Chi sabota l’incontro Trump-Putin
Donald Trump e Vladimir Putin (Getty Images)

La nostra stampa gongola per il rinvio del vertice di Budapest, mentre i geni di Bruxelles pretendono di imporre a Mosca di pagare la ricostruzione, come se fosse stata sconfitta sul campo. Atteggiamenti autolesionistici pur di non dare ragione al presidente Usa.

Sui giornali di ieri ho colto una sottile soddisfazione per il mancato incontro tra Putin e Trump in Ungheria. Il rinvio del vertice è stato infatti accolto su alcune prime pagine quasi come una conferma, non solo che del presidente russo non c’è in alcun modo da fidarsi, ma anche dei pregiudizi che una parte del mondo politico e dei media ha nei confronti di quello americano. Del resto, l’atteggiamento di diffidenza verso le iniziative diplomatiche del commander in chief degli Stati Uniti ha accompagnato anche la trattativa per la tregua a Gaza, al punto che sembra quasi che certi osservatori ancora oggi non vedano l’ora che il cessate il fuoco venga violato e si ricominci a sparare, in modo da poter sentenziare: «L’avevo detto». L’idea che quel fascista di Trump possa ottenere la pace, in Medio Oriente o in Ucraina, è giudicata insopportabile dalla sinistra dura e pura, soprattutto da quanti sono convinti che i cannoni si possano far tacere con una regata o un’adunata in piazza. Così ancora adesso, nonostante sia evidente che nella trattativa con Hamas abbiano pesato la minaccia militare americana e l’influenza dei Paesi arabi, c’è ancora chi sostiene che la Flotilla e i cortei sono stati determinanti per costringere Israele al cessate il fuoco.

Tuttavia, anche se a casa nostra in molti tifano per il fallimento della pace a Gaza e, per evitare che quel puzzone di Viktor Orbán possa menar vanto, sognano che il vertice di Budapest non si tenga mai, l’unica speranza di mettere fine alla guerra tra Ucraina e Russia resta l’incontro tra Putin e Trump. L’Europa ha provato a infilarsi nella trattativa, proponendo un piano in 12 punti (forse per ricordare i 20 sottoscritti a Sharm el-Sheikh), ma al momento non pare molto credibile che Putin possa sedersi a un tavolo europeo per discutere un accordo che ponga fine al conflitto. Un po’ perché, come si è capito anche in seguito all’intervento del presidente del Consiglio ieri alla Camera, l’Unione sulla tregua non ha una linea politica comune a tutti i Paesi. C’è chi vorrebbe usare i fondi russi per riarmare l’Ucraina mentre altri meditano di inviare truppe per risolvere problemi politici interni. E poi c’è il tema della ricostruzione, che Bruxelles vorrebbe far pagare alla Russia, addebitando a Putin i danni di guerra, clausola che si può imporre a un Paese sconfitto, che ha capitolato e dunque è con le spalle al muro, non a uno Stato a cui si propone di congelare il conflitto, senza il riconoscimento dei territori conquistati, perché imbattuto. Quando le due Coree raggiunsero l’armistizio che pose fine alla guerra fra Nord e Sud, decidendo di tracciare una linea di demarcazione, Pyongyang non saldò certo i conti causati dai bombardamenti, anche se era stato il Nord comunista a invadere il Sud filoamericano. I due eserciti si attestarono al 38° parallelo, confermando la divisione del Paese, senza però che nessuno dei contendenti sottoscrivesse un’intesa per cedere porzioni di territorio e nemmeno un accordo per la ricostruzione. Eppure, la tregua resiste da più di 70 anni.

Porre a carico della Russia i danni di guerra, e vincolarla a ricostruire le città ucraine da lei stessa bombardate, indirettamente equivale a sancire la sconfitta di Mosca, che nei fatti non è al momento quello che registriamo sul terreno. Il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, ha perciò respinto la proposta. E dunque la possibilità che l’Europa, con le sue posizioni in ordine sparso, possa farsi patrocinatrice di una soluzione del conflitto pare assai improbabile. Anche in quanto non sembra che Putin attribuisca a Bruxelles un ruolo diplomatico capace di influenzare Zelensky.

Proprio per queste considerazioni tocca tifare per Trump, le cui parole non sempre trovano conferma. Ma, a prescindere da quanto ci sia di vero o falso nelle quotidiane dichiarazioni del presidente americano, il suo tentativo di far sedere Zelensky e lo zar di Mosca allo stesso tavolo resta la sola possibilità per raggiungere una tregua. Leggo che, al contrario di certi politici italiani, il presidente ucraino non parla più di pace giusta, né pone come condizione la restituzione di tutti i territori occupati. Oggi semmai si discute di fermare i carrarmati là dove sono arrivati e non oltre, come vorrebbe Putin. Il nodo per raggiungere la pace non è e non può essere la ricostruzione, che sarà inevitabilmente a carico di chi ha sostenuto l’Ucraina fino a oggi (cioè, anche noi). Semmai, è come fermare la distruzione, con quali concessioni. Ma questo quei geni di Bruxelles non l’hanno ancora capito. E a quanto pare non l’hanno ancora compreso neppure molti commentatori, che gioiscono se Trump fallisce.

Da non perdere

L'editoriale

Fa paura la sinistra, non Vannacci

Da giorni l’attenzione della grande stampa è concentrata sul generale Vannacci, il nuovo pericolo nero. Strumentalmente i giornali passano al setaccio le idee e la squadra di Futuro nazionale nella speranza che, enfatizzando le notizie che riguardano il nuovo partito,…

Il chirurgo del cuore congelato starà fermo solo un anno
L'editoriale

Il chirurgo del cuore congelato starà fermo solo un anno

Ogni cittadino deve essere considerato innocente fino a prova contraria. Il principio giuridico è sancito nella Costituzione, che con l’articolo 27 stabilisce come la «prova contraria» consista nella condanna definitiva. Dunque, fino a quando la Cassazione non abbia «validato» il…

Commissione Covid: la sinistra ha paura e la sabota
L'editoriale

Commissione Covid: la sinistra ha paura e la sabota

La sinistra non vuole che sul Covid si facciano troppe domande. Dunque, ha deciso di abbandonare i lavori della commissione istituita per fare chiarezza sulla gestione della pandemia. È successo ieri, durante una seduta agitata in cui la delegazione di…

2 GIUGNO, FESTA DELLA MONARCHIA
L'editoriale

2 GIUGNO, FESTA DELLA MONARCHIA

Programmi tv a senso unico e sondaggi compiacenti: le celebrazioni per il referendum, che 80 anni fa cambiò le sorti del Paese, assomigliano sempre più a una cerimonia per omaggiare un sovrano, Mattarella, esondante in ogni campo. E con il…