2019-02-16
«Il calo demografico è uno degli indicatori che conferma la perdita di peso geopolitico dell'Europa»
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«Il mondo in cui viviamo è un mondo di conflitti, incertezza e instabilità». Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, all’arrivo al Consiglio Competitività a Bruxelles, criticando l’accavallarsi delle riforme europee e i tempi dell’Industrial Acceleration Act, che a suo giudizio non può entrare in vigore fra tre anni se l’obiettivo è accelerare gli investimenti delle imprese.
Non hanno fatto in tempo Giorgia Meloni a dire all’Europa «meno e meglio» ed Emanuele Orsini – presidente di Confindustria – a commentare che serve sostegno alle imprese anche per aumentare i salari che dalla Bce è arrivata una risposta fuorisacco.
Christine Lagarde nel Financial Stability Review – è il bollettino sull’andamento dell’economia che l’Eurotower pubblica due volte l’anno – manda a dire all’Italia di non esagerare con i sostegni a famiglie ed imprese per calmierare gli effetti del caro energia, perché stimoli fiscali finirebbero «mettere ulteriormente sotto pressione i conti pubblici di alcuni Paesi dell’area euro altamente indebitati» e fare alzare lo spread. Quindi Giorgia Meloni è bene non si faccia illusioni anche perché sempre la Lagarde, alla richiesta avanzata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di una flessibilità del Patto di stabilità legata al caro energia, ha seccamente risposto: «Ci sono delle regole e quelle si rispettano. Semmai in Europa è importante agire tutti insieme». Ma per ora non s’è fatto nulla.
Nel bollettino della Bce ci sono altre pessime notizie. Ammette la Lagarde che il sistema bancario ha tenuto, ma ci sono rischi di deterioramento del credito – dunque lo sa anche lei che l’economia rallenta – e a fronte di questa impennata d’inflazione l’11 giugno lei rialzerà i tassi. Al contrario di quello che fa la Federal Reserve che li tiene fermi o li abbassa perché sa che in tempi di guerra bisogna far bere il cavallo. È del tutto ovvio che Christine Lagarde dice e fa solo ciò che interessa alla Germania, ma qualcuno deve avvertirla che non tutti godono del suo stipendio. La signora si mette in tasca 726.000 euro l’anno, ma il suo stipendiuccio è soggetto a rivalutazione di circa il 5% annuo come tutti i «dipendenti» del sistema europeo. Allo stipendio base di 430.000 euro assomma 130.000 euro di missione a cui si aggiungono quest’anno 140.000 d’indennità e 26.000 euro di recupero dell’inflazione. Lei ha bisogno solo di stimoli per frequentare la toelette perché la signora che guadagna cinque volte il presidente della Fed ha la paga base rivalutata automaticamente e la piglia anche se da quattro anni la Bce (spera di tornare in utile quest’anno) è in rosso.
Bene fa Matteo Salvini a metterla alla berlina affermando: «La Bce invita a fare attenzione ai singoli éaesi a non spendere troppo per il caro energia: “Mi raccomando Italia, non aiutare troppo le famiglie”. Questa è fuori dal mondo, dal buonsenso e dall’attualità. Avanti con il suicidio tenendo conto di cinque Paesi dell’Ue che comprano petrolio dalla Russia e della Bce che non risponde a niente e nessuno». Come illustrava ieri Il Sole 24 Ore, Francia in testa, Ungheria, Bulgaria e la tanto celebrata Spagna regno delle rinnovabili continuano a comprare gas a mano franca da quel cattivone di Vladimir Putin.
Oltretutto Christine Lagarde, se da una parte fa infuriare chi campa di uno stipendio fisso, anche sul piano tecnico fa un errore madornale. Non dare sostegno ai redditi significa precipitare l’Europa e l’Italia in particolare in stagflazione, che è la peggiore pestilenza economica. Se non sostieni i redditi blocchi la domanda, se blocchi la domanda non fai aumentare il Pil. Per questa via si condanna l’Europa all’immobilismo.
