- Lo spread cala e Giorgia Meloni ribatte alla sinistra: «Non vedo problemi, ma l’opposizione ci spera per mandare a casa un esecutivo democraticamente eletto». Altra piroetta di Carlo Bonomi, che dopo aver sostenuto il Superbonus ora attacca la maggioranza sul debito.
- Nadef, diffusi i primi dati ma la versione integrale della Nota non è disponibile sul sito del Mef.
Lo speciale contiene due articoli.
Contrordine compagni, fate rientrare l’allarme spread. Ieri il differenziale tra Btp e Bund tedeschi si è attestato a 194 punti base, lontano dai 200 sfiorati per qualche ora giovedì. In netto calo, invece, il rendimento del Btp decennale che ha archiviato la seduta a quota 4,78% dal 4,91% della chiusura di giovedì. Tutto questo con grande delusione delle opposizioni e della grancassa mediatica della sinistra che hanno subito cominciato a dare i primi segni di quella fame di «montismo» e di governo tecnico accompagnata da rigurgiti nostalgici draghiani.
Interpellata dai cronisti a margine del Med9, il premier Giorgia Meloni ha sottolineato che «probabilmente, dopo aver letto alcuni titoli, gli investitori hanno letto anche la Nadef, che racconta dei numeri seri in previsione di una legge di bilancio estremamente seria». La preoccupazione per l’andamento dello spread, ha rimarcato la Meloni, «la vedo soprattutto nei desideri di chi immagina che un governo democraticamente eletto, che sta facendo il suo lavoro, che ha stabilità e una maggioranza forte debba andare a casa per essere sostituito da un governo che nessuno ha scelto. Mi diverte molto il dibattito che già si fa sui nomi dei ministri. Temo che questa speranza non si tradurrà in una realtà perché l’Italia rimane solida, ha una previsione di crescita superiore alla media europea, anche per il prossimo anno, superiore alla Francia e alla Germania anche il prossimo anno». Ma un eventuale governo tecnico, si è chiesta la Meloni, «da chi dovrebbe essere sostenuto, da quelli del Superbonus? È lì che vedo un problema per i conti pubblici italiani, non in chi le poche risorse che ha le spende per metterle nei redditi più bassi, senza lasciare voragini per chi viene dopo. Non vedo questo problema» dello spread, ha ribadito la Meloni, «il governo sta bene, la situazione è complessa, l’abbiamo maneggiata con serietà l’anno scorso, e la stiamo maneggiando con serietà quest’anno. Lo spread a ottobre scorso era a 250, durante l’anno precedente al nuovo governo è stato più alto e i titoli non li ho visti. La sinistra continui a fare la lista dei ministri del governo tecnico che noi intanto governiamo», ha concluso il premier. Si è aggiunta ieri la voce del sottosegretario leghista all’Economia, Federico Freni, che a Radio24 ha detto che «una soglia di guardia dello spread possa essere il massimo della serie storica toccato negli ultimi 4 anni, quindi 340-350 che è il massimo dal 2018 a oggi». Quando però i tassi erano a zero, aggiungiamo noi.
Sul tema è intervenuto anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco: «Gli interessi» sul debito pubblico, ha detto, «non sono il risultato di speculazione contro l’Italia, sono il risultato di un’attenzione sul fatto di tenere i nostri conti il più possibile in ordine. Questo è un impegno politico rilevante».
Un report del centro studi di Unimpresa mostra come la salita dello spread sia riconducibile alla fiammata dei tassi di interesse e che, nonostante i continui rialzi deliberati dalla Bce, il divario tra Italia e Germania è rimasto su livelli che non destano preoccupazione. Nei primi nove mesi del 2023, la media dello spread è stata di 20 punti base inferiore rispetto a quella registrata l’anno scorso: 176 punti contro 196. Il differenziale tra i titoli di Stato italiani e titoli pubblici della Germania ha cominciato a crescere, nel corso del 2022, in coincidenza con l’aumento del costo del denaro deciso da Francoforte: il picco massimo dell’ultimo triennio, infatti, è stato raggiunto tra luglio e agosto quando il tasso base Bce è stato portato, da 0, prima allo 0,50% e poi all’1,25%. Dal picco raggiunto a settembre 2022, pari a 242 punti, si è scesi progressivamente (salvo il ritorno a 219 punti di dicembre) fino ai 160 punti del luglio scorso. La maggiore spesa per interessi sul debito pubblico, aggiunge Unimpresa, è dovuta al più alto livello dei tassi d’interesse che imporrà al Tesoro italiano di incrementare la remunerazione riconosciuta ai sottoscrittori di Bot e Btp, in aumento dagli 85 miliardi del 2022 agli oltre 100 miliardi del 2023.
Nel frattempo, ieri, tra gli «allarmati» dello spread è spuntato pure il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Che in un’intervista a Repubblica si è detto molto preoccupato visto il livello del debito pubblico: «Il ministro Giorgetti ha detto che il solo aumento del differenziale quest’anno brucerà 15 miliardi. Una manovra finanziaria». Bonomi ha poi definito sbagliata la strada che ha preso la Bce ma ha chiesto al governo di «rivedere seriamente la spesa corrente, sono oltre 1.100 miliardi all’anno: da qualche parte si potrà risparmiare?», ha aggiunto il capo degli industriali. Lo stesso Bonomi, ora spaventato dal debito, che apprezzava il bonus 110% (perché «l’edilizia è il motorino di avviamento dell’automobile Italia») e ne chiedeva la proroga dopo che la spesa è esplosa salvo poi criticarlo ferocemente quando il governo Meloni l’ha abolito («È incredibile aver speso tutti quei soldi»). Una giravolta simile a quella sul salario minimo: tre mesi fa Bonomi aveva aperto la porta al cavallo di battaglia di Pd e Cgil assicurando che non c’era alcun veto, poi a metà settembre agli industriali riuniti in assemblea ha detto che «il salario minimo non serve, serve un salario giusto».
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