- I tedeschi chiedono uno sconto di almeno 50 milioni (che potrebbero diventare 200) per clausole sui valori di bilancio. Il Tesoro non cede. C’è tempo fino all’11 per trattare.
- Se lo stallo continua, il dossier sarà consegnato al commissario che potrebbe sfruttarlo per favorire il Green deal. L’interlocuzione con Aponte non si è comunque mai interrotta.
Lo speciale contiene due articoli.
Può un affare da quasi un miliardo di euro, combinato da circa due anni, e passato attraverso le turbolenze dei cieli dell’Antitrust europeo e i vuoti d’aria provocati dalla concorrenza ai limiti della correttezza delle altre compagnie aeree, saltare per un tira e molla su una decina di milioni? È questa la domanda che un po’ tutti si sono posti nella giornata di ieri mentre emergevano i dettagli dell’inatteso stop all’operazione tra Lufthansa e Ita, data ormai per fatta.
La notizia di una brusca frenata nella conclusione dell’affare è stata riportata in mattina dal sito del Corriere della Sera e in realtà stava covando già da qualche giorno. Da quando i vertici del Mef (che controlla il 100% di Ita) e della compagnia nata dalle ceneri di Alitalia hanno capito che dal lato tedesco stavano nascendo delle resistenze. Nessun problema sul pagamento della prima tranche, quella da 325 milioni per il 41% del gruppo, il punto del contendere sono gli altri versamenti, quelli successivi. In particolare gli ulteriori 325 milioni (più 100 al raggiungimento di determinati risultati) per l’altro 49%, che, considerando la stima di 79 milioni per il residuo 10%, porta a una valutazione complessiva (nel migliore dei casi) di 879 milioni per l’asset Ita.
Secondo Lufthansa, infatti, la compagnia italiana in questi mesi avrebbe perso valore rispetto al momento della chiusura dell’accordo e quindi in virtù dei cosiddetti price adjustment che vengono inseriti con una certa frequenza negli accordi industriali il prezzo si sarebbe ridotto. Nel contratto sarebbero infatti previsti dei covenant che prevedono che la compagnia aerea italiana mantenga determinati valori di cassa. Il punto è che secondo fonti vicine al dossier buona parte di quella cassa sarebbe stata investita per l’acquisto dei nuovi aerei, in accordo con la stessa Lufthansa che adesso però proprio in virtù di quegli ammanchi chiede uno «sconto» sul prezzo pattuito.
Insomma si sarebbe entrati in un cortocircuito che riguarda anche la differenza tra le valutazioni. Per tutta la giornata sono girate voci che parlavano di differenze non superiori ai dieci milioni di euro e che in effetti sembravano davvero irrisorie per far saltare un affare del genere.
In realtà sembra che il gap da colmare sia ben superiore e arrivi almeno a 50 milioni che però a seconda di come si interpretano i covenant potrebbero essere molti di più. C’è chi si spinge a ipotizzare una cifra vicina ai 200 milioni.
Cifra probabilmente esagerata che però fa capire come la situazione sia davvero seria e che l’affare corra sul serio il rischio di saltare.
Anche perché la posizione del Tesoro e del ministro Giancarlo Giorgetti appare alquanto rigida. Le controparti di Lufthansa ritengono che in questi mesi la compagnia abbia guadagnato valore e di conseguenza qualsiasi valutazione inferiore rispetto a quella pattuita nel 2023 vada respinta al mittente. Non solo. Perché, il mercato italiano è visto in grande crescita e può rappresentare per il colosso tedesco un’opportunità unica di espansione di rotte e passeggeri. Il prezzo concordato nel 2023 era già considerato a «sconto», perché chiedere uno «sconto» ulteriore adesso?
E veniamo alla trattativa. Ci sono margini per ricucire? Certo. E il primo margine è garantito dal tempo. Poco meno di sette giorni, fino all’11 di novembre, per mettere la firma di tutte le parti sotto agli accordi sui remedies chiesti da Bruxelles, che entro l’11 appunto devono arrivare all’Antitrust dell’Ue. Giusto per capire, Lufthansa, la stessa Ita e tutti i vettori rivali che hanno avuto accesso agli slot lasciati liberi dai due gruppi (si parte da EasyJet e si arriva fino a Air France e Iag) hanno firmato il pacchetto di «rimedi» indispensabili per suggellare il matrimonio italo-tedesco, manca soltanto la firma del Tesoro italiano. Che come detto mantiene una posizione rigida. Anche se Giorgetti, ieri a Bruxelles, ha parlato di lavori «in progress», l’impressione e che il Mef non abbia nessuna intenzione di tornare sui suoi passi.
Dal canto suo, Lufthansa si è limitata a dire che «sta rispettando l’accordo del 2023 con il Mef per l’acquisizione del 41% di Ita Airways» e di aver firmato «il necessario pacchetto di misure correttive entro la scadenza concordata». Volontà di smussare gli angoli o semplice tattica negoziale? Difficile da dire. Certo che se l’affare saltasse adesso sarebbe davvero clamoroso. E difficilmente spiegabile. A meno che dietro alle nubi che si vedono ora non sia già pronto un nuovo cavaliere bianco pronto all’ennesimo tentativo di salvataggio della compagnia nata dalle ceneri di Alitalia e che da Alitalia ha certamente ereditato l’abitudine a traiettorie a sorprese e a continui colpi di scena.
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