- Sinistra ed «esperti» favorevoli a vietare la socialità a chi non è immunizzato. Mariastella Gelmini (Fi) parla di «una via italiana all’utilizzo ampio del certificato». Matteo Salvini si oppone: «Il vaccino rimanga una scelta».
- Il giurista Giovanni Guzzetta: «Per adottare il lasciapassare verde serve trasparenza. Oggi invece viviamo in un Paese dove i verbali del Cts sono noti 45 giorni dopo le riunioni».
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Anche il green pass potrebbe avere la sua «variante». Neanche il tempo di digerire la decisione del presidente francese Emmanuel Macron di imporre l’uso della certificazione verde in tutti luoghi della socialità, come esercizi commerciali o mezzi pubblici, che già si inizia a studiare la «versione italiana». Gli indizi sono arrivati tutti nella giornata di ieri: il primo ad aprire è stato il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, favorevole a estendere l’uso «per il ritorno alla normalità di tutte le attività e per garantire la socializzazione nella scuola, sui luoghi di lavoro e nelle occasioni di svago»; a ruota, i ministri per la Famiglia Bonetti («proposta interessante») e soprattutto quello per gli Affari regionali, Mariastella Gelmini, che a margine di un incontro al Parlamento europeo ha lanciato la sua proposta: «La variante Delta ci preoccupa, credo che si debba trovare una via italiana all’uso ampio del Green pass. Non inseguiamo modelli stranieri, ma certamente il governo valuterà di estendere l’utilizzo ad altri servizi, nella logica di incentivare le vaccinazioni». I contorni della soluzione nostrana al dilemma della certificazione non sono ancora chiari, eppure c’è già chi pensa di imporre il lasciapassare per qualsiasi occasione, non solo per partecipare a eventi, entrare negli stadi o nelle Rsa. Nella lista, ci sono ristoranti, bar, cinema e teatri. E persino «treni e autobus», come spera Sandra Zampa, ex sottosegretario alla Salute e responsabile Sanità del Pd. Insomma, senza codice a barre vietato vivere. L’ipotesi ha scatenato un piccolo cortocircuito all’interno della stessa maggioranza, con Matteo Salvini che si è schierato contro l’uso massiccio della certificazione, criticando duramente la posizione di Macron: «L’obbligo, la costrizione, chiedere il green pass per chi prende l’autobus o un caffè è fuori discussione», ha spiegato il segretario della Lega, al termine del colloquio avuto a Palazzo Chigi con il premier Draghi. «Quello francese non è un modello. Il vaccino deve essere una scelta consapevole, non un obbligo. Si può spiegare, ma non inseguo con la siringa nessuno per strada, a scuola o al ristorante». L’unico spiraglio lasciato aperto da Salvini riguarda gli eventi particolarmente affollati o gli ingressi allo stadio, per i quali la richiesta di controlli è «sacrosanta». Nonostante gli appelli delle associazioni dei commercianti e dei ristoratori, che chiedono di «respirare» dopo più di un anno di restrizioni e chiusure, il coro di chi auspica l’estensione del green pass continua ad ingrossarsi. «Facciamo subito come ha fatto la Francia, è la scelta giusta», ha spiegato al Messaggero il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, per il quale il green pass andrebbe «applicato sul serio». Entusiasta della soluzione francese anche il capogruppo di Italia Viva al Senato, Davide Faraone, secondo cui la certificazione per gli spostamenti sarebbe «un grandissimo strumento di libertà, per mettere al sicuro tutti e continuare a circolare liberamente, senza restrizioni, coprifuoco e lockdown». E poi ancora, l’intera pattuglia parlamentare del Pd, sempre più orientata a considerare «l’obbligo del pass come la soluzione migliore», secondo quanto riferiscono fonti del Nazareno. «Estendere l’uso del green pass potrebbe essere decisivo per garantire una piena ripresa economica e un completo ritorno alla vita sociale», si sbilancia Piero De Luca, evidentemente fedele alla linea paterna, quella del presidente della Campania Vincenzo De Luca, anche lui elettrizzato alla sola idea di «prendere l’aereo, i treni, di andare al cinema, al teatro e al ristorante» con la tessera di vaccinazione. Meno convinti sono tanti altri colleghi governatori, che sull’ipotesi hanno espresso più di un dubbio. «In questo momento, non direi di attuare nel Paese il green pass proposto da Macron un po’ per tutti i settori», si è messo di traverso il presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini. «Si deve usare nei luoghi di maggiore assembramento o aggregazione, come impianti sportivi e discoteche», sulla cui ripresa c’è più di un punto interrogativo, dopo che anche la Camera dei Deputati ha bocciato un ordine del giorno al decreto Sostegni bis, presentato da Fratelli d’Italia, per la riapertura immediata e in sicurezza. «In questi giorni vediamo e leggiamo «di feste e balli» non autorizzati – ha continuato Bonaccini – allora è meglio garantire controlli laddove si può con il green pass, che permetterebbe a chi non ha la possibilità di contagiare di poter entrare in sicurezza. Altrimenti, c’è un settore che sta morendo». Sulla stessa linea anche il presidente del Friuli Venezia Giulia e della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, che auspica «equilibrio» nella gestione della certificazione verde: «Allo stato attuale potremmo pensare di favorire con il green pass l’apertura di attività chiuse, come le discoteche. Ma non sono d’accordo con chi sostiene che il green pass serva anche per andare in bagno: per i bar e i ristoranti non avrebbe senso».
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