Politica e mercati preparano il ricatto per blindare la fregatura del nuovo Mes
  • Tutto parte da un documento del 2016 redatto da Lars Feld, economista vicino all’ex ministro Wolfgang Schäuble, noto per amare poco l’Italia. Federico Fubini si allarmò: «È un bail in per i titoli di Stato». Ma oggi difende la riforma.
  • I pentastellati sembrano decisi a non cedere sul Meccanismo. Ai dem non resta che puntare sull’indecisione degli azzurri.

Lo speciale contiene due articoli.

Nonostante la discussione sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità abbia fatto irruzione nel dibattito politico e mediatico nostrano in tempi relativamente recenti, in realtà il «cetriolo» per l’Italia era in preparazione già da diversi anni. La gestazione delle clausole capestro ha avuto inizio, guarda caso, entro i confini della «amica» Germania con la pubblicazione, a luglio del 2016, del paper «A mechanism to regulate sovereign debt restructuring in the euro area» (Un meccanismo per regolare la ristrutturazione del debito sovrano nell’area euro).

Una pubblicazione sfornata dal German council of economic experts, il cerchio magico dei «cinque saggi» al servizio del governo tedesco. La firma principale è quella del «falco» Lars Feld, economista molto vicino all’ex ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, già noto per le durissime prese di posizione nei confronti dei nostri conti pubblici.

Nel documento si gettano, di fatto, le basi per la futura riforma del fondo salva Stati. Presente l’analisi di sostenibilità del debito pubblico a cura del Mes, riscontrabile anche nella proposta odierna. Un altro «punto chiave» della proposta elaborata da Feld e compagni riguarda il passaggio dalle attuali clausole di azione collettiva (Cac) «dual limb» (a maggioranza doppia) a quelle «single limb» (a maggioranza singola). Senza addentrarci troppo in inutili dettagli tecnici, basti sapere che le Cac a maggioranza singola, come recita anche il sito del Mes, «facilitano» l’iter di ristrutturazione del debito. Non è tutto. Più avanti nel testo si legge che, per evitare che gli Stati approfittino furbescamente dell’opportunità del taglio del debito per poi magari farlo risalire, è necessario che il sistema sia «esplicitamente legato a un programma di aggiustamento macroeconomico del Mes», che a sua volta includa l’attuazione di «riforme strutturali nell’ambito del mercato del lavoro e in tema di produttività». L’accesso alla ristrutturazione viene definito «semi automatico e determinato sulla base di soglie prestabilite».

Per il nostro Paese non è una questione da prendere sottogamba. Dopotutto, il nostro è il secondo debito pubblico più elevato dell’eurozona, e il pericolo contagio a seguito di una possibile crisi rischierebbe di travolgere tutta l’Europa. Nel testo l’Italia, citata svariate volte, viene definita «troppo grande per essere salvata» e il ricorso alla ristrutturazione del debito considerato di fatto il male minore. Sul Corriere del 24 agosto 2016, Federico Fubini parla senza mezzi termini di «bail in anche per i titoli di Stato». «L’idea di fondo è creare un meccanismo semiautomatico per far sopportare ai creditori parte delle perdite di una crisi di debito pubblico», osserva il vicedirettore del quotidiano di via Solferino, con l’obiettivo di «ridurre al minimo i trasferimenti finanziari della Germania ai Paesi fragili se e quando la prossima recessione dovesse riaprire una crisi». Altro che solidarietà europea. Fubini non manca poi di sottolineare le criticità dal punto di vista legale: «Sembra (per ora) difficilmente realizzabile la pre-condizione indicata da Feld e colleghi: come dicono loro stessi, bisognerebbe “costringere” i governi a emettere bond con clausole legali che ne rendono più facile il parziale default». Quale Paese sarebbe così pazzo da modificare il proprio ordinamento in modo da renderne più facile il fallimento? Eppure quella che oggi Federico Fubini definisce una «mini riforma» prevede esattamente questo. L’articolo 11 modificato, infatti, parla di «obblighi costituzionali nazionali dei membri del Mes, così che tutti questi inseriscano Cac a maggioranza singola nei titoli di Stato di nuova emissione della zona euro».

Facciamo un salto temporale di due anni ed ecco che rispuntano la Cac a maggioranza singola. Stavolta a tirarle in ballo sono nientemeno che il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Nella dichiarazione di Mesemberg, firmata il 19 giugno 2018, Parigi e Berlino manifestano la volontà di «iniziare a discutere sulla possibile introduzione delle clausole a maggioranza singola». La proposta allarma Maria Cannata, ex dirigente del Mef e soprannominata la «signora del debito pubblico italiano». La Cannata, in un articolo pubblicato sul sito lavoce.info, spiega che per i Paesi con livelli di debito più elevato (come l’Italia) il passaggio allo standard single limb comporterebbe, in estrema sintesi, un maggior costo del debito, maggiore fragilità e l’aumento della probabilità di incorrere in una crisi. Quello che lei stessa definisce cioè «un autentico circolo vizioso, destabilizzante per l’intero sistema». (Proprio ieri la stessa Cannata ha parzialmente corretto il tiro, ma il problema non cambia).

Le flebili proteste italiane servono a ben poco. Qualche mese dopo, il 1° novembre 2018, sei Paesi del Nord Europa (Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Svezia e Slovacchia), noti anche come la «nuova Lega anseatica», firmano un documento nel quale concordano sulla necessità di «rinforzare il ruolo del Mes» e sul fatto che questo ente «si assicuri sempre che ogni Stato membro possiede un’adeguata capacità di rimborso, prima che l’assistenza finanziaria venga garantita». Dopo Francia e Germania, anche questi sei Stati si pronunciano a favore dell’inserimento delle clausole a maggioranza singola.

L’Eurosummit del 14 dicembre 2018 avvia il processo di riforma del Mes, fissando per il mese di giugno di quest’anno la scadenza per la presentazione degli emendamenti. L’analisi pubblicata a marzo del 2019 sulla rivista Aspenia da Lorenzo Codogno, visiting professor alla London school of economics, è a dir poco impietosa. «Sono state approvate – con il benestare del governo italiano e con il silenzio quasi totale dei media – alcune iniziative che potrebbero fare molto male all’Italia in futuro», commenta Codogno. Riguardo alle Cac a maggioranza singola, il docente conferma che «facilitano la ristrutturazione del debito pubblico». La valutazione della sostenibilità del debito da parte del Mes e della Commissione «prima di qualsiasi assistenza finanziaria» fa sì «in modo più o meno esplicito» che «se l’Italia non riuscisse più a collocare il suo debito pubblico e dovesse domandare un aiuto finanziario europeo, la prima cosa che le verrebbe chiesta sarebbe la ristrutturazione del suo debito pubblico, prima ancora di intavolare qualsiasi discussione».

Veniamo ai giorni nostri. Molti esperti e accademici mettono in guardia sulle possibili conseguenze negative della riforma ma rimangono inascoltati. Nonostante il chiaro mandato parlamentare, all’Eurosummit del 20 e 21 giugno 2019 l’Italia dà il via libera alla bozza. «Nelle prime ore del mattino mi arrivò la telefonata di Conte che si complimentò per il risultato raggiunto», ha spiegato l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria intervistato ieri da Repubblica, «immagino che i due vicepresidenti del Consiglio fossero informati del buon risultati». Matteo Salvini si dissocia e giura di aver detto ai suoi: «Non firmiamo un c…». Il successore di Tria al Mef, Roberto Gualtieri, minimizza e spiega che «il testo del trattato è chiuso». Per l’Italia, c’è da scommetterci, saranno «cetrioli» amari.


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