A «governare» l’economia e a dire ai cittadini che devono stringere la cinghia ci sono altre due dame di denari. La prima è Ursula von der Leyen che di allentare il Patto di stabilità non ne vuole sapere, anche perché lei ha un misero salario di 40.000 euro lordi al mese che si rivaluta con un meccanismo automatico applicato a tutti i funzionari dell’Ue. La presidente della Commissione è passata da circa 28.400 euro nel 2020 ai 40.860 di oggi. La terza dama di denari è la direttrice del Fondo monetario internazionale. Kristalina Goergevia – stipendio annuo esentasse di 660.000 euro – che ieri ha pubblicato il suo report sull’Italia e scrive: «La recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili». Si vede che non fa la spesa perché non ce la fa a capire che se il trasporto costa troppo si scarica sui cartellini dei prezzi. La Goergevia ci fa sapere che «le misure per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia dovrebbero essere neutrali rispetto al bilancio, e qualsiasi nuova spesa, compresa quella per la difesa, dovrebbe essere interamente compensata per salvaguardare la sostenibilità fiscale». I rimedi: non mandare la gente in pensione e rendere più efficiente la spesa pubblica contenendola perché «l’elevato livello di debito dell’Italia e la spesa per l’invecchiamento limitano le opzioni per stimolare la crescita». Parola delle tre Parche con Ursula come Cloto che fila, Kristalina-Lachesi che sorteggia chi deve morire e Christine-Atropo che taglia il filo. Alla francese viene bene ricordare Maria Antonietta. Al popolo voleva offrire le brioche; finì che le tagliarono non il filo, ma la testa.
La Gdf di Aosta ha eseguito un decreto emesso dal Tribunale di Torino ai sensi dell’articolo 34 del Codice Antimafia. Il provvedimento, richiesto dalla Procura della Repubblica rappresenta la prima applicazione dello strumento dell’amministrazione giudiziaria ad una casa da gioco utilizzata per il riciclaggio di proventi illeciti e per lo scambio di valori in esecuzione di accordi di natura criminosa.
L’operazione odierna rappresenta la prosecuzione delle indagini economico-finanziarie condotte dal Nucleo PEF di Aosta, su delega e con il coordinamento della Procura della Repubblica, che avevano fatto emergere un articolato sistema di riciclaggio legato alla casa da gioco valdostana. Le indagini avevano inoltre portato al sequestro di denaro contante, conti correnti, disponibilità finanziarie e immobili per un valore complessivo di circa 5 milioni di euro, nei confronti di oltre trenta persone indagate, a vario titolo, per associazione per delinquere, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, riciclaggio, ricettazione e corruzione di incaricato di pubblico servizio.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, tali condotte sarebbero state rese possibili anche dall’inerzia dell’amministratore e di altri dirigenti, che non avrebbero adottato un sistema organizzativo adeguato a prevenire la commissione dei reati contestati. In particolare, sarebbero emerse significative carenze nella struttura organizzativa dell’ente, unite a un atteggiamento sostanzialmente passivo che avrebbe favorito, nel tempo, il consolidarsi di fenomeni illeciti, soprattutto in materia di corruzione e riciclaggio.
I vertici del casinò, pur non risultando direttamente coinvolti nei reati contestati, avrebbero ignorato numerosi segnali d’allarme senza intervenire in modo concreto ed efficace, omettendo di adempiere agli obblighi di controllo e segnalazione previsti anche dalla normativa antiriciclaggio.
Secondo l’impostazione accusatoria, questa condotta configurerebbe la cosiddetta «colpa di organizzazione»: la società, infatti, pur essendosi formalmente dotata di procedure e modelli di prevenzione previsti dal Decreto Legislativo n. 231/2001, non ne avrebbe garantito un’effettiva applicazione.
Alla luce di queste criticità, il Tribunale della prevenzione ha disposto un’attività di «tutoraggio» affidata a due Amministratori giudiziari nominati dalla stessa Autorità. Per un periodo iniziale di un anno, i due professionisti eserciteranno specifici poteri di amministrazione con l’obiettivo di rimuovere le carenze emerse e rafforzare i sistemi di controllo interno.
C’è una bomba sul ponte. No, stavolta non parliamo del rischio terrorismo, anche se c’è comunque da aver paura. Non parliamo di esplosioni materiali né di ordigni jihadisti, anche se i danni rischiano di essere ingenti. E la bomba non colpirà né Ponte di Rialto né Ponte Vecchio: a essere colpito sarà «solo» il ponte del 2 giugno.
Ma c’è poco da stare allegri. Quello che salterà in aria, infatti, sarà con buona probabilità il primo anticipo d’estate degli italiani, oltre all’importante pezzo di economia italiana che ruota attorno al turismo. E di tutto ciò dovremo ringraziare le Milizie rossoverdi, gli estremisti scioperaioli, i kamikaze della contestazione senza se e senza ma. Ma soprattutto senza senso.
