La linea, i dissidenti, la realpolitik. Ora i 5 stelle si scoprono un partito
  • I vertici pentastellati si ritengono rafforzati dal voto su Matteo Salvini, ma quel 41% della base che chiedeva di mandare l’alleato a processo pesa. Beppe Grillo contestato a teatro dagli ex attivisti: «Venduto alla Lega».
  • La giunta per le immunità del Senato dice no al procedimento contro il leader leghista. Il M5s vota compatto secondo le indicazioni arrivate da Rousseau: finisce 16 a 6. I dem sbraitano: «La chiamavano onestà». E Mario Michele Giarrusso li irride facendo il gesto delle manette.

Lo speciale contiene due articoli

Non era scontato il voto compatto dei pentastellati in giunta per le autorizzazioni. Non era scontato il voto di avvocati e tecnici che spesso, su questioni di giustizia hanno posizioni di principio personali e non negoziabili. E alla fine, anche con i problemi tecnici della piattaforma Rousseau, «abbiamo dimostrato che siamo un gruppo dove la democrazia esiste per davvero». Poco dopo il voto «pro Salvini» della giunta, tra i senatori grillini c’è la stessa convinzione: «Siamo usciti rafforzati» da queste 48 ore sulla Diciotti. Il grande incubo iniziato venti giorni fa con il colpo di scena di Matteo Salvini che cambia idea di fronte ai pm, insomma, sembra finito.

Eppure il risultato di lunedì, con quel 41% degli elettori grillini comunque favorevole a lasciare il ministro degli Interni in balia del Tribunale dei ministri per un presunto maxi sequestro di persona, sembra dipingere un partito diviso. Non solo sul fatto specifico, ma anche sull’alleanza di governo con il capo del Carroccio e sulla difesa dei valori storici del Movimento come l’uguaglianza di tutti di fronte alla giustizia. Partito spaccato in due, quasi come una mela?

Luigi Di Maio né i suoi ministri accettano questa ricostruzione. Il ragionamento più ricorrente tra i vertici di M5s è questo: «Come fanno a dire che siamo spaccati dopo un referendum? Il giorno dopo le elezioni, si dice forse che l’Italia è spaccata o che c’è la guerra civile perché un partito ha preso il 30%, l’altro il 20% e l’altro ancora il 5%?»

Il dato che più interessa il Movimento è che ieri tutti i suoi sette senatori della giunta si siano conformati al voto sulla piattaforma Rousseau, accettando il responso della maggioranza espressa dalla «base». In particolare, c’erano alcuni avvocati come Grazia D’Angelo, Elvira Evangelista o Mattia Crucioli, che in teoria avrebbero potuto pensarla diversamente, magari sulla scorta di una valutazione più approfondita in quanto tecnica. E invece ha prevalso l’idea che Salvini, sulla Diciotti, abbia lavorato nell’interesse generale, in sintonia con il resto del governo e rispondendo con un atto di politica estera a una grave omissione di Malta.

Ma soprattutto, sottolineano dal gruppo grillino di Palazzo Madama, anche i «tecnici» hanno rispettato il principio di maggioranza. E come andrà in aula? Nel Movimento sanno che non ci sarà la medesima unanimità della giunta, ma sono convinti di perdersi per strada due o tre voti e non di più.

Se questo è l’umore che emerge dal Senato e dallo stato maggiore, fuori dal bunker qualche voce dissonante c’è eccome. Beppe Grillo, il più temuto da Di Maio and company, entrando al teatro Brancaccio di Roma per uno spettacolo dei suoi, non ha parlato. Un gruppo di ex attivisti, però, lo ha accolto con una contestazione: «Da mai con i partiti ad alleati di governo della Lega padrona», hanno protestato.

Tra i malpancisti c’è sicuramente Doriana Sarli, veterinaria napoletana, che su Facebook ha scritto con una certa amarezza: «Talebani, così ci hanno definito ieri in assemblea. Io non sono talebana, non voglio portare avanti il bagaglio politico e culturale dell’islam. Forse mi definirei più coerente con dei principi che mi sembrano alla base del nostro progetto politico. Ora in Parlamento siamo minoranza, fuori non credo». Con lei anche Luigi Gallo, informatico pratese, che sempre sui social ha invitato a non dimenticare i numeri del «dissenso»: «Il 41% degli iscritti al M5s chiedono ai vertici un cambio di passo e il ritorno ai principi del M5s. Il 41% è un numero enorme. È un 41% fatto di cittadini attivi che credono in un sogno da almeno 10 anni». Entrambi, però, sono stati eletti a Montecitorio, e quindi il dossier Salvini non se lo vedranno arrivare tra le mani. Lo stesso non si può dire per altre due critiche come Paola Nugnes ed Elena Fattori, entrambe senatrici, ma i loro due voti sono già dati per «persi» da tempo.

Sullo sfondo della soddisfazione per la prova di compattezza, resta però un grande nodo irrisolto, ovvero la sindrome di Calimero nei confronti della Lega e il pensiero costante che l’alleato ex padano faccia di tutto per erodere la montagna fragile del consenso grillino.

Nelle ultime settimane, gran parte del dibattito interno al M5s ha ruotato, per forza di cose, su come comportarsi con un alleato percepito finora come «leale ma ingombrante», che vola nei sondaggi e che comunque potrebbe non aver rotto mai veramente con Silvio Berlusconi.

E la diffidenza è stata aiutata dal repentino cambio d’idea di Salvini stesso, che nel giro di poche ore passò dal «Mi farò processare» al paventare conseguenze sulla stabilità del governo in caso di autorizzazione a procedere. Ebbene, ancora ieri sera, tra i deputati di M5s si discuteva se quel cambio improvviso di linea da parte del leader del Carroccio nascondesse o meno la volontà di tendere una trappola ai grillini.

Ma sempre a proposito di trappole, Manlio Di Stefano, sottosegretario grillino agli Esteri, tira fuori un precedente imbarazzante per la magistratura e per il Parlamento, e che riguarda un intoccabile come Romano Prodi.

Intervistato da Un giorno da Pecora, su Rai radio 1, Di Stefano ha ricordato: «Salvini ha agito sulla base di una decisione presa collegialmente. La sua vicenda è un unicum. Non ci si attivò perfino quando su mandato politico, con Prodi presidente, speronammo un gommone che veniva dall’Albania causando sei morti». E chi invece verrebbe messo volentieri su un gommone è Federico Pizzarotti, che ieri ha fatto un milione di visualizzazioni su Facebook. Il sindaco di Parma, uscito da M5s già nel 2016, ha stilato un lungo elenco di impegni «traditi» con gli elettori da parte del Movimento, partendo dal «niente indagati» in lista e arrivando fino al «mai al governo con altri partiti, specialmente con la Lega».


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