- La filosofia della sugar tax è la stessa del siero obbligatorio: ai cittadini, ancora una volta colpevolizzati, va tolta la gazzosa altrimenti sviluppano il diabete e diventano un costo per la salute. Che intanto si può continuare a tagliare.
- A fronte dei 100 milioni di entrate generati dalla tassa, il gettito Iva calerà di 275 milioni. Assobibe: «Stupiti».
Lo speciale contiene due articoli.
La sugar tax non è incostituzionale. L’ha sentenziato ieri la Consulta, interpellata dal Tar del Lazio, dove erano stati depositati due ricorsi contro il balzello varato dal Conte bis, la cui entrata in vigore è stata poi posticipata fino a luglio di quest’anno.
È un verdetto infelice. Non tanto per i 10 euro a ettolitro di Fanta, né per i 25 centesimi ogni chilo di dolcificante. È per il principio che la Corte ha definitivamente consacrato: quel «lo dice la scienza» in virtù del quale, sulla scia delle logiche adottate durante la pandemia, ci si è industriati per coprire decisioni molto politiche col velo dell’autorevolezza e della neutralità sapienziale.
Già i giudici amministrativi avevano blindato un paio di capisaldi dello Stato etico. In primo luogo – si legge nel «Ritenuto in fatto» della Consulta – la liceità di varare «una misura idonea allo scopo di ridurre il consumo delle bevande» edulcorate, «per preservare al meglio la salute pubblica, in un’ottica precauzionale». Un obiettivo che avrebbe reso la norma, a parere delle toghe, proporzionata. Poi, la possibilità – caratteristica, secondo i magistrati, di una legge ragionevole – di conferire al tributo una «prevalente finalità extrafiscale»: il «contrasto di specifiche patologie».
Al solito, il difetto dell’interventismo pubblico è che si sa dove inizia, ma non si capisce dove dovrebbe finire. Se l’idea è che, per «precauzione», vadano scoraggiate le abitudini insalubri, la lista delle gabelle rischia di essere interminabile: perché non mettere una bella tassa sulle fritture? E una sulle pastarelle? E una sul gelato? Nella vita, tutto ciò che è buono fa male.
Il criterio regolativo lo ha individuato la Consulta, ricordando che la legge di bilancio 2020 fece «esplicito riferimento» a un «invito dell’Oms […] a introdurre una specifica tassazione delle bevande analcoliche prodotte con l’aggiunta di sostanze dolcificanti […], con l’obiettivo di limitarne il consumo e, conseguentemente, di contribuire alla riduzione dei tassi di sovrappeso e obesità, oltre che di carie e diabete, anche in virtù dei risultati, attestati dalla medesima organizzazione e da studi scientifici […]». Basterebbe allora «la medesima giustificazione scientifica» a escludere l’unico profilo di potenziale incostituzionalità del tributo, che avevano ravvisato i magistrati del Tar: il fatto, cioè, che esso colpisse le bibite ma non «altri prodotti alimentari contenenti le medesime sostanze» edulcoranti. Nessuna discriminazione irragionevole, ha argomentato invece la Corte: la fondatezza dell’imposta è «puntualmente attestata da studi scientifici riversati in raccomandazioni di organismi internazionali». Lo dice la scienza, lo dice l’Oms. Che avete da protestare?
Sono le naturali conseguenze della filosofia sposata durante il Covid. Allora, il collegio aveva avallato i decreti di Mario Draghi sull’obbligo vaccinale, appoggiandosi a pareri istituzionali alquanto fragili sulla capacità dei farmaci disponibili di bloccare i contagi. In più, la Consulta aveva stabilito la conformità di quel provvedimento a due scopi: evitare il congestionamento degli ospedali, poiché gli inoculati avevano meno probabilità di essere ricoverati a causa del virus; e preservare il Servizio sanitario, confidando che il personale vaccinato, protetto dall’infezione, non si sarebbe assentato dal lavoro. È la ratio, tutta economica, della diminuzione delle «esternalità negative»: bevi la Sprite, ti viene il diabete, diventi un costo per l’erario; non ti vaccini, ti becchi il Covid, lasci sguarnito il reparto oppure «rubi» un posto letto, prezioso in quanto centellinato. Rimane il leggero sospetto che garantire copertura costituzionale alla colpevolizzazione del malato, sfruttando da paravento le valutazioni dei tecnici, serva a normalizzare la sistematica spoliazione dei sistemi sanitari pubblici.
Il guaio, appunto, è che la trasformazione dello Stato in terapeuta e quella del cittadino in paziente sono processi difficili da arrestare. Sapete quante ne dice l’Oms? Se dovessimo dar retta al Global report on the use of alcohol taxes 2023, pubblicato lo scorso dicembre, non dovremmo forse introdurre un’accisa pure su birra e vino?
Chi si era opposto alla sugar tax aveva toccato un punto dolente: se non va bene la Fanta, come mai vanno bene le merendine? La Consulta ha risposto che il «tertium comparationis» del ricorso, cioè l’allusione ad «altri prodotti alimentari», era troppo generico. D’accordo. Resta il fatto che, se al governo arrivasse la coalizione dei salutisti, in effetti nulla potrebbe impedirle di stangare le caciotte che aumentano il colesterolo, il Montepulciano che affatica il fegato, la carne rossa che dicono sia cancerogena e con gli allevamenti in cui le vacche scoreggiano inquina pure il pianeta.
L’inghippo sta nell’ormai noto vezzo della Corte: aggrapparsi agli efori in camice bianco, ai funzionari di un’agenzia globale, oppure al diritto Ue, per convalidare scelte essenzialmente arbitrarie. Attenzione: arbitrario non significa illegittimo. Significa soltanto che, dove si vuol vedere il referto di una casta di esperti, in realtà c’è una volontà politica. L’errore è cercare nel posto sbagliato il fondamento extragiuridico delle decisioni. Questo maquillage sta cambiando i connotati alle nostre democrazie. Che valgono più dei tre centesimi di tassa sulla bottiglietta di Coca Cola.
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