Ma Landini davanti agli Elkann perde la voce
Maurizio Landini (Ansa)
Il leader Cgil dalle colonne di «Repubblica», controllata dagli eredi Agnelli, lancia allarmi sulla democrazia e parla di premierato e di autonomia. C’è un solo tema che non tocca: la crisi dell’ex Fiat, che passo dopo passo taglia la produzione nel nostro Paese.

Maurizio Landini in questi giorni è sulle pagine di tutti i giornali, in particolare di quelli del gruppo Gedi, vale a dire della famiglia Agnelli. Giovedì Repubblica ha dedicato al segretario della Cgil addirittura il titolo più importante dell’edizione: «Attacco alla democrazia», con tanto di intervista in cui il numero uno del sindacato prometteva battaglia. Alla precettazione del ministro Salvini, ha infatti risposto con una minaccia: «Questo è il primo sciopero dell’anno e non ci fermeremo qui perché troppi vedono calpestati i propri diritti». Landini, infatti, non si limita ad attaccare il governo sulla manovra finanziaria, ma amplia l’orizzonte di lotta alla riforma della Costituzione, su premierato e autonomia. Il segretario della Cgil, di cui abbiamo già descritto le mire politiche, non si ferma ai temi del lavoro, delle pensioni e dei salari, come sarebbe logico dato il ruolo ricoperto, ma parla di tutto. Oddio, proprio di tutto no: c’è un argomento di cui non gli riesce di parlare, ed è la Fiat. Lo ha notato perfino Carlo Calenda, che certo non può essere definito un sostenitore di Salvini. In un’intervista al nostro giornale, il leader di Azione si è accorto che mentre Landini discute di molte cose, poi paradossalmente ignora la questione che in teoria dovrebbe stargli più a cuore di tutte, ovvero il futuro del gruppo automobilistico che un tempo rappresentava la più grande azienda del Paese. In questi giorni si parla molto di Fiat, o meglio di quello che resta della Fiat che oggi si chiama Stellantis. Di recente, i vertici della società hanno annunciato un piano di incentivi per favorire l’uscita di 15.000 dipendenti e perfino le fabbriche strategiche, quelle dove si producevano i modelli più richiesti, ora paiono cedere il passo a favore di stabilimenti collocati in altri Paesi e principalmente in Francia. Per un po’ si era sperato che Stellantis decidesse di produrre in casa nostra le batterie per le macchine elettriche, con un investimento che avrebbe assicurato un futuro alle catene di montaggio italiane. Ma a quanto pare, il progetto è ormai tramontato, perché i piani dell’azienda puntano su altri Paesi. Dunque, viene da chiedersi, che cosa resterà in Italia, soprattutto quando la transizione dai motori endotermici voluta da Bruxelles sarà portata a compimento? La risposta è niente o quasi niente, ma questo non pare impensierire il leader della Cgil, il quale invece si appassiona a temi politici come la riforma del premierato e non all’esodo forzato dei dipendenti dell’ex gruppo del Lingotto.

Forse Landini è troppo preso nell’organizzare scioperi e nel fare in modo che le manifestazioni vadano a vuoto. Sta di fatto che guidare il principale sindacato italiano dovrebbe indurlo a prestare più attenzione a quel che sta succedendo a Torino e dintorni. Come scriviamo in questa pagina, ciò che resta della Fiat ha recentemente inviato una letterina ai propri fornitori per invitarli a trasferire le loro produzioni fuori dall’Italia, così da poter sopportare una limatura dei prezzi. Non è una novità che Stellantis punti a traslocare in Paesi dove le retribuzioni e le bollette sono più basse. Dopo aver dirottato la produzione di alcuni modelli in Polonia e in Serbia, di recente il gruppo ha varato un maxi investimento in Algeria, con l’intenzione di fabbricare Tipo e Renegade destinate al mercato africano, invitando i fornitori ad attraversare il Mediterraneo, così da avere in terra locale sia la qualità che i contenuti. Ma ora i vertici del gruppo, rispondendo a una strategia che punta ad abbassare i prezzi (delle forniture) per alzare i profitti (dell’azienda), hanno invitato alcune delle migliori imprese che lavorano per Fiat a trasferire parte della produzione in Paesi asiatici, da sempre più convenienti quanto a retribuzioni e costi.

Una fuga dall’Italia che dovrebbe impensierire non poco il leader della Cgil, per via delle ricadute sull’occupazione. Eppure, nonostante la fonte della notizia sia di origine sindacale, Landini di ciò che sta accadendo nell’ex impero Fiat non parla. Ho provato a digitare il suo nome accostato a quello della casa automobilistica torinese, ma su Internet, per rintracciare una dichiarazione che riguardi il gruppo, bisogna risalire negli anni, cioè a quando l’ex saldatore di San Polo d’Enza era a capo della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici. Poi più nulla. La Fiat nel frattempo è diventata francese, perché gli Agnelli hanno ceduto le loro quote in cambio di quelle di Stellantis, e poi la holding ha trasferito la sede sociale in Olanda, dove tra l’altro il Fisco ha la mano più leggera, ma Landini anche di fronte a tutto ciò non ha fiatato. Le fabbriche funzionano a singhiozzo? Il numero uno di corso Italia non ha nulla da dire. Il gruppo manda a casa altri 15.000 dipendenti? Silenzio assoluto del leader maximo. Sarà per questo che Repubblica rilancia ogni sospiro del segretario quando parla d’altro? Oppure sarà per rispetto nei confronti di chi ospita i suoi sospiri che Landini non parla di Fiat? Ah, saperlo…

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