«Sciamani», «ladri» «facce come il cu…». L’inciucio azzera due anni di insulti
  • Tra Matteo Renzi e i grillini erano schiaffi quotidiani su aereo di Stato, abusi edilizi, inchieste sui genitori. Ma ora tutto è dimenticato.
  • Con un sms alle truppe, l’ex premier annuncia la Leopolda a settembre invece che a ottobre. Vuole varare la scialuppa centrista.

Lo speciale contiene due articoli.

«C’eravamo tanto odiati/per un anno e forse più/c’eravamo poi lasciati/non ricordo come fu…», potrebbero cantare Matteo Renzi e i big grillini per ricordare in note le ultime bellicose stagioni. Quando volavano insulti da una parte all’altra (e viceversa) e nessuno immaginava il loro tentativo di inciucio di queste ore per salvare la legislatura e impedire alla Lega di Matteo Salvini di puntare alle elezioni anticipate. Erano i tempi in cui Matteo punzecchiava Luigi Di Maio dandogli del «palloncino che si sta sgonfiando», e dal campo avversario un senatore pentastellato esprimeva il desiderio di «impiccare Renzi». Delicatezze.

Non ci sono stati terreni neutri di scontro. Tutto andava bene per infilzare l’avversario e cercare di conquistare consensi e titoli di giornale. Alla notizia dell’assoluzione dell’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, ad esempio, Renzi evocò la macchina del fango grillina. E, quando esplose il caso degli accertamenti sull’azienda e sulla casa abusiva del papà del vicepremier di Pomigliano d’Arco, l’ex Rottamatore colse al volo l’occasione. Diede a Di Maio del «prestanome» e in qualità di «complice di una possibile sottrazione di patrimonio all’Erario», gli ricordò che per questo genere di reati si rischia fino a sei anni di carcere. La risposta del Movimento fu affidata, allora, al più equilibrato del gruppo. E cioè ad Alessandro Di Battista che, ritemprato dal tour sudamericano, in punta di diritto e con una buona dose di diplomazia volò alto: «Renzi e Boschi hanno la faccia come il culo per quello che sono riusciti a dire ieri. Uno che faceva la scena e, che diceva “chiedi scusa” a Di Maio, ma chiedi scusa di cosa? L’altra sembrava una delle gemelline di Shining, con quella voce, che diceva “non le auguro di passare io”, ma io non auguro di passare quello che hanno passato i cittadini con le vostre scelte». Noblesse oblige.

Poi ci son stati gli insulti short. Quelli brevi, veloci, rapidi. Buoni da far viaggiare sui social network accanto, magari, a una foto fake. I renziani hanno detto dei grillini che sono «cialtroni», «sbroccati», «scappati di casa», «truffatori», «scrocconi», «ex onesti» e falsificatori di «bilanci». E i grillini hanno risposto, a loro volta, con altrettanta grazia. Dando a Renzi del «disco rotto», «sciacallo» e «bugiardo». Degno di nota, però, per inventiva il soprannome coniato dal deputato Manlio Di Stefano che definì l’ex premier fiorentino il «fenomeno di Rignano», fautore della «sciagura del Jobsact incostituzionale». Gli annali riportano anche la versione psichiatrica «sbullonato di Rignano» ma la paternità non è certa. La attribuiamo al M5s in quanto tale. Sull’Airbus di Stato (il famoso Air Force Renzi) il deputato grillino Francesco Silvestri lo ha definito «ridicolo», mentre il collega Francesco D’Uva lo ha pizzicato sulle proprietà immobiliari. «Lo spieghi ai nove milioni di persone in estrema difficoltà, il senatore Renzi, che il reddito di cittadinanza non va bene», incalzò il parlamentare. «O spieghi alle persone che come lui hanno sul conto 15.000 euro a chi possono rivolgersi per avere un mutuo da centinaia di migliaia di euro e comprare una villa milionaria». E, a questo proposito, sempre il gruppo parlamentare grillino lo trascinò sul banco degli imputati per sapere se davvero si fosse portato a casa i doni ricevuti quand’era premier, circostanza rivelata proprio dalla Verità. In un momento di forte prostrazione, il fondatore Beppe Grillo confidò ai giornalisti di soffrire di reflusso notturno. Aggiungendo subito dopo che la colpa era del toscanaccio. Il quale, dal canto suo, pochi giorni prima aveva chiarito il suo pensiero sul Movimento: «È stato fondato da un pregiudicato che ha problemi con l’evasione». Carezze pure a Di Maio: «È il capo degli impresentabili». Ogni tanto gli rispondeva l’attuale viceministro Laura Castelli: «Renzi mantenga fede alle promesse e restituisca i soldi che Salvatore Buzzi, condannato a 19 anni nelle vicende collegate a mafia capitale, ha dato alla sua fondazione e al Pd. Cosa dice al riguardo il segretario del Pd e gli esponenti dem che si permettono di farci la morale?».

Sulla questione dei vaccini, Renzi ha picchiato duro sostenendo che con la loro visione antiscientifica i grillini «fanno male ai bambini […] Sono degli sciamani». Nemmeno il pio Roberto Fico, tutto impegnato a farsi fotografare mentre prendeva il pullman per andare al lavoro alla Camera dei deputati, è riuscito a sottrarsi alle bastonature renziane sulla vicenda della presunta badante in nero. E mentre attribuiva al governo gialloblù l’etichetta di «calamità naturale», Matteo prometteva con altrettanta enfasi a Di Maio e ai suoi: «Non vi libererete mai di me».

Tutto questo accadeva negli ultimi 12 mesi, ma l’anno precedente la solfa è stata la stessa. Di fronte alla possibilità di perdere lo scranno parlamentare e i relativi vantaggi economici e non, però, «tout est pardonné», come si dice. E pensare che appena il 22 luglio scorso, Dario Franceschini aveva giusto un po’ ipotizzato di aprire la porta al M5s facendo subito scattare l’ex Rottamatore che su Twitter aveva risposto a muso duro #senzadime. Chissà che, al contrario, non volesse scrivere #nonsenzadime.


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