanguina il continente. Con comodo, ovviamente. Già, perché mentre dal fronte arrivano notizie allarmanti, con un possibile sfondamento russo delle difese di Kiev, la Ue e i suoi alleati, vale a dire l’America, si preparano alle elezioni. Sì, Bruxelles discute di nuove sanzioni, mentre Washington vara altri finanziamenti. Intanto, nelle trincee ucraine si muore, in attesa che si discuta di ciò che era evidente un anno fa, ma forse addirittura due anni fa, ovvero una tregua, ma forse a questo punto sarebbe meglio dire una resa.
Non parteggio per Putin, di cui ho sempre detto quel che penso, ovvero che è un dittatore. Non sono filo russo o finto pacifista: sono semplicemente un osservatore che guarda i fatti e da due anni osservo una guerra che ha un solo esito, vale a dire la sconfitta dell’esercito di Volodymyr Zelensky.
Secondo il generale ucraino Vadym Skibitsky, che lo ha detto all’Economist, «non c’è modo di vincere la guerra sul campo di battaglia; il conflitto può terminare solo con dei trattati». Dal mio punto di vista questo era evidente fin dall’inizio. Ma due anni fa, chiunque dicesse ciò che ha dichiarato l’alto ufficiale dell’esercito di Zelensky era giudicato un calabrache. Anzi, un propagandista al soldo di Putin. Infatti, nel febbraio di due anni fa, l’Europa tutta era convinta che bastasse introdurre un certo numero di sanzioni economiche per mettere in ginocchio la Russia. In realtà abbiamo visto che quella che era considerata la bomba atomica finanziaria, ovvero l’esclusione dal circuito swift degli istituti di credito russi, a Mosca ha fatto il solletico. Così come hanno fatto un baffo altre misure annunciate come determinanti. La realtà è che l’idea di sostenere una guerra a distanza, basandosi solo sulla tecnologia e sul denaro, non funziona, perché nel fango delle trincee, a premere il bottone sui cannoni e a manovrare i carri armati poi ci vogliono i soldati.
Il conflitto ucraino, il primo del nuovo millennio, secondo gli esperti avrebbe dovuto essere la prima guerra tecnologica, condotta con nuovi sistemi. Satelliti, droni, missili teleguidati, algoritmi. In realtà si è rivelato un conflitto tradizionale. Altro che campagna militare guidata dall’intelligenza artificiale: dal 24 febbraio a oggi abbiamo scoperto la stupidità naturale di generali e politici. Non ci voleva un genio per comprendere che i carri armati Abrams, ultimo ritrovato bellico americano, dovevano essere condotti dai soldati. Né serviva un super esperto per comprendere che a manovrare droni e missili erano necessari tecnici, così come per premere il grilletto di una mitragliatrice c’era bisogno di un militare. La guerra per procura, condotta al computer, disegnata da Washington invece che da Kiev, si è dimostrata un fallimento. E ora, a essere sconfitti non sono gli ucraini, ma i loro alleati, vale a dire l’Europa e l’America, che da questo conflitto rischiano di uscire a pezzi, sconfitte sia sul piano militare che su quello politico.
Probabilmente, pochi mesi dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, era possibile raggiungere un’intesa onorevole, ovvero una tregua che concedendo qualche cosa a Putin salvasse la faccia all’Occidente che aveva sospinto Kiev verso lo scontro con Mosca, promettendo sostegno e aiuti. Oggi, al contrario, Europa e America rischiano di presentarsi alla trattativa senza nulla in mano se non una richiesta di cessate il fuoco. Tutti i rapporti militari preannunciano una caduta del fronte ucraino e un possibile avanzamento delle truppe russe. Ma di fronte ai peggiori scenari, l’Occidente reagisce con una conferenza di pace fissata per metà giugno e alla quale non è invitata la Russia. Come si fa a discutere un armistizio senza una delle parti in causa nessuno lo sa. Soprattutto, ci si chiede come sia possibile negoziare un trattato di pace senza che siano state convocate le principali potenze mondiali, vale a dire Mosca e Pechino. La realtà è che né l’Europa né gli Stati Uniti si rendono conto non soltanto di aver perso la guerra, ma che il baricentro del potere globale si è spostato verso Est e a tutto ciò non si rassegnano. Così come non paiono farsi una ragione del fatto che le guerre le fanno i soldati e non l’algoritmo.
L’illusione che basti la tecnologia a risolvere i conflitti è svanita di fronte alla guerra in Ucraina e al conflitto israelo-palestinese. In entrambi gli scontri si dimostra che il fattore umano resta determinante. Nonostante i sofisticati sistemi messi in campo dall’intelligence di Gerusalemme, Israele non è ancora riuscito a sconfiggere Hamas. Così come le bombe intelligenti occidentali non hanno costretto alla ritirata le truppe russe. La guerra è tornata al secolo scorso, con i suoi massacri, con la sua violenza. E, purtroppo, la stupidità naturale dei suoi generali e dei suoi politici.
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