La Bibbia dell’ideologia ambientalista, ossia Repubblica nella sua versione milanese, riconosce che i divieti a cui sono stati condannati migliaia (ma forse sarebbe più corretto dire centinaia di migliaia) di italiani non servono a nulla, ma anzi rischiano di rivelarsi controproducenti e, quel che è peggio, di costare caro a molte famiglie. Vi chiedete di che cosa io stia parlando, visto che la notizia non ha avuto la dignità di un titolo d’apertura di telegiornale, ma neppure la decenza di un richiamo nella homepage dei principali siti di notizie? Rispondo subito: parlo del flop dell’area B di Milano. A qualcuno di voi forse verrà voglia di voltare pagina, perché, non risiedendo nel capoluogo lombardo, penserà di non essere interessato alla faccenda. In realtà, se ha a cuore le mistificazioni imposte dal pensiero dominante di cui spesso siamo vittime, farebbe meglio a seguire il mio ragionamento, anche perché penso di non tirarla troppo lunga. La sostanza è questa: essendo in crisi di idee e non sapendo a che cosa aggrapparsi, mesi fa il sindaco rossoverde della città ha deciso di proibire la circolazione nell’area urbana delle auto più vecchie, colpevoli secondo lui di inquinare. A dire il vero, Beppe Sala, ex commissario Expo commissariato da tempo dalla sinistra extraparlamentare, non è stato il solo a introdurre questa novità, perché anche altri primi cittadini lo hanno seguito e c’è il rischio che a breve siano in tanti a copiarne l’esempio. Risultato, grazie al provvedimento del sindaco lombardo, numerose autovetture sono state considerate fuorilegge e dunque migliaia di viaggiatori che usavano la macchina per lavoro sono stati costretti a metterla in garage o a rottamarla, con gravi svantaggi economici.
Un costo che avrebbe dovuto essere bilanciato da un guadagno in salute, perché il fermo auto era giustificato dalla necessità di ridurre le emissioni nocive dei motori più inquinanti. Tutto chiaro? Sì. O meglio, sarebbe tutto chiaro se davvero il divieto di circolazione avesse un impatto concreto sull’aria che i cittadini respirano. Peccato che, a mesi di distanza dal blocco, non si sia registrato alcun concreto miglioramento in termini di inquinamento e dunque lo stop alle vetture più vecchie si sia tradotto solo in un ulteriore onere per le famiglie economicamente più svantaggiate. Già, perché è evidente a tutti, tranne alla giunta rossoverde di Milano, che a pagare il conto delle follie ambientaliste di Beppe Sala, sindaco in cerca di una futura collocazione (fosse anche al seguito di Greta Thunberg), saranno le persone con reddito medio basso. Le auto più vecchie sono infatti di proprietà di chi non può permettersi di comprarne una nuova e dunque il provvedimento obbliga chi ne ha bisogno a non servirsi più di una vettura di cui magari non ha ancora finito di pagare le rate.
Dunque, tanto per riassumere: inseguendo il sogno di un mondo senza inquinamento, le amministrazioni comunali di sinistra proibiscono la circolazione delle auto più vecchie spingendo le famiglie a comprare vetture ecologiche (elettriche o ibride) che non si possono permettere. Risultato: chi non ha un reddito sufficiente a pagarsi l’auto verde è costretto ad andare a piedi o a prendere i mezzi pubblici (di cui nel frattempo si sono rincarate le tariffe). Chi invece ha i soldi e può comprarsi il veicolo super green, non solo può circolare, ma non paga neppure l’area C, anche se il pedaggio è la metà del costo quotidiano per il parcheggio sotto casa.
Da tutto ciò seguono due considerazioni semplici semplici. La prima riguarda il voto nelle Ztl, ossia zone a traffico limitato: visto che Sala e compagni favoriscono i benestanti che vivono in centro, c’è da stupirsi se questi votano in massa per il Pd e per i Verdi? Seconda osservazione: dopo ciò che ho raccontato, ancora vi chiedete perché i ceti popolari hanno abbandonato la sinistra?
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