Si comincia stasera alle 21 con uno sciopero di treni, bus e metropolitane che proseguirà fino alle 21 di domani. Ovviamente, come da consuetudine, di venerdì, così da garantire il weekend lunghissimo a chi protesta e rovinarlo a chi deve partire. Ottimo, no? Proprio alla vigilia di quello che è ritenuto da tutti gli operatori del settore uno dei weekend più importanti dell’anno, con il maggior numero di spostamenti, che cosa viene in mente ai sindacati Usi Cit, Cub, Sgb, Adl Varese, Si Cobas (ma, si badi bene, aderiscono anche Usi 1912, Sbm, Fisi, Fi-si)? Di certificare la propria esistenza in vita rompendo l’anima agli italiani. Certo: altrimenti chi si sarebbe mai accorto dell’esistenza di Sgb, Sbm e Adl Varese? Solo il rischio di rimanere con la valigia in mano in stazione davanti alla scritta «treno cancellato» ti fa considerare per un attimo l’esistenza di Usi Cit e Usi 1912, qualsiasi cosa essi siano. Per non dire della fondamentale differenza tra Fisi e Fi-si, su cui occorrerà un apposito trattato di storia del sindacato.
Eppure siamo qui a parlarne. Quindi hanno ottenuto il loro effetto: minacciare la serenità degli italiani che già attraversano un momento duro, tra guerra, benzina alle stelle, inflazioni e allarmismi vari. Perché togliere loro pure il sogno di tre giorni di svago? Il ritorno da mammà? Una passeggiata in montagna? La prima tintarella in spiaggia? Come se non bastasse, alla follia rossa Cub si aggiunge la follia verde degli ambientalisti, in questo caso austriaci, che nella giornata di sabato bloccheranno il Brennero dalle 11 alle 19, con gravi conseguenze sul traffico in Italia. La A22 resterà infatti chiusa da Vipiteno in su dalle 10.30 alle 20 e si prevedono ulteriori blocchi in caso di (probabilissimi) ingorghi. Tanto che il sindaco di Bolzano ha già di «limitare gli spostamenti e l’uso dell’auto privata». Meglio prendere il treno, ovvio. Ammesso che non sia ancora in sciopero.
Riassumendo, nei prossimi due giorni succederà questo:
1 si cercheranno di bloccare treni, bus e metro;
2 in ogni caso si creeranno disagi a chi usa i mezzi;
3 si paralizzerà sicuramente la A22, cioè una delle più importanti autostrade italiane;
4 si renderà off limits una delle zone a più alta intensità turistica, dall’Alto Adige fino a Verona;
5si renderà di fatto impossibile l’uso dell’automobile ai cittadini della zona;
6 si inviteranno i turisti a dirigersi altrove, dove il senno, almeno quello, non è andato in sciopero. E tutto questo perché? Qui viene il bello. Perché, è ovvio, il diritto di manifestare e di protestare è sacrosanto. Ma ci sarà pure un limite alla follia.
Cominciamo dagli ambientalisti. Protestano per l’inquinamento provocato dal traffico. E che fanno? Aumentano l’inquinamento provocato dal traffico. Grazie al loro blocco si creerà un maxi ingorgo transnazionale con effetti devastanti anche sull’ambiente, oltre che sull’economia. Non esiste un’altra forma di protesta? Possibile che le loro menti ecologiche non possano produrre qualcosa di meno dannoso per quell’ambiente che dicono di proteggere? E che non si rendano conto che, in un’Europa che fatica a stare in piedi, bloccare i commerci e il turismo in un modo così rozzo e brutale significa, di fatto, suicidarsi?
Ancor meglio però le motivazioni dello sciopero generale del trasporto di venerdì. Cito testualmente. L’astensione del lavoro viene proclamata «contro la guerra e l’aumento delle spese militari; contro lo sfruttamento sul lavoro, la precarietà e il mancato adeguamento delle retribuzioni dei lavoratori del settore pubblico e del settore privato; contro il genocidio in Palestina e la fornitura di armi a Israele; contro l’assenza di politiche sociali a cominciare dall’emergenza abitativa; contro politiche repressive dei diversi decreti Sicurezza; contro gli abusi della Commissione di garanzia, le delibere che restringono il diritto di sciopero e il tentativo di imbavagliare le lotte nel settore della logistica; contro l’assenza di politiche industriali capaci di affrontare le transizioni in corso; contro le morti sul lavoro». Per l’amore del cielo, tutto legittimo, si capisce: ma perché non metterci dentro anche la solidarietà con Cuba? E i bimbi nelle miniere in Sierra Leone?
Quando ero piccolo mia mamma mi insegnava: se vuoi ottenere qualcosa, chiedi una cosa per volta. Questi sindacalisti non hanno avuto una mamma? Come si fa a mettere insieme i decreti Sicurezza e il genocidio in Palestina, le politiche sulla casa e la guerra? E soprattutto: se si sa che non si riuscirà a ottenere nulla, perché bombardare il ponte degli italiani, insieme agli ambientalisti? Per il gusto di fare i guastafeste? Per vocazione tafazziana? O perché, a forza di bloccare treni e strade, gli si sono bloccati pure i cervelli